La TRI sul Sole 24 Ore: “Puntare su rinnovabili e smart grid è l’unica via praticabile”

 


Lungimirante visione o suggestivo miraggio: l'unica strada da imboccare per assicurare uno sviluppo promettente e sostenibile ai nostri figli o solo l'illusione di quello che il mondo potrebbe essere.Quando si parla con Jeremy Rifkin si può essere sfiorati dal dubbio sulla piena attuabilità delle sue teorie. Ma poi l'entusiasmo con cui il sociologo-economista espone le sue argomentazioni, gli esempi che cita, la torrenziale foga con cui sostiene le sue tesi non possono che aprire una breccia anche nel più scettico degli interlocutori.
 
La Terza Rivoluzione Industriale non è uno slogan, assicura Rifkin. Non è solo l'azzeccato titolo di un suo libro pubblicato due anni fa che preconizzava l'avvento di un modello di società basata su cinque pilastri: energie rinnovabili, conversione degli edifici in centrali energetiche diffuse sul territorio, utilizzo di tecnologie come l'idrogeno per immagazzinare quella forza propulsiva, reti intelligenti e trasporti basati su veicoli ibridi e ricaricabili. La Terza rivoluzione industriale è ormai in atto e tangibile. Germania, Danimarca, ma anche la regione francese di Nord Pas de Calais hanno già un piede in quel futuro diventato presente, in cui invece l'Italia fatica a entrare.
 
«La Terza rivoluzione industriale sta prendendo piede molto rapidamente in alcune parti del mondo e senz'altro in varie regioni d'Europa – spiega Rifkin –. In Nord Pas de Calais, una delle più antiche aree industriali in Europa e la seconda in Francia, si sta lavorando su tutti i cinque pilastri per un'economia basata su energie rinnovabili e reti intelligenti diffuse. La regione metterà a disposizione fino a 3 miliardi all'anno, in parte attingendo ai fondi comunitari, e sta preparando uno strumento finanziario per permettere a ogni persona di comprare quote e contribuire a condividere un modello energetico decentrato. È la prova di ciò che si può fare e si dovrebbe fare ovunque».
 
A Copenaghen Rifkin vede un altro esempio virtuoso di modello europeo orientato a un'economia verde, ma è soprattutto a Berlino che invita a guardare. «Quando la cancelliera Merkel mi chiamò per consigliarla sulle strategie per aiutare la crescita in Germania – racconta lo studioso americano – la prima cosa che le ho fatto presente è che siamo nell'ultimo stadio di una fase energetica: combustibili fossili ed energia nucleare, motori a combustione e vecchie reti elettriche centralizzate hanno fatto il loro tempo, hanno esaurito il loro potenziale di crescita della produttività, sono antiquate. Lei ha concordato e appoggiato in pieno i cinque pilastri della Terza rivoluzione industriale».
 
Una svolta condivisa da tutto il mondo politico tedesco, sostenuta dalla Cdu della Merkel ma anche da socialdemocratici e verdi. E ora la Germania punta a far salire dal 22% al 35% la porzione di energia rinnovabile entro il 2020 e ad avere un milione di palazzi autosufficienti con la creazione di 370mila posti di lavoro in gran parte derivanti da realtà produttive locali, lasciando solo il 7% alle big utility.
 
Rifkin evidenzia, invece, che l'Italia, nonostante l'enorme potenziale imprenditoriale e creativo della sua rete di piccole e medie imprese, stenta a spiccare il volo. Fa fatica a promuovere e sostenere un nuovo sistema organico produttivo e di consumo che punti su generazione, immagazzinaggio e utilizzo di energia diffusa e rinnovabile. «Mi sento frustrato – ammette Rifkin – perché ho un love affair con l'Italia, ho speso negli ultimi vent'anni più tempo da voi che in ogni altro Paese. L'Italia è una miniera di creatività, con piccole e medie imprese che possono vincere nel mondo, e il mio tipo di rivoluzione le aiuterebbe, ma manca la leadership politica a livello nazionale, regionale e locale. Ci sono progetti interessanti sul territorio ma non sono interconnessi, manca un disegno complessivo».
 
Una carenza ancor più grave, agli occhi del sociologo che nel 1995 scrisse La fine del lavoro, perché la trasformazione verso il nuovo modello verde e decentrato è l'unico vero propulsore che può garantire la creazione di occupazione nei prossimi 25-30 anni: «La prima rivoluzione industriale ha fatto scomparire la schiavitù e i servi della gleba – osserva Rifkin – la seconda ha ridimensionato il lavoro agricolo, la terza farà finire il lavoro di massa, non solo nelle fabbriche, Algoritmi, big data e intelligenza artificiali stanno sostituendo segretarie e impiegati allo sportello ma presto soppianteranno anche professionisti, avvocati, contabili, radiologi e ingegneri. Anche in Cina il 15% dei lavoratori sono stati rimpiazzati da tecnologia e in tutto il mondo il 60% dei lavoratori nelle fabbriche sono stati eliminati».
 
Rendere invece ogni palazzo efficiente e creatore di energia, e installare le infrastrutture intelligenti in tutta Europa per immagazzinarla e scambiarla, necessita di molto lavoro. Comporta la creazione di milioni di posti di lavoro, coinvolge migliaia di aziende e genera un nuovo giro d'affari con un grande potenziale di miglioramento della produttività del l'intero sistema. In una fase successiva, quando poi questo modello sarà maturo – sostiene Rifkin – tra 35-40 anni il potenziale di nuova occupazione rimarrà invece confinato nel terzo settore, in servizi legati a cura personale, ricreazione, cultura e sport che comunque non potranno essere soppiantati dall'hi-tech.
 
Per ora puntare su rinnovabili, economy e smart grid resta per lo studioso americano la sola via praticabile. Rifkin tende a ridimensionare anche il balzo di produttività fatto dagli Stati Uniti grazie a gas e petrolio di scisto, ovvero le risorse estratte attraverso frantumazione della roccia. «Lo shale gas è stato sopravvalutato dal settore energetico e dalla comunità finanziaria, è una specie di bolla, un fenomeno di breve periodo. Andrew Hall, analista e manager di hedge fund che è considerato come un Dio dagli addetti del settore, ha fatto esplodere la bomba sul "Financial Times" pochi giorni fa, osservando che quando si localizzano riserve di shale gas il potenziale sembra enorme, ma quando si cominciano le estrazioni si può attingere solo a pochi punti. Si investono enormi somme per attingere a riserve che possono poi essere sfruttate solo in piccola parte». Impossibile, insomma, per Rifkin credere che un revival di combustibili fossili in nuove forme possa rallentare il cammino dell'avanzante Terza rivoluzione industriale da lui profetizzata e del l'onda di fonti rigenerabili, reti intelligenti e tecnologie pulite.