Friday, August 14, 2020

Una G.R.A.N.D. notizia: arriva l’Academy del Green New Deal per le banche e le imprese ispirata alla visione di Rifkin e al Green Deal europeo.

Dopo la pubblicazione del libro di Jeremy Rifkin sul Green New Deal e la decisione della Commissione presieduta dalla von der Leyen di affidare il rilancio dell’Europa a seguito del periodo più turbolento e controverso della sua storia, il CETRI ha deciso di pescare a piene mani nel proprio comitato scientifico internazionale e multidisciplinare per la creazione di una struttura di consiglio e orientamento per le queste nuove politiche “green”. Ecco come nasce la G.R.A.N.D. – Green Rifkin-oriented Academy for the New Deal.

Per capire meglio la sua genesi, la sua struttura e le sue potenzialità in sostegno di decisori politici e finanziari, abbiamo domandato al coordinatore dell’operazione, dr. Marco Sambati, di illustrare con un approfondito articolo questa iniziativa innovativa e attualissima. che mira a portare al centro della programmazione economica l’iniziativa più innovativa e importante della storia dell’Europa del secondo dopoguerra, definita dalla stessa von der Leyen come il corrispondente per importanza storica in Europa di quello che fu l’uomo sulla luna per gli Stati Uniti d’America.

I cambiamenti climatici e il degrado ambientale sono una minaccia enorme per l’Europa e il mondo e per superare queste sfide la Commissione Europea lo scorso 11 dicembre con la sua Comunicazione COM (2019) 640 – The European Green Deal ha presentato la nuova strategia per la crescita e per aiutare l’industria europea a guidare la duplice transizione verso la neutralità climatica e verso la leadership digitale.

Per difendere la leadership industriale dell’Europa, la nuova strategia industriale contribuirà a realizzare tre priorità fondamentali: mantenere la competitività mondiale dell’industria europea, garantire condizioni di parità, a livello nazionale e mondiale, rendere l’Europa climaticamente neutra entro il 2050 e plasmare il futuro digitale dell’Europa

La roadmap per rendere sostenibile l’economia dell’UE gode di un finanziamento iniziale di 1.000 miliardi di euro e comprende anche il complesso e controverso Just Transition Fund, volto a mobilitare investimenti per almeno 100 miliardi di euro nel periodo 2021-2027 a favore delle regioni più esposte alle ripercussioni negative della transizione a causa della loro dipendenza dai combustibili fossili o da processi industriali ad alta intensità di gas a effetto serra, oltre che i criteri di attribuzione dei finanziamenti nel quadro del New Deal verde di cui parla Jeremy Rifkin nel suo più recente libro “Il Green New Deal Globale” pubblicato circa 9 mesi fa.

Il Green New Deal coinvolgerà ogni settore dell’economia, dall’ICT alle telecomunicazioni, dall’industria elettronica alle società elettriche ed energetiche, dal trasporto alla logistica, dall’edilizia al settore immobiliare, dal settore manifatturiero al commercio al dettaglio, dal settore alimentare a quello agricolo fino a quello dei servizi. La realizzazione della nuova infrastruttura interconnessa, intelligente ed economia digitale verde renderà possibili nuovi modelli di business e nuovi tipi di occupazione, aumentando l’efficienza e la produttività, riducendo l’impronta di carbonio ed abbassando il costo marginale di produzione, distribuzione e consumo dei beni e servizi.

Il Green New Deal è basato su una infrastruttura a banda larga e comunicazione digitale, edifici a saldo energetico positivo e zero emissioni interconnessi per nodi, veicoli elettrici autonomi alimentati da energie rinnovabili che corrono su strade intelligenti, con stazioni di ricarica elettrica ed impianti ad accumulo ad idrogeno. Secondo una stima della Commissione europea, il valore della data economy passerà dal 2,4% nel 2018 al 5,8% del Pil Ue nel 2025 per un totale di 829 miliardi di euro; ancora, si prevede che in Europa il numero di professionisti nel settore digitale raddoppierà nel 2025 con 10,9 milioni di esperti rispetto a 5,7 nel 2018. Con questi dati alla mano, sembra impossibile ignorare il ruolo della digitalizzazione quale opportunità cruciale per il raggiungimento degli SDGs e per un paradigma sostenibile di lungo periodo. Per la sua profonda connessione con tutti e 17 gli SDGs, la rivoluzione digitale può essere infatti considerata lo strumento principale a supporto di una transizione green su scala globale.

La transizione energetica creerà nuove figure professionali e richiederà la riqualificazione della forza di lavoro esistente. La Fondazione per lo sviluppo sostenibile, in collaborazione con l’istituto di ricerca CLES, ha condotto uno studio che ha evidenziato quali sarebbero gli effetti al 2025 di un Green New Deal in Italia con interventi su 5 ambiti strategici della green economy, quali l’efficientamento energetico, le energie rinnovabili, l’economia circolare, la rigenerazione urbana e la mobilità sostenibile; 800 mila nuovi posti di lavoro e 240 milioni di euro di valore aggiunto.

La Banca Europea per gli Investimenti ha deciso che dal 2021 cesserà di finanziare tutti i progetti nelle fonti fossili, compreso il gas, focalizzandosi sull’energia pulita e rinnovabile e che metterà a disposizione mille miliardi di euro di investimenti sostenibili nei settori dell’ambiente e dell’azione per il clima nel decennio 2021-2030 ed i maggiori fondi di investimento e fondi pensione, stanno disinvestendo dalle combustibili fossili per investire in energie rinnovabili, in quanto i gestori dei fondi ritengono che le imprese ed i progetti sostenibili assicurino un rendimento di lungo periodo più elevato.

Con l’Agenda 2030 delle Nazioni Unite e l’Accordo di Parigi sul clima la comunità internazionale ha sancito l’importanza e l’urgenza di adottare misure concrete per mitigare e contrastare gli effetti negativi del cambiamento climatico, con l’obiettivo di impostare un modello di sviluppo economico più sostenibile dal punto di vista ambientale e sociale.

La recente pandemia legata al virus Covid-19 ha messo peraltro in luce l’alta vulnerabilità del nostro modello di sviluppo rispetto a shock esogeni ed a eventi estremi ed ha messo in rilievo l’importanza di investire nella digitalizzazione dell’economia e ha dimostrato la centralità delle infrastrutture digitali. L’accesso a un’infrastruttura digitale veloce e affidabile si è rivelato fondamentale per garantire servizi essenziali nei settori dell’amministrazione, dell’istruzione, della salute e della medicina, nonché per monitorare e controllare la pandemia. La crisi sanitaria emersa ha avuto effetti significativi sui bilanci delle banche, ma l’effetto potrebbe essere ancora più rilevante se i segnali negativi sugli indicatori economici e finanziari non facciano nascere la consapevolezza che è necessario procedere ad un nuovo modello di business e ad una nuova strategia. C’è infatti un tema sempre più alla ribalta con maggiore frequenza nei consigli di amministrazione di grandi gruppi, istituzioni finanziarie, fondi pensione e nei think tank di tutto il mondo che influenzerà la caduta dei mercati al ribasso e grandi recessioni globali; stiamo parlando dei stranded assets nei settori legati ai combustibili fossili.

La Citigroup e Mark Carney, governatore della Bank of England, furono tra i primi a dare l’allarme ancora nel 2015, ma adesso anche la Banca Mondiale ha sottolineato come stia rapidamente cambiando il panorama finanziario e le regole del gioco nella comunità degli investitori, in considerazione che il costo delle energie rinnovabili sono diminuiti a tal punto da essere ora pari o inferiori al costo marginale della produzione di energia convenzionale, come sottolineato dalla banca d’affari Lazard. Nel settembre 2018, la PRA (Prudential Regulation Authority) della Bank of England, ha pubblicato i risultati di un’indagine condotta sul 90% del settore bancario del Regno Unito, che rappresenta in assets 11.000 miliardi di sterline (12.700 miliardi di euro circa). La PRA ha scoperto che il 70% delle banche del paese riconosce che il cambiamento climatico rappresenta un rischio per una vasta gamma di attività in quasi tutti i settori ed ha iniziato a valutare come la transizione verso un’economia a basse emissioni di carbonio sia indispensabile e debba influire sul modello di business delle imprese con le quali le banche sono esposte.

Il problema è che, nonostante la consapevolezza del rischio, solo il 10% delle banche sta attualmente gestendo i rischi finanziari sottostanti al cambiamento climatico, non prendendo consapevolezza della velocità che tale cambiamento sta influendo in tutti i settori dell’economia globale, anche tramite la creazione di potenziali stranded assets nel settore dei combustibili fossili ed in quelli strettamente collegati. Si rende pertanto necessario, al fine di ridurre i rischi e i danni causati da stranded assets, promuovere progetti più in linea con la diminuzione delle emissioni globali di gas serra e preparare le giuste competenze per una transizione ad un modello più sostenibile e solidale.

La finanza sostenibile dovrà prevedere, nella ricerca ed analisi delle scelte di investimento, accanto ai classici indicatori economici e finanziari quelli che vengono declinati in termini di “SRI” (Sustainable and Responsible Investment) ovvero criteri ambientali, sociali e di governance (o ESG, dall’inglese Environmental, Social and Governance), con analisi riguardanti gli aspetti di sostenibilità. In generale occorre indirizzare gli impieghi, in modo coerente e con un approccio di medio-lungo periodo, verso investimenti di imprese impegnate a trasformare i propri modelli di business e mitigare i propri impatti ambientali, a livello locale o globale o entrambi, con particolare attenzione alle PMI che spesso riscontrano difficoltà di accesso al mercato dei capitali.

Dall’altro lato abbiamo le PMI che hanno un ruolo chiave nel tessuto industriale europeo e forniscono i due terzi dei posti di lavoro e sono essenziali e determinanti per il successo del nuovo approccio industriale. La strategia del Green New Deal mira ad aiutare proprio le PMI a guidare la duplice transizione, verso la neutralità climatica e verso la leadership digitale, il che significa anche garantire loro anche l’accesso alle giuste competenze. Per sviluppare le capacità delle PMI in vista della duplice transizione, la rete europea delle imprese avrà la necessità dell’ausilio di appositi consulenti in materia di sostenibilità che dovranno accompagnarle nella scelta delle nuove tecnologie digitali, di modelli di economia circolare, di mobilità elettrica e ad idrogeno da fonti rinnovabili e sistemi di ricarica, di edilizia NZEB, di accesso ai finanziamenti, nonché la condivisione e l’adozione delle migliori pratiche per accelerare la loro crescita e la competitività in un mercato sempre più globale. Da una ricerca di HSBC Navigator sul commercio internazionale che ha coinvolto oltre 200 imprese italiane che puntano a diventare più sostenibili, è emerso che il 25% non possiede le competenze per farlo; secondo tale studio nei prossimi 5 anni la principale sfida che le imprese italiane stimano di dover affrontare in tema di sostenibilità sarà proprio la carenza di supporto e consulenza nella materia, che consenta loro di gettare le basi per le necessarie progettualità, al fine di una nuova visione nella scelta degli investimenti e di un nuovo modello di business efficiente e a basse emissioni di carbonio

Il Green New Deal è quindi un’occasione per valutare l’opportunità di un nuovo modello di crescita e di business, e a tal proposito, il Cetri (Circolo europeo per la terza rivoluzione industriale) ha voluto costituire un gruppo di esperti (il GETRI o Gruppo di esperti di terza rivoluzione industriale), in partnership con il Pro-rettore alle politiche energetiche dell’Università La Sapienza, il Prof. Livio De Santoli, ed intende promuovere la GRAND (Green Rifkin-based Accademy for a New Deal) http://cetri-tires.org/press/grand/ al fine di formare quei profili professionali che possano essere di supporto alle imprese ed amministrazioni che intendono perseguire un modello di sviluppo sostenibile.

L’Academy si rivolge principalmente al mondo delle banche, con l’obiettivo di formare un green coach in grado di assistere la clientela sia sotto l’aspetto tecnico che quello finanziario occupandosi dei temi della ricerca ed innovazione, della digitalizzazione e decarbonizzazione, delle smart grid e della mobilità sostenibile, delle stampanti 3D e degli impianti ad accumulo ad idrogeno, dell’economia circolare e del blockchain, ecc.; si potrebbero prevedere programmi formativi diversi nei contenuti e nella durata in relazione al gruppo di lavoro di riferimento (area sostenibilità, area commerciale, area fidi, management, ecc.). La metodologia dovrebbe partire dalla definizione degli obiettivi formativi, intesi come divario esistente tra le conoscenze e le competenze possedute da un soggetto o un gruppo di lavoro e quelle che dovrebbe possedere per raggiungere standard di prestazioni riconosciute ottimali rispetto alle strategie, per procedere successivamente all’analisi dei fabbisogni formativi necessari in relazione al gruppo di lavoro e poi passare alla definizione del format e dei contenuti del piano. L’Academy potrebbe inoltre fornire, una conoscenza generale oltre che vari focus specifici su tutti gli strumenti finanziari, comunitari e nazionali ed anche di natura fiscale per il finanziamento degli interventi del Green New Deal, sia per le imprese che per le amministrazioni locali, al fine di consolidare le competenze e conoscenze sui temi della sostenibilità per tenere il passo con le innovazioni normative, tecnologiche e di prodotto ed offrire così alla clientela soluzioni più innovative ed appropriate ai nuovi scenari della digitalizzazione e decarbonizzazione, con conseguente protezione del capitale e ritorno degli investimenti nel medio termine

Ma l’Academy si rivolge anche direttamente al mondo delle imprese, o meglio delle associazioni di categoria che stanno operando concretamente per lo sviluppo sostenibile del proprio territorio, per offrire le stesse competenze sui temi della digitalizzazione ed innovazione tecnologica sopra riportate e consentire quella trasformazione necessaria verso la transizione energetica indispensabile per la loro competitività

L’Academy si rivolge poi anche alle singole Regioni ed a tutti gli enti locali per fornire le giuste competenze per una pianificazione energetica per quanto attiene all’uso razionale dell’energia, il risparmio energetico e l’utilizzo delle fonti rinnovabili e per promuovere un cambiamento dello stile di vita verso una economia decarbonizzata, digitale, circolare, distribuita e con una mobilità sostenibile e condivisa, secondo le indicazioni provenienti dalla Commissione Europea con la sua recentissima Comunicazione 2019-640 per un Green New Deal Europeo. L’obiettivo è quello di elaborare dei masterplan per la decarbonizzazione sull’esempio di quanto già realizzato in regioni guida in Europa (Francia, Olanda, Lussemburgo), atto a garantire un passaggio ad un’economia “carbon neutral” entro il 2050. I Master Plan permetteranno alle imprese delle singole regioni di aumentare vertiginosamente la loro efficienza economica aggregata attraverso tutte le catene di valore aggiunto, aumentando la loro produttività e riducendo i loro costi marginali e l’impronta ecologica, contribuendo a renderle leader nel nuovo paradigma economico e nella nuova società ecologica.

Come abbiamo accennato, solo il 10% delle banche sta attualmente gestendo i rischi finanziari sottostanti al cambiamento climatico, non prendendo consapevolezza della velocità che tale cambiamento sta influendo in tutti i settori dell’economia globale, tanto che emerge che per diverse banche è molto più appropriato finanziare una buona impresa “brown” che un’impresa che investe nel green, ma con un rating o scoring più basso, in considerazione del maggior costo ai fini del “patrimonio di vigilanza” con il quale si intende la quantità di denaro che la banca è obbligata ad accantonare a fronte delle sue attività di rischio, generalmente rappresentate dai prestiti.

Tale linea di azione sembra però alquanto poco condivisibile per una serie di motivazioni che andremo ad elencare.

Il cambiamento climatico è considerato il principale fattore di rischio per i prossimi anni: di conseguenza, concedere finanziamenti a imprese che non stanno al passo con la transizione ecologica potrebbe portare a grosse perdite e all’impossibilità di recuperare il credito erogato. La stessa EBA (European Banking Authority), ente europeo di sorveglianza sulle banche, ha previsto, nelle nuove linee guida, che gli istituti applichino i criteri ESG al momento del finanziamento e sta valutando se il capitale necessario agli istituti finanziari per far fronte ai potenziali rischi legati agli investimenti potrebbe essere ridotto quando forniscono credito e prestiti a progetti sostenibili.

In tale contesto, alla fine del 2016 anche la stessa Commissione europea ha istituito un gruppo di esperti di alto livello sulla finanza sostenibile; il 31 gennaio 2018 tale gruppo ha pubblicato la Relazione finale contenente un pacchetto di raccomandazioni rivolte al settore finanziario per sostenere la transizione verso un’economia più green.

Tra le diverse azioni proposte si sottolineano le seguenti:

  • tassonomia” della sostenibilità, che mira a istituire un sistema unificato a livello europeo di classificazione che sia in grado di individuare quali attività possano essere considerate sostenibili, in quanto contribuiscono all’attenuazione e all’adattamento ai cambiamenti climatici, nonché agli obiettivi ambientali e sociali;
  • norme e marchi per i prodotti finanziari sostenibili, che, basandosi sulla tassonomia, vuole creare delle etichette (label) per i prodotti finanziari green che consentano agli investitori di individuare gli investimenti che rispettano i criteri ambientali o di basse emissioni di carbonio;
  • sostenibilità nei requisiti prudenziali, per integrare il rischio climatico e gli altri fattori ambientali per la ricalibrazione dei requisiti patrimoniali delle banche e delle imprese di assicurazione. L’ipotesi è quella di potere introdurre un “green/social supporting factor” che prevedano per gli investimenti sostenibili un trattamento di favore dal punto di vista degli accantonamenti prudenziali.

Sulle base dei risultati e delle informazioni contenuti nella relazione finale del Gruppo, il 24 maggio 2018 la Commissione Europea ha adottato le prime misure che daranno al settore finanziario un ruolo di primaria importanza per contrastare i cambiamenti climatici e conseguire un’economia più verde. Il pacchetto legislativo comprende tre proposte di Regolamento:

  • Proposta di regolamento sull’istituzione di un quadro per agevolare gli investimenti sostenibili: introduce un primo quadro per la definizione della tassonomia delle attività sostenibili per individuare i criteri per determinare il grado di sostenibilità di un investimento e che vincolerà le future definizioni di prodotti finanziari sostenibili;
  • Proposta di regolamento relativa all’informativa sugli investimenti sostenibili e sui rischi di sostenibilità e che modifica la direttiva (UE) 2016/2341: introduce nuovi obblighi di trasparenza (disclosure) per gli investitori istituzionali (ad esempio i gestori di patrimoni, le compagnie di assicurazione, i fondi pensionistici e i consulenti finanziari) per integrare i fattori ambientali, sociali e di governance (ESG) nel loro processo decisionale;
  • Proposta di regolamento che modifica il regolamento (UE) 2016/1011 sui parametri di riferimento a basse emissioni di carbonio e parametri di riferimento positivi per l’impatto sul carbonio: introduce due nuovi indici di riferimento (per gli strumenti finanziari e per i contratti finanziari o per misurare la performance dei fondi di investimento) che tengono conto di alcuni aspetti di sostenibilità ambientale: il low carbon benchmark e il positive carbon impact benchmark; si tratta di due parametri di riferimento per identificare, rispettivamente, le imprese che investono in tecnologie a basso impatto ambientale e quelle che, grazie alle loro attività, riescono a ridurre le emissioni nette complessive di anidride carbonica.

La Commissione europea ha poi pubblicato, lo scorso 8 marzo 2018, un comunicato al Parlamento Europeo, al Consiglio Europeo e alla BCE per definire un piano di azione per finanziare la crescita sostenibile e, al punto 8 dell’Action Plan è stato riportato che, “La Commissione valuterà la praticabilità di includere i rischi associati al clima e ad altri fattori ambientali nelle politiche di gestione dei rischi degli enti e di calibrare eventualmente i requisiti patrimoniali delle banche”. Tale punto racconta quanto Bruxelles si stia focalizzando sulla finanza sostenibile, partendo da alcune stime che, almeno la metà degli attivi delle banche nella zona euro sono attualmente esposti a rischi connessi ai cambiamenti climatici.

Occorre poi fare un ulteriore considerazione: l’IFRS 9 (International financial reporting standards), i nuovi principi contabili internazionali che le banche italiane sono obbligati a seguire per la redazione del bilancio dal 2018, prevedono che le banche effettuino accantonamenti non solo per i crediti già deteriorati (non performing loans), ma bensì anche per quelli che potrebbero deteriorarsi in futuro; di fatto, quindi gli istituti di credito devono prevedere accantonamenti anche per i crediti in bonis, stimare le perdite attese (expected credit loss) e metterle a bilancio e che, non è più richiesto il manifestarsi di un evento o di un segnale esplicito di perdita effettiva per il riconoscimento di un onere. Il nuovo approccio si presenta come un modello prospettico dove la stima delle perdite attese deve essere effettuata ricorrendo ad informazioni che includano non solo dati storici ed attuali, ma anche prospettici. Tale premessa sta a sottolineare che quella che oggi è una impresa brown con un buon rating, ma che non intenda scegliere di effettuare investimenti sostenibili ed a basse emissioni di carbonio, potrebbe, per quanto evidenziato finora, trovarsi con un problema di redditività e di competitività, e la banca che le ha concesso il finanziamento potrebbe dall’altro maturare grosse perdite e l’impossibilità di recuperare il credito erogato. o quanto meno procedere ad un maggior accantonamento di capitale a seguito del peggior rating/scoring dell’impresa. Dall’altra, l’impresa inizialmente con un rating/scoring inferiore, che però ha scelto una politica di investimento green, per tutte le considerazioni fatte finora, garantirebbe nel tempo maggiore redditività e ritorno degli investimenti, con conseguente miglioramento del rating/scoring e minor assorbimento di capitale.

C’è poi da sottolineare inoltre un’iniziativa partita recentemente da Cerved, società italiana di data analysis e rating creditizio, che ha avviato la raccolta di un questionario costituito da 50 domande con alcune delle sue aziende, sulla base del quale verrà assegnato un punteggio un punteggio da 0 a 100, ponderato in base ai giudizi sui valori analizzati in termini di ESG (Environmental, Social and Governance).

Scopo di questa analisi è creare un nuovo strumento vantaggioso sia per le imprese che per le banche, ma non tanto per le società più grandi che sono già obbligate a redigere un bilancio di sostenibilità, ma per tutte le altre imprese, per le quali la legge non prevede per il momento obblighi di certificazione. Il tavolo tra banche italiane e Cerved dovrebbe prevedere la definizione di un green discount factor, ovvero una riduzione degli interessi da pagare per il finanziamento calibrata sulla base del punteggio ESG ottenuto dalle singole aziende. L’operazione non è giustificata da una improvvisa visione ecologista delle banche italiane: ma alla base di questa scelta vi sarebbero invece solide motivazioni di carattere economico-finanziario, che di fatto la rendono ancora più credibile. L’obiettivo principale infatti è evitare di creare nuovamente altri stock di crediti deteriorati (non-performing loans, NPL), che hanno già portato molti impatti negativi nei bilanci delle banche.

Da ultimo si vuole prendere come esempio da seguire per altre istituzioni, quanto intrapreso di recente dalla Simest con il bonus green; in particolare le aziende italiane esportatrici più sostenibili, che presenteranno una certificazione standard ISO 14001, vedranno ridursi la percentuale di garanzia da fornire per ottenere i prestiti, in quanto ciò comporterà un miglioramento del rating, con conseguenza un minor accantonamento di capitale per la banca e minor costi del finanziamento per l’impresa.

MARCO SAMBATI

La ripartenza dopo il Covid-19: un’opportunità da non perdere per il Green Deal europeo

Dopo la pubblicazione del libro di Jeremy Rifkin sul Green New Deal la Coimmissione Europea ha pubblicato una Comunicazione per un Green Deal Europeo che riprende i capisaldi delle raccomandazioni di Rifkin per una svolta green nelle strategie economiche europee. La Presidente Von der Leyen ha dato un risalto straordinario a questa nuova strategia affermando in sede di presentazione al Parlamento europeo il giorno 11 dicembre 2019, che si trattava dell’equivalente per gli europei dell’Uomo sulla luna per gli Stati Uniti d’America. Purtroppo poi l’emergenza Coronavirus ha fatto rallentare i processi di approvazione delle direttive e di tutti gli altri atti legislativi del Green Deal.

Oggi proprio su questo argomento il magazine on line Eticaeconomia, ha pubblicato una riflessione dell’economista Edilio Valentini, membro del Comitato Scientifico del CETRI-TIRES e della Academy per il Green New deal, che contiene ottimi spunti per una ripresa Green dopo la crisi del COVID 19.

Abbiamo ritenuto utile dare spazio in forma sintetica a questa riflessione anche sul CETRI Magazine mentre in fine articolo si può trovare il link all’originale completo integrale dell’articolo.

L’urgenza di contrastare la crisi sanitaria causata della diffusione del Covid-19 e, soprattutto, di limitarne gli impatti negativi sulle economie di tutto il mondo rischia di porre in secondo piano i problemi connessi all’emergenza climatica. Il pericolo è che con l’ansia di far ripartire i sistemi produttivi ed arginare la recessione nella quale stiamo precipitando si possa perdere l’occasione di condurre la ripresa economica sul sentiero della sostenibilità.

Come ha ricordato Donato Speroni nell’editoriale dell’Asvis del 17 aprile scorso, già dopo la crisi del 2008 la paura di perdere nell’immediato qualche altro decimale di Pil spinse il nostro Paese a non cogliere l’occasione per una riconversione green del sistema produttivo. Uno studio condotto nel 2009 da HSBC su più di 20 piani nazionali per la ripresa economica testimonia che solo il 15,8 per cento delle risorse ad essi destinate può essere ricondotto a misure di contrasto ai cambiamenti climatici. In particolare, in base al Climate Change Index predisposto dall’HSBC, dei 103,5 miliardi che l’Italia prevedeva di destinare alla ripresa economica solo 1,3 miliardi (cioè meno dell’1,3%) erano classificabili come investimenti green, soldi peraltro indirizzati interamente al settore ferroviario. Alla luce di quanto sostenuto in diversi studi economici (uno su tutti: il recentissimo articolo di Hepburn, O’Callaghan, Stern, Stiglitz e Zenghelis sull’Oxford Review of Economic Policy) altre scelte ci avrebbero consentito di arrivare meglio attrezzati al cospetto delle sfide poste dall’attuale crisi climatica e, probabilmente, avrebbero potuto garantirci anche una crescita economica più sostenuta di quella registrata nel decennio appena passato.

Certo, oggi le cose sono molto diverse da allora: c’è un maggiore sostegno da parte dell’opinione pubblica e, soprattutto, c’è una nuova generazione che ha capito benissimo cosa sono i cambiamenti climatici e chi dovrà pagarne i relativi costi. Questa generazione, che non ha ancora avuto modo di far valere appieno il peso delle proprie idee attraverso lo strumento democratico del voto, sta facendo sentire con forza la sua voce ed è al fianco di quei politici e di quegli scienziati che da tempo sostengono l’introduzione di politiche incisive per l’ambiente e per il clima.

Inoltre, per la prima volta nella storia, la Commissione Europea insediatasi alla fine dello scorso anno ha posto l’ambiente al centro della sua azione politica e ha lanciato un Green Deal europeo che si prefigge di investire mille miliardi per fare dell’Europa un’economia verde che riesca a raggiungere la neutralità carbonica nel 2050. Fra le prime azioni concrete per l’attuazione del Green Deal, il mese scorso il Consiglio Europeo ha adottato il regolamento che stabilisce la tassonomia in base alla quale riconoscere il requisito di sostenibilità per l’ammissibilità ai finanziamenti europei. La strada europea verso la sostenibilità sembra quindi tracciata ed anche le decisioni più recenti sembrano confermare la volontà di non volerla abbandonare.

Alla luce di questi elementi è legittimo sperare che non si ripetano gli errori del passato e che l’attuale crisi economico-sanitaria possa alla fine trasformarsi da problema in opportunità. Eppure gli elementi di preoccupazione non mancano, tanto che lo scorso 14 aprile 12 ministri dell’ambiente dell’Unione Europea hanno ritenuto opportuno lanciare un appello, sottoscritto da molti rappresentanti di forze politiche, imprenditoriali, sindacali e delle associazioni, per una alleanza – la European Alliance for a Green Recovery – che ponga la sostenibilità sociale ed ambientale alla base delle politiche e delle azioni per la ripresa dalla pandemia causata dal Covid-19. Questo appello viene in risposta alle richieste di paesi come la Polonia, fortemente dipendenti dal carbone, e di alcuni europarlamentari, perlopiù conservatori, che vorrebbero un ripensamento del Green Deal i cui costi, a loro dire, sarebbero eccessivamente gravosi nell’attuale contesto di crisi economica.

L’argomento utilizzato dai detrattori delle politiche climatiche europee è, per quanto parziale e per nulla lungimirante, particolarmente semplice e per questo comunicabile in maniera molto efficace: il Green Deal europeo sottrae risorse che altrimenti potrebbero destinarsi al settore sanitario e agli aiuti a lavoratori, famiglie e imprese in difficoltà. Questo ragionamento, senza dubbio semplicistico, non è del tutto privo di fondamento ed impone una riflessione sulla possibilità che nello scenario post Covid-19 ci possa essere uno spiazzamento fra la spesa – sia pubblica che privata – richiesta per fronteggiare la crisi economica e quella necessaria a garantire la lotta ai cambiamenti climatici.

La recessione, infatti, porterà una sostanziale riduzione delle entrate pubbliche che, come sostenuto di recente dal Fondo Monetario Internazionale ed anche nell’articolo di Bruno Bises sul Menabò del 15 aprile scorso, sarà difficile da quantificare finché non si comprenderanno meglio la durata e la portata dell’emergenza sanitaria. A causa del minor gettito fiscale molte delle spese programmate, comprese quelle necessarie al raggiungimento degli obiettivi di mitigazione e adattamento ai cambiamenti climatici, potrebbero saltare o essere rimandate. Questo rischio, come ci ricorda il rapporto 2020 delle Nazioni Unite “Financing for Sustainable Development”, sarà più elevato nei paesi maggiormente colpiti dalla pandemia e con le finanze pubbliche già in difficoltà.

Il rapporto delle Nazioni Unite mette anche in guardia rispetto alle conseguenze negative che possono determinarsi a causa della pesante caduta del prezzo del petrolio e delle altre materie prime innescata dalla crisi economico-sanitaria. Se i prezzi dei combustibili fossili rimanessero bassi per un lungo periodo di tempo sarebbe ostacolato anche il coinvolgimento dei capitali privati nel processo di riconversione energetica in quanto le imprese potrebbero rimandare le loro decisioni di investimento in energia da fonti rinnovabili.

Allo stesso modo, la contrazione economica sta comportando una riduzione della domanda dei permessi per l’emissione di CO2 all’interno dell’EU Emissions Trading System, il sistema europeo che ne regolamenta lo scambio e, come si vede nella Figura 1, ne ha già fatto scendere il prezzo di circa il 25% rispetto alla quotazione media dello scorso anno e dei primi mesi del 2020. Anche in questo caso, la prospettiva di prezzi bassi per le emissioni di CO2 potrebbe rendere meno convenienti gli investimenti privati in tecnologie a minore impatto ambientale e, soprattutto, il cosiddetto switching, ossia il passaggio della produzione di energia elettrica dal carbone al meno inquinante gas naturale.

Fonte: elaborazione propria su dati scaricati da https://www.sendeco2.com/it/prezzi-co2

Sul versante della finanza pubblica, invece, una riduzione del prezzo dei permessi per l’emissione di CO2 genererebbe una ulteriore riduzione delle risorse che gli stati membri possono destinare al contrasto ai cambiamenti climatici e che, in base all’articolo 10(3) della Direttiva che regolamenta l’EU Emissions Trading System, possono essere attinte proprio dai ricavi ottenuti dalla vendita all’asta dei permessi (14,5 miliardi di euro nel 2019). Solo per fare un esempio, le risorse previste per l’Innovation Fund dell’Unione Europea – uno dei maggiori programmi al mondo per il finanziamento di tecnologie innovative low-carbon – derivano da un programma di vendita all’asta di 450 milioni di permessi dal 2020 al 2030. Nell’ipotesi che il prezzo dei permessi si mantenga anche in futuro sui livelli attuali, la riduzione del prezzo dei permessi rispetto ai valori pre-crisi varrebbe, solo per questo programma di spesa, circa 2,7 miliardi di euro di minori fondi.

Con meno risorse a disposizione e minori incentivi da parte del settore privato la difesa degli obiettivi programmati nel Green Deal dagli attacchi di chi non ha interesse ad abbandonare petrolio e carbone sarà senz’altro più dura di quanto non lo sia sempre stata. Sarà ancora più importante, quindi, far capire a cittadini e imprese perché è ancora prioritario investire nella green economy e quali sono i rischi ai quali andremo incontro se non lo faremo subito. Bisognerà ricordare con forza che, anche in questo caso, è necessario dare ascolto a quello che ci dicono gli esperti. Forse almeno questo, dall’esperienza del Covid-19, dovremmo averlo imparato tutti.

Edilio Calentini con Jeremy Rifkin

L’articolo integrale è leggibile a questo link:

https://www.eticaeconomia.it/la-ripartenza-dopo-il-covid-19-unopportunita-da-non-perdere-per-il-green-deal-europeo

WEBINAR SULL’ECOBONUS AL 110%.

E’ uscito in Gazzetta Ufficiale il DL Rilancio, importanti novità per l’efficienza energetica ed il fotovoltaico con ECOBONUS al 110%

le nuove regole sono interessanti perché permettono il recupero integrale e perfino il 10% in più dell’investimento effettuato.

Ma che tipo di investimenti vengono rimborsati? A quali condizioni? Alcuni operatori del settore hanno deciso di analizzare il testo appena uscito e di illustrarlo con una riflessione on line sotto forma di WEBINAR.

photovoltaic power station

PROGRAMMA DEL WEBINAR

Tale webinar avrà luogo venerdì 22 maggio alle ore 15:00 e prevede interventi di esperti per capire quali saranno le nuove opportunità per il fotovoltaico ed i sistemi di accumulo e quali interventi permetteranno di raggiungere i requisiti minimi.

Nuove norme del Decreto ed impatti sul Fotovoltaico
Emilio Sani (Sani Zangrando)

Analisi delle nuove configurazioni impiantistiche inserite nel Decreto, attraverso quali interventi sarà possibile ottenere un miglioramento di due classi energetiche?
Rolando Roberto (Enerworks Europe)

Criticità ed opportunità del nuovo mercato
Claudio Conti (MC Energy)

Il CETRI-TIRES incoraggia tutti i propri iscritti e simpatizzanti a partecipare a questa iniziativa interessante e a diffonderla il più possibile.

Ecco il link a cui è possibile effettuare la registrazione al webinar gratuito.https://mailchi.mp/f45946699a38/ecobonus

Ripartiamo dalla terra

Il CETRI-TIRES si unisce all’appello dello Slow Food promosso da Carlo Petrini, membro del nostro comitato scientifico, per una ripartenza che, come suggerito dal Green Deal Europeo, sia quanto più di filiera corta possibile per promuovere la sovranità alimentare del territorio e dei cittadini.

Appello dell’Alleanza Slow Food dei cuochi a sostegno della ristorazione di qualità e dei produttori buoni, puliti e giusti

Questo appello nasce dalla rete dei cuochi dell’Alleanza, uno dei più importanti progetti di Slow Food, ma è rivolto a tutti coloro che credono in un futuro basato sulla cura dei territori, sui saperi delle comunità, sul piacere della condivisione. Chiediamo a tutti di mettere la propria firma a fianco di quella dei cuochi, dei contadini, dei pescatori e dei pastori, che sono i primi promotori.

Al Presidente del Consiglio dei Ministri, Giuseppe Conte
Al Comitato di esperti in materia economica e sociale
Al Ministro delle Economie e delle Finanze, Roberto Gualtieri
Al Ministro dello Sviluppo Economico, Stefano Patuanelli
Al Ministro dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, Dario Franceschini
Al Ministro delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali, Teresa Bellanova
Agli Assessori Regionali alla Cultura, al Turismo, al Commercio, alle Attività Produttive e all’Agricoltura

Facciamo parte dell’Alleanza Slow Food dei Cuochi e gestiamo più di 540 locali in tutta Italia: siamo cuochi di osterie e di ristoranti, di food-truck e di rifugi alpini, siamo pizzaioli e insegnanti di scuole alberghiere.

Con questo appello ci facciamo portavoce anche di altri colleghi ristoratori, molti dei quali raccontati nella guida Slow Food Osterie d’Italia, e di migliaia di agricoltori, allevatori, artigiani. Prendiamo la parola a nome di tutti, perché anche se oggi siamo noi i più fragili, sentiamo l’energia e la passione necessarie per ripartire e avvertiamo la forza che deriva dall’essere parte della rete di comunità solidali di Slow Food.

Grazie alla nostra cucina abbiamo diffuso conoscenza, bellezza, piacere. Abbiamo raccontato territori e culture locali. Tutto ciò non sarebbe stato possibile senza il lavoro quotidiano di contadini, allevatori, casari, viticoltori e artigiani che producono con passione e rispetto per la terra e per i loro animali.

Questi produttori traggono buona parte del loro reddito dalla relazione con ristoratori come noi, che sanno rispettare i loro ritmi, riconoscere il giusto prezzo ai loro prodotti e garantire sviluppo e opportunità economiche a territori spesso difficili.

Ogni giorno, servendo un buon piatto e prendendoci cura dei nostri commensali, abbiamo educato alla qualità, a un’alimentazione sana e alla convivialità, formando cittadini più consapevoli. Molti di noi, nelle settimane scorse, hanno cucinato per i più fragili e bisognosi, e siamo pronti a farlo ancora in futuro, perché crediamo nel valore della solidarietà.

Oggi siamo in crisi, e con noi lo sono i nostri produttori, una parte dei quali faticava già prima a reggere la concorrenza dell’agroindustria e le logiche del mercato e della distribuzione. La parte migliore dell’agricoltura di questo Paese dipende infatti fortemente dalla ristorazione di qualità.

Crediamo che l’immagine di questo Paese sia legata alla sopravvivenza di queste aziende e di chi, proponendo i loro prodotti, li rappresenta al meglio. Gravano sulle nostre spalle non solo i destini dei nostri collaboratori, ma anche il futuro di migliaia di piccole aziende agricole che dipendono dai nostri ordinativi.

Abbiamo deciso di scrivere questo appello perché pensiamo che le difficoltà dovute alla pandemia possano dare a questo Paese il coraggio della necessità e dell’urgenza; la forza di trasformare un’emergenza in una grande occasione per il settore dell’agricoltura, dell’accoglienza e della ristorazione italiana.

I veri nemici da combattere nel post pandemia saranno ancora la perdita di biodiversità, l’erosione del territorio, l’inquinamento dell’aria, dell’acqua, l’impoverimento della fertilità nei nostri terreni, la cementificazione, l’abbandono delle aree rurali e dei piccoli borghi, lo spreco alimentare, lo sfruttamento del lavoro, l’indifferenza per chi produce con attenzione alle ragioni e ai tempi della natura e l’individualismo, che fa prevalere l’io sul senso di comunità.
La ristorazione troppe volte ha assecondato un mercato che ha rincorso il prezzo più basso e stroncato l’agricoltura di prossimità, approvvigionandosi di prodotti ottenuti grazie alla chimica, alle monocolture, facendo viaggiare derrate alimentari migliaia di chilometri.
Se vogliamo porre le basi di un futuro diverso dobbiamo cambiare prospettiva.

Le Istituzioni possono fare molto, sviluppando iniziative che sostengano chi genera economie e benessere per tutta la comunità e non solo per la propria impresa. Per chi acquista prodotti di agricoltori, allevatori e artigiani del proprio territorio.

Chiediamo quindi di estendere il credito di imposta, già previsto per alcune spese legate all’emergenza Covid-19, agli acquisti di prodotti agricoli e di artigianato alimentare di piccola scala legato a filiere locali (dove per locale si intende la dimensione regionale), in una misura pari almeno al 20%, da aumentare al 30% nel caso in cui tali aziende pratichino un’agricoltura biologica, biodinamica, o siano localizzate in aree marginali, disagiate e di particolare valore ambientale del nostro Paese.

Un provvedimento come questo rappresenterebbe una grande occasione, economica, sociale e culturale: permetterebbe di innalzare il livello dell’offerta gastronomica italiana, garantendo una maggiore qualità, e al tempo stesso sosterrebbe e rilancerebbe le piccole e medie aziende agricole locali e il turismo rurale, che vive essenzialmente di paesaggi agrari. Infine, aiuterebbe i ristoratori ad affrontare mesi e forse anni difficili.

Per evitare che troppe attività non riaprano, servono anche misure immediate, ovviamente, e per questo ci associamo alle richieste delle associazioni di settore: risorse a fondo perduto per le imprese in base alle perdite di fatturato, moratoria sugli affitti per compensare il periodo di chiusura e il periodo di ripartenza, cancellazione di imposte anche locali come quelle per l’affitto di suolo pubblico fino alla fine del periodo di crisi, sospensione del pagamento delle utenze, prolungamento degli ammortizzatori sociali fino alla fine della pandemia e sgravi contributivi per chi manterrà i livelli occupazionali.
Serve un piano di riapertura con modalità certe per permettere a tutte le imprese di operare in sicurezza. È importante che sia concessa ovunque la possibilità di lavorare per asporto e contare su spazi all’aperto più ampi nel periodo di convivenza con il virus.

Da questo grave momento non possiamo riemergere se non condividiamo una visione: quella di un Paese che sa proteggere e fare tesoro dei suoi saperi, della sua storia, della sua biodiversità agroalimentare, dei suoi paesaggi. Un paese che conosce il valore del cibo, che sa accogliere e condividere con senso di comunità.

Alle 14 del 18 maggio avevano sottoscritto l’appello oltre 6600 ristoratori, produttori e cittadini. Scopri qui l’elenco completo.

FIRMA ANCHE TU L’ APPELLO !

Compila il modulo fornendo alcune informazioni che ci permetteranno di rendere ancora più forte questo appello.


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“INCAPACITY MARKET”

Un regalo del governo che toglie ai cittadini per dare ai petrolieri nonostante l’emergenza Coronavirus

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Ci avevano già provato. 


I petrolieri ci avevano già provato a farsi pagare i loro sciagurati investimenti ormai irrecuperabili nelle centrali fossili dallo Stato e dai consumatori.


Ma non ci erano riusciti.


Almeno non nelle forme e le dimensioni in cui ci sono riusciti oggi.

Quello che non hanno ottenuto da Monti e Passera, lo hanno ottenuto da Conte e Di Maio. E oggi Conte e Patuanelli non hanno il coraggio di ritirare questo assurdo regalo nemmeno davanti alla tragica emergenza del Coronavirus.

Uno dei più grandi paradossi della politica moderna!

L’ORIGINE DEL PROBLEMA

Nel 2012 al governo c’era Monti. Si chiamava “capacity payment” e non “capacity market” ma aldilà delle sottigliezze lessicali, la sostanza era la stessa: regalare soldi ai petrolieri e ai gasisti per rimborsarli per i loro investimenti sbagliati negli impianti fossili, togliendoli dalle tasche di chi paga le bollette elettriche e cioè dai consumatori. 

Il provvedimento veniva introdotto con il decreto Cresci Italia per (così dicevano) remunerare i “servizi di flessibilità” delle centrali termoelettriche. Era in realtà  “meccanismo truffa” per regalare soldi ai produttori di energia fossile.(1)

Vediamo meglio come.

Innanzitutto bisogna capire il contesto economico energetico dell’epoca. Cosa era successo in quegli anni? Era successo che dopo decenni di dominio assoluto e incontrastato dell’energia fossile sul mercato elettrico, cominciava ad affacciarsi su grande scala l’energia rinnovabile, quella che non ha costi marginali perchè la fornitura di petrolio  o gas si paga, quella di sole no. 

IL “SORPASSO” DELLE RINNOVABILI SULLE FOSSILI

Cominciava così a prendere piede un fenomeno descritto dagli esperti mondiali di energia come “smart energy delta“, che consiste nel crollo del prezzo livellato dell’energia (LCOE o Levelized Cost of Energy, (2) delle energie di origine solare e nel contestuale e simultaneo aumento dell’LCOE delle energie fossili. Insomma una specie di sorpasso all’indietro del prezzo comparato dell’energia da parte delle fonti pulite su quelle sporche che le rende convenienti non solo sul piano ecologico, ambientale e climatico ma anche su quello economico. 

A fronte di questo fenomeno, i più avveduti analisti finanziari avevano cominciato a consigliare strategie di Fossil Divest (3) per uscire da investimenti nei fossili e invece impegnarsi verso quelli per le rinnovabili, si badi bene, non per puro spirito ambientalistico, ma semplicemente perché le fossili erano diventate anti economiche, punto.

Ma a fronte di questi saggi consigli, la maggior parte dei monopoli energetici ha preferito continuare a investire in impianti a turbogas, andandosi a infilare in un vicolo cieco e in un disastro economico. 


ROBIN HOOD ALL’INCONTRARIO

Oggi di fronte all’inevitabile catastrofe finanziaria, questi sciagurati si presentano davanti ai governi con il piattino in mano domandando l’elemosina di un “capacity market” a carico dei loro stessi clienti in una riedizione paradossale in chiave fossile di Robin Hood in cui i poveri consumatori sono costretti a donare ai ricchi petrolieri. E purtroppo trovano una classe politica incompetente e disattenta (ma si potrebbe anche dire di peggio) pronta a credere generosamente a fantasiose spiegazioni, come la “remunerazione della capacità”: 


…teniamo aperte le centrali fossili messe in crisi dalle più pulite e economiche energie solari, che non si sa mai se domani il sole dovesse non sorgere più e allora ci potrebbe essere bisogno di far ricorso alla buona vecchia e costosa energia fossile! …


Ecco che dunque, il compiacente governo Conte 1 (ministro per lo sviluppo economico il five stars Di Maio) regala alle aziende fossili 20 miliardi di euro in dieci anni, e il successivo governo Conte 2 (ministro per lo sviluppo economico il five stars Patuanelli), si guarda bene dal revocare tale ingiustificabile provvedimento. 


Ubi fossil, civitas cessat

La verità è che negli ultimi anni gli impianti fotovoltaici ed eolici erano diventati un bel grattacapo per le centrali tradizionali. Fino al tramonto, infatti, gli impianti fotovoltaici producono energia a costo marginale zero e con priorità di dispacciamento, tenendo bassi i prezzi in Borsa. Capita così che gli impianti a ciclo combinato a gas durante il giorno spesso non riescano a vendere energia. Solo dopo il tramonto, nel giro di un’ora, entrano in gioco con una potenza di circa 20 mila megawatt.

LA FLESSIBILITA’ A SENSO UNICO PER PROTEGGERE I GRUPPI FOSSILI

Ed è questa la (cosiddetta) “flessibilità” in cambio della quale vengono erogati i 20 miliardi del “capacity market”, cioè dal contributo ai produttori scaricato sulle bollette dei cittadini.

Questo meccanismo fu deciso per la prima volta nel 2012 dal governo Monti, ma va detto che era di molto inferiore a quello deciso dal governo attuale, e ciononostante venne

stigmatizzato da Elettricità Futura, braccio operativo delle imprese elettriche legate a Confindustria, che lo riteneva una ingiustificata distorsione del mercato dell’energia a favore di pochi e a detrimento di molti fra cui le imprese che loro rappresentavano. in una sua nota dell’epoca infatti si esprimeva “forte preoccupazione per la misura introdotta, che puòinnalzare ulteriormente il costo della bollettaenergetica italiana per un valore compreso tra i 500 e gli 800 milioni di euro”.

Nella nota di Confindustria si leggeva anche che “il tema degli effetti di spiazzamento delle fonti rinnovabili sul sistema termoelettrico esiste, ma non può essere affrontato in modo estemporaneo. In un Paese che ha una sovraccapacità ormai strutturale di produzione elettrica di oltre il 30% non esiste un problema di “”capacity payment” bensì quello di trovare opportuni meccanismi di gestione dei bilanciamento e riserva di energia coerenti con il finanziamento del mercato”. Dunque, secondo Confindustria nel 2012, bisognava darsi da fare per accumulare la sovraccapacità energetica e distribuirla meglio, anziché pensare solo agli interessi dei produttori di energie fossili coprendo i loro buchi di bilancio generale da errate scelte di investimento, un problema che per i gruppi fossili diventava ormai insostenibile. 

Impatto devastante dei disastri fossili sulla vita marina

Progettate prima del boom delle rinnovabili, le centrali tradizionali (gas, termoelettrico, carbone), oltre che avere l’inconveniente di essere fortemente impattanti su, clima, ambiente e salute,  si reggevano sull’aspettativa totalmente illusoria di produrre al 70/80 per cento della potenza massima. Oggi sia per il crollo dei consumi sia per la concorrenza delle rinnovabili restano spesso al minimo, e rimangono sottoutilizzate per la maggior parte della giornata, salvo essere chiamate a produrre di sera quando il sole non c’è più e quindi gli impianti solari, non essendo appunto stati dotati di sistemi di accumulo, sono costretti a fermarsi. Invece di lavorare per 4 mila ore l’anno necessarie per ripagare l’investimento lavorano per 2500/3000 ore e, per recuperare, vendono l’energia a caro prezzo nel picco serale.

Così si scopre che i produttori elettrici hanno investito circa 25 miliardi di euro sui nuovi impianti a partire dal 2000, quando già si sapeva che avrebbero avuto difficoltà a ripagarsi per l’eccesso di offerta (vedi relazione di Assoelettrica del 2006  (5).


L’analisi non viene da noti ambientalisti oltranzisti, come Greenpeace o WWF,  ma dall’organo ufficiale di Confondustria, il Sole 24 ore, che parla esplicitamente di “costo eccessivo delle centrali di riserva“, e si tenga presente che la capacità di fare massa critica delle rinnovabili, all’epoca non era ancora così elevata come oggi. (6)

Inoltre l’iniziativa Carbon Tracker in un articolo dal significativo articolo “Trillions of dollars at risk as energy transition disrupts entire sectors” avvertiva che il “bagno di sangue” per i fossili sarebbe cominciato nel 2020 con l’esplosione degli “STRANDED ASSETTS” (crediti perduti definitivamente) per migliaia di miliardi di dollari. (7)

E Jeremy Rifkin, dopo attenta analisi dei mercati fossili, conclude nel suo libro appena uscito “Il Green New Deal Globale”, che il crollo dovuto agli stranded assetts, sarebbe avvenuto al più tardi nel 2028. (8)


A fronte di tutto questo, quando nel 2012 i monopoli fossili furono messi in ginocchio dall’esplosione delle energie rinnovabile  (e specialmente del fotovoltaico) introdotte da Alfonso Pecoraro Scanio,  durante il governo Prodi, con un coraggioso e efficace sistema di incentivi conosciuto con il nome di Conto Energia,  chiesero al governo Monti di aiutarli perché avevano all’incirca 25 miliardi di stranded assetts che non li facevano dormire la notte.

IL CLUB DEI FINTI AMICI DELLE RINNOVABILI 

Che conseguenze si sarebbero avute e per chi se quei 25 miliardi fossero andati (o andassero, visto che ci sono ancora)  in fumo? Di chi sono? Qui il discorso diventa divertente, perché pur di non far fallire chi ha investito sciaguratamente in centrali fossili per i 30 anni passati, spuntano come funghi falsi amici delle rinnovabili, che arrampicandosi su specchi scivolosissimi cercano di giustificare il “Capacity market” come un vantaggio per la promozione dell’energia pulita. Personalità come l’ex sottosegretario all’energia Davide Crippa che in un commento ufficiale al “Capacity market”dice testualmente che esso  rappresenta un passo importante nello sviluppo delle rinnovabili e nel raggiungimento degli obiettivi di decarbonizzazione che ci siamo posti con il Piano Nazionale Energia Clima, (leggere per credere: https://www.mise.gov.it/index.php/it/198-notizie-stampa/2039835-fer1-e-capacity-market-doppio-via-libera-della-commissione-ue).


Da un altro lato, l’ingegner G.B. Zorzoli, esperto di mercato elettrico e presidente della sezione italiana dell’International Solar Energy Society su QualEnergia.it afferma che gli stranded assetts sono fondi che “sono stati investiti da chi ha fatto gli impianti, ma finanziati con il project financing, dunque alla fine gli investimenti vengono dalle banche. Non sfruttando i cicli combinati si metterebbero in crisi le banche italiane. 

Zorzoli quindi vuole salvare le banche che hanno incautamente prestato soldi allegramente a chi investiva nell’energia fossile mentre li lesinavano a chi voleva farsi un impiantino fotovoltaico sul tetto, pretendendo di ipotecargli la casa!

Poi, non contento, effettua una spericolata manovra  che mira a giustificare il regalo del “capacity market“ alle fonti fossili in nome delle rinnovabili, e afferma “La cifra investita è semplicemente troppo grossa  per lasciar fallire questi investimenti. Senza contare la ricaduta occupazionale, la colpa della quale poi verrebbe data alle rinnovabili. Non ci resta che sfruttare il capacity payment come possibilità tecnica, facendo attenzione che la remunerazione sia adeguata e sviluppando nel frattempo le tecnologie degli accumuli prioritariamente in quelle funzioni non coperte dai cicli combinati”  (sic!) . 

L’ODIOSO RICATTO OCCUPAZIONALE DELLE FONTI FOSSILI

In altre parole, per questo degno membro del Club dei falsi amici del solare (di cui Crippa è meritatamente presidente a vita), bisogna regalare soldi ai petrolieri così non licenziano lavoratori facendo ricadere la colpa sulle rinnovabili. Il ricatto occupazionale applicato ai più biechi interessi dell’energia fossile. Complimenti. 

E il mitico “rischio d’impresa”? Non esiste più? E il libero mercato, quello in nome del quale una visione ultraliberista dell’economia giustifica di tutto dalle violazioni delle più elementari regole di protezione ambientale e sanitaria ai licenziamenti selvaggi e la cancellazione di diritti sociali e umani?

E perché gli errori di questi presunti imprenditori del fossile dovrebbero sempre e comunque essere pagati da contribuenti e consumatori?


E poi giusto per capirci, praticamente qui, per evitare che vadano persi quei pochissimi posti di lavoro ancora forniti dal mondo fossile, dovremmo dare priorità all’elettricità di origine fossile e penalizzare quella virtuosa di provenienza rinnovabile e solare che ha una intensità occupazionale dalle 6 alle 34  volte superiore (9)? 

Tutto questo è illogico e ipocrita oltre che anti economico.

Ma tutto questo è anche anti europeo, perché è esattamente il contrario di quello che ci raccomanda l’Europa sia con le nuove direttive del Clean Energy Package for All Europeans che con la nuova strategia del Green Deal! (10) 

O l’Europa va bene solo quando raccomanda la macelleria sociale e il taglio di salari e pensioni in nome di una presunta stabilità finanziaria ispirata a rigidi parametri decisi in modo arbitrario da pochi presunti esperti finanziari al chiuso delle stanze di Bruxelles e Francoforte e non quando invece suggerisce la creazione di quelle “COMUNITÀ DELL’ENERGIA”, che il prof. Livio de Santoli, pro Rettore dell’Università La Sapienza per le politiche energetiche, raccomandava profeticamente con il suo libro omonimo già nel 2011? (11) 


Chi ha investito nel gas lo faceva sfidando tutte le logiche umane, ecologiche e anche economiche, e oggi ne paghi le conseguenze. Se un imprenditore nel settore turistico ricettivo investe nella costruzione di un albergo vicino a una discarica e la gente rifiuta di andarci, i suoi mancati introiti di esercizio, i suoi debiti con le banche che incautamente gli hanno prestato i soldi e le sue perdite mia le copre lo stato o i consumatori.

Allora perché a ENEL, Sorgenia Edipower e compagnia cantando le perdite devono essere rimborsate dai consumatori con un assurdo prelievo in bolletta? Cosa hanno i potentati fossili di più di un barista, un titolare di ferramenta o on albergatore, da dover essere trattati con tanto riguardo? 

Del resto la stessa Confindustria aveva avversato il “capacity market” in epoca Monti, prima di diventarne entusiasta sostenitrice, e mi piacerebbe tanto che quelli di “Elettricità futura”, che si sono opposti al ricorso contro il capacity market dell’associazione ITALIA SOLARE, ci spiegassero il perché di questo improvviso voltafaccia. (12)

IL REGALO DELLA “STRANA COPPIA” AI PETROLIERI

Il 28 GIUGNO 2019 infatti, la “strana coppia” Conte-Di Maio  generosamente concedeva con decreto apposito  ai monopoli fossili un full capacity market del valore di 20 miliardi in dieci anni (13) che è stato purtroppo autorizzato dall’anti trust della Commissione Europea sulla base di considerazioni errate, false e intrise di ipocrisia che parlano di sicurezza degli approvvigionamenti energetici . (14)  

Se si considera che il duo Monti-Passera si era limitato a 680 milioni per 3 anni mentre il governo attuale ne garantisce 20 per 10 anni, si ha una idea precisa delle dimensioni del regalo ai petrolieri.  

E la remunerazione della capacità di riserva elettrica  (con buona pace dell’Antitrust della Commissione Europea) è solo una penosa scusa, perché lo sanno anche i tordi che le società fossili hanno continuato per trent’anni a prendere soldi dalle banche per i loro sciagurati investimenti nei fossili, che oggi non sono in grado di restituire perché nessuno vuole più la loro elettricità sporca e costosa.

Le associazioni dei consumatori non hanno nulla da dire al governo “del cambiamento” e all’allora Ministro  dello Sviluppo Economico Di Maio gli hanno tolto di tasca oltre 20 miliardi, per remunerare la “capacità” di intervenire in caso di crisi del sistema?

IL FOTOVOLTAICO, COME IL SOLE, E’ DI TUTTI

Ma, Italia Solare, associazione che raggruppa i piccoli e medi imprenditori indipendenti del solare italiano, ha proposto un ricorso contro questo decreto (15), ricorso, come ricordato prima, avversato dalle imprese del solare raggruppate sotto l’egida confindustriale di ITALIA FUTURA, capeggiati dall’ineffabile Chiccho Testa, (che quando c’è da prendere una posizione pro fossili non fallisce mai un colpo).

E così siamo al paradosso che questa coraggiosa azione di Italia Solare contro un decreto governativo sbagliato e ingiusto che avrebbe meritato tutta l’attenzione dei media per sé, ha ottenuto meno attenzione del comunicato di Italia futura che la criticava. Ma purtroppo, si sa, quando si ledono gli interessi dei grandi monopoli energetici i media diventano stranamente distratti, afoni, parziali e approssimativi. (16)

RISORSE SOTTRATTE ALLA LOTTA CONTRO L’EMERGENZA CORONAVIRUS.
Infine non si può non fare riferimento all’attualità di una economia paralizzata dal Coronavirus con costi umani, ecologici  e economici. 


Stiamo vivendo in un momento in cui tutto il mondo è col fiato sospeso per lo sconvolgimento inedito e catastrofico delle nostre economie, della nostra socialità e della stessa integrità della razza umana, e in cui si scopre la incredibile fragilità dei sistemi sanitari dei paesi occidentali, massacrati da anni di disinvestimenti e tagli che significano la rinuncia forzata da parte del personale sanitario al tentativo di salvare vite umane minacciate da una semplice polmonite per mancanza di risorse economiche per far fronte ai mezzi tecnici e alle necessarie competenze professionali e umane.

Il governo italiano ha stanziato 25 miliardi per affrontare l’emergenza Coronavirus con investimenti tardivi nella sanità e ammortizzatori sociali. (17) 

Non è incredibile che al tempo stesso, adesso che il disastro finanziario si profila all’orizzonte, i petrolieri e gasisti, (che, ripetiamo fino alla noia, hanno continuato a investire in impianti fossili nonostante considerazioni relative alla loro redditività economica oltre che ai danni ecologici, lo sconsigliassero vivamente) chiedano e ottengano un regalo come il Capacity Market.


Quanti posti letto in terapia intensiva contro il Coronavirus ma anche contro infarti, tumori, e altre patologie mortali, si potrebbero rendere operativi con 20 miliardi salvando migliaia di vite umane, che notoriamente non hanno prezzo?

Quanti lavoratori costretti all’inattività dal Coronavirus, si potrebbero reimpiegare in lavori di pubblica utilità con 20 miliardi di euro?

Quante famiglie senza più reddito a causa del Coronavirus si potrebbero aiutare con 20 miliardi di euro invece di darli ai petrolieri?

Ma la domanda più pressante è un’altra: “quale governo di incompetenti, ipocriti e soprattutto incapaci (altro che capacity…) potrebbe accettare di mantenere questo scellerato regalo all’industria fossile, fantasiosamente giustificata dalla necessità di investire negli impianti a gas per una transizione che ormai è finita da un pezzo (18), mentre si sta raschiando il fondo del barile per aiutare i cittadini colpiti dal Coronavirus e gli operatori sanitari che si sacrificano spesso per poche centinaia di euro al mese per salvare vite umane nella più pericolosa emergenza sanitaria mai vissuta dal nostro Paese?”    

note ———————–


(1)

1 https://www.qualenergia.it/articoli/20130910-nuovo-capacity-payment-ecco-lo-schema/ 
2 http://www.agoravox.it/La-truffa-del-capacity-payment-E.html

(2) per lo smar energy delta si può consultare questa pagina. https://www.roadmapnexteconomy.com/smart-energy-delta/ 

Il LCOE è una valutazione del costo medio  totale di costruzione e gestione di un assett per la produzione dei energia per tutta la durata della sua vita diviso per la produzione totale di energia di quell’assett per quella stessa durata. Per approfondire si consiglia questo studio della società di consulenza finanziaria specializzata nell’energia Lazard https://www.lazard.com/media/450784/lazards-levelized-cost-of-energy-version-120-vfinal.pdf


(3) https://gofossilfree.org/divestment/commitments/


(4) https://www.qualenergia.it/articoli/20120720-sicurezza-della-rete-capacity-payment-rinnovabili/


(5) http://www.free-energia.it/w/wp-content/uploads/Relazione_Assoelettrica_2006.pdf


(6) https://st.ilsole24ore.com/art/notizie/2012-07-19/troppo-costose-centrali-riserva-063745.shtml?uuid=AbTWW99F)


(7)  https://carbontracker.org/fossil-fuels-will-peak-in-the-2020s-as-renewables-supply-all-growth-in-energy-demand/


(8) http://www.vita.it/it/article/2019/10/15/jeremy-rifkin-un-green-new-deal-globale-per-dare-forza-alleconomia-soc/152979/


(9) in questo studio effettuato degli economisti ed esperti energetici del gruppo di lavoro sul green new Deal del CETRI per conto della CGIL sulla base dei metodi di calcolo adottati dal gruppo del master Plan TRi (Terza Rivoluzione industriale) di Jeremy Rifkin si calcola che l’intensità occupazionale dell’energia rinnovabile  è dalle 6 alle 34 volte superiore a quella dell’energia fossile.
http://cetri-tires.org/press/2018/lintensita-occupazionale-della-terza-rivoluzione-industriale-e-brindisi/


(10) per quanto riguarda il clean energy for all europeans esso è consultabile a questo link 

https://ec.europa.eu/energy/topics/energy-strategy/clean-energy-all-europeans_en
Invece per quello che concerne il Green New Deal, il link per approfondire è questo:

https://ec.europa.eu/info/strategy/priorities-2019-2024/european-green-deal_it


(11) Livio de Santoli, “Le Comunità dell’Energia”, edizioni Quodlibet 2011, dove si auspica “una decentralizzazione dei poteri in materia energetica. Vengono proposti piani realizzabili, finanziabili ed efficienti dal punto di vista del risparmio e del ritorno d’investimento. Le proposte dell’autore, però, dietro gli aspetti tecnici, non nascondono i risvolti politici e sociali: il web dell’energia, ovvero la creazione di una rete di nodi mediante la quale organizzare territorialmente la produzione, la distribuzione e il consumo di elettricità e calore, è infatti una riforma radicale, destinata a rovesciare l’attuale modello centralistico-gerarchico in nome di una democratizzazione comunitaria e di un’ampia federalizzazione delle risorse. L’obiettivo è quello di sollecitare la responsabilità civile su questi temi e di sviluppare una diffusa consapevolezza scientifica circa le conseguenze di scelte che non possono più essere delegate solo a una separata casta tecnica.

(12) https://www.staffettaonline.com/articolo.aspx?id=336797

(13) https://www.mise.gov.it/index.php/it/normativa/decreti-ministeriali/2039896-decreto-ministeriale-28-giugno-2019-capacity-market


(14)  https://ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/it/IP_18_682

(15) https://www.qualenergia.it/pro/articoli/capacity-market-italia-solare-fa-ricorso-al-tar/


(16) 

1 – https://www.qualenergia.it/articoli/stop-al-capacity-market-italia-solare-si-appella-a-di-maio/

2 – https://www.lastampa.it/tuttogreen/2019/06/25/news/mercato-elettrico-un-capacity-market-a-tutto-fossile-1.36543659

3- https://www.tpi.it/senza-categoria/fonti-fossili-finanziamento-bollette-di-maio-20190619349351/

4 – https://www.infobuildenergia.it/notizie/rinnovabili-capacity-market-commissione-europea-piano-italia-FER-6579.html

(17) https://www.repubblica.it/economia/2020/03/13/news/decreto_coronavirus_famiglie_imprese_mutui-251194578/

(18) https://angeloconsoli.blogspot.com/2019/05/orwell-brindisi.html

Rifkin fra le stelle

Jeremy Rifkin è stato intervistato da Davide Casaleggio per il Blog delle Stelle per ben cinque giorni consecutivi la settimana scorsa.

Davide Casaleggio

L’intervista partiva dalla necessità di esplorare gli sviluppi sociali ed economici del dopo Coronavirus ma ha poi spaziato, come era inevitabile, sui temi cari al noto professore americano che ha ispirato le strategie di leader mondiali come Angela Merkel, Zapatero, Xi Jin Pin, e le strategie economiche della Commissione Europea fino all’attuale Commissione Europea guidata da Ursula von der Leyen.

La prima parte dell’intervista, andata in rete lunedì sei aprile e l’ultima venerdì 10 aprile. La conversazione è scorrevole e disinvolta e un Rifkin visibilmente a suo agio con il suo interlocutore spazia a ruota libera sugli argomenti principali del suo nuovo libro, gettando squarci di luce su un futuro che in questo momento di crisi sanitaria appare incerto e avvolto dalle tenebre.

Un contributo di idee particolarmente necessario e dunque benvenuto in questo momento di confusione, disperazione e insicurezza nel quale si affacciano soprattutto dubbi e timori sulle prospettive di uscita da una crisi di cui non si riesce a prevedere la fine e i danni sanitari, economici e sociali. Un contributo che porta speranza a chi ha voglia di ripartire presto e bene mettendosi rapidamente e definitivamente alle spalle no dei periodi più brutti che l’umanità abbia mai attraversato. Jeremy Rifkin ha portato a sintesi questa sua visione nel suo nuovo libro IL GREEN NEW DEAL GLOBALE che ha presentato anche in Italia, e in questa occasione ha incontrato la Sindaca di Roma, Virginia Raggi.

Jeremy Rifkin e Virginia Raggi con il GREEN NEW DEAL

Vale la pena di ricordare che Roma è al centro delle attenzioni del visionario professore americano già da dieci anni. Infatti già nel 2010 Rifkin era stato chiamato ad chiamato ad elaborare un Master Plan per la Biosfera di Roma Capitale, che prevedeva già all’epoca che Roma si posizionasse all’avanguardia delle Città per la transizione energetica verso un modello post carbon ad alta intensità di lavoro, e rispettoso di ambiente e clima.

Il MASTER PLAN di Rifkin per Roma Capitale

Quel piano era stato elaborato con la collaborazione del prof. Livio de Santoli, pro Rettore dell’Università La Sapienza incaricato delle politiche energetiche che con Rifkin aveva scritto uno dei suoi libri più famosi, Le Comunità dell’Energia, per il quale sarebbe poi stato insignito del TRI Award, il riconoscimento che premia chi si distingue per l’affermazione dei principi e dei valori della Terza Rivoluzione Industriale.

Jeremy Rifkin e Livio de Santoli con il TRI Award 2012

Di tutto questo e di molto altro ha parlato Jeremy Rifkin con Davide Casaleggio sul Blog delle Stelle nelle cinque interviste che adesso andiamo a vedere più in dettaglio.

LE CINQUE INTERVISTE DEL BLOG DELLE STELLE A JEREMY RIFKIN

La prima delle cinque interviste, pubblicata lunedì 6 aprile, si incentra sull’analisi della nuova era, da Rifkin definita era della resilienza, che permetterà al genere umano di convivere con minacce globali come questa pandemia.

La seconda intervista pubblicata martedì 7 aprile illustra come le grandi rivoluzioni economiche nascano quando si verifica una convergenza fra un nuovo regime energetico, un nuovo modello di informazione e comunicazione e un nuovo sistema di trasporto che permettono un vero e proprio salto quantico nello spazio-tempo come è successo quando si è passati dalla Prima Rivoluzione Industriale, basata sull’energia del carbone, sul treno a vapore e sulla stampa meccanica, alla Seconda Rivluzione Industriale, basata sul petrolio, sulle auto, gli aerei e sulle comunicazioni radio e video.

Oggi, siamo alle soglie della Terza Rivoluzione Industriale, basata sull’energia solare in tutte le sue forme che converge con la comunicazione di internet e la mobilità sostenibile elettrica e a idrogeno a zero emissioni, di cui Beppe Grillo ha cominciato ad occuparsi già oltre 15 anni fa nel suo blog.

La terza intervista pubblicata mercoledì 8 aprile, verte sulla digitalizzazione dell’economia e il passaggio a una nuova economia della condivisione.

La quarta intervista andata in rete giovedì 9 aprile approfondisce la problematica della sharing economy e della transizione verso un’era in cui non conterà più la proprietà di beni e servizi ma l’accesso ad essi, come dimostra in modo esemplare il car sharing, che solo 20 anni fa sarebbe stato completamente inimmaginabile e oggi è diventato diffusissimo, e si interroga su come cambierà il mondo e la stessa organizzazione del lavoro in una economia basata non più su transazioni ma su flussi di scambi.

Nella quinta e ultima intervista, pubblicata venerdi 10 aprile, Rifkin orienta la riflessione sulle forme che assumeranno le imprese nella nascente Terza Rivoluzione Industriale che verrà accelerata dalla crisi del Coronavirus, e in che modo le ESCO rivoluzioneranno il mondo dell’energia rinnovabile distribuita di origine solare e alla portata di tutti, una vera e propria democratizzazione dell’energia, un settore che ha sempre provocato morte guerre distruzioni e inquinamento.

MES: TUTTE LE STRADE PORTANO A ROMA

Dopo l’infruttuosa riunione di martedì 7 aprile, ieri sera 9 aprile l’Eurogruppo (la riunione dei ministri finanziari dei paesi dell’Eurozona) è tornato a riunirsi raggiungendo un accordo su un pacchetto di misure di sostegno all’economia, riassunto in un rapporto che verrà proposto alla prossima riunione del Consiglio Europeo (la riunione dei capi di governo).

Nella comunicazione non è mancata l’enfasi sia da parte sia dell’on. Roberto Gualtieri, Ministro dell’Economia nel governo Conte bis, che di Paolo Gentiloni, Commissario Europeo agli affari economici, (entrambi membri del PD), che usando toni trionfalistici dichiarano la vittoria dell’Italia.

Posto che non si trattava di una guerra, che è affare molto più serio e drammatico, né di una partita di calcio, è curioso notare come anche il governo Olandese rivendichi la vittoria.

E già qui qualcosa non torna visto il duro scontro dei giorni scorsi proprio fra il paese dei tulipani e il bel paese.

Innanzitutto, veniamo al pacchetto di misure approvato dall’Eurogruppo. L’importo è rilevante, parliamo di una cifra superiore ai 500 miliardi di Euro divisi in tre misure distinte.

La prima è una misura di sostegno (già annunciata dalla presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen la settimana scorsa) del reddito e dell’occupazione chiamata “Sure”, ovvero una sorta di cassa integrazione europea proposta inizialmente dalla Commissione Europea, per 100 miliardi di Euro di prestiti garantiti da 25 miliardi contribuiti dagli Stati.

Ursula von der Leyen

La seconda è una misura a sostegno della liquidità delle imprese, una garanzia paneuropea da 25 miliardi di euro (sempre contribuiti dagli Stati) che serve a mobilitare prestiti fino a 200 miliardi destinati alle imprese (soprattutto PMI) ed ottenuti con fondi che la BEI raccoglierà su mercato e veicolerà attraverso istituzioni quali in Italia la Cassa Depositi e Prestiti.

La terza ed ultima misura è il ricorso al MES (Meccanismo Europeo di Stabilità) per un importo complessivo fino a 240 miliardi attraverso una nuova linea di credito denominata “Pandemic Crisis Support” (PCS) attivabile da qualsiasi paese che ne faccia richiesta.

Questa linea di credito, contrariamente a quanto previsto dal Trattato di costituzione del MES che prevede una linea di credito denominata ECCL (“Enhanced Conditions Credit Line”) che si attiva su richiesta del paese che non rispetta alcuni paramenti macroeconomici (i.e. rapporto debito/PIL non superiore al 60%), non prevedrebbe alcuna condizione macroeconomica da soddisfare, ma ha tuttavia un campo d’azione limitato ai soli finanziamenti della spesa sanitaria e di prevenzione.

Fin qui sembrerebbe una buona cosa ma veniamo alle note dolenti.

Questa nuova linea proposta sarà standard, ovvero non personalizzabile su ciascun stato ed erogabile nella misura massima del 2% del PIL del paese richiedente al 2019, da restituire in un arco di tempo massimo decennale.

Nel caso dell’Italia parliamo di un importo massimo finanziabile di circa 35/36 miliardi di Euro.

Questo elemento riveste notevole importanza per tre fattori:

– Il primo è che è l’esatto importo massimo erogabile all’interno del meccanismo di credito ECCL, non si discosta da quanto previsto originariamente dal MES.

– Il secondo è la dimensione: assai limitata per un paese come l’Italia che spende in media l’8,9% del PIL nella sanità (fonte Eurostat), anche alla luce dei 14 e oltre miliardi già versati dal paese come quota di contributo al MES. Al netto di questo contributo, il beneficio finanziario di breve/medio termine che ne deriverebbe all’Italia sarebbe contenuto a circa 22 miliardi di Euro. Considerando l’emergenza sanitaria che stiamo vivendo, è logico attendersi che l’esigenza di maggior spesa in materia di sanità debba estendersi ben oltre il 8.9% del PIL.

– Il terzo è la scadenza: il prestito va rimborsato in massimo 10 anni. Deve dunque essere chiaro che si tratta di un prestito, che come tale va ad aumentare il debito pubblico.

Si legge nel rapporto redatto dall’Eurogruppo che elemento fondante del ricorso alla PCS, che ripetiamo non richiede le medesime condizionalità stringenti della ECCL, è che “successivamente, gli Stati membri dell’Eurozona rimarranno impegnati a rafforzare i fondamentali economici e finanziari, coerentemente con il quadro di coordinamento e sorveglianza economica di bilancio dell’UE, compresa l’eventuale flessibilità applicata dalle competenti istituzioni”. Qui non è chiaro a cosa si riferisca quel “successivamente”.

Significa che possono essere inserite condizionalità simili o identiche a quelle previste per la ECCL in un secondo momento? Il rapporto non chiarisce ma sembrerebbe una concessione ai paesi del nord Europa. Se non adeguatamente spiegato, questo punto rischia di diventare la buccia di banana su cui scivola tutto l’accordo e sui cui si infrange la coerenza della posizione italiana.

Infatti, sarebbe necessaria una robusta dose di fiducia da parte dell’Italia per accettare una condizione così vaga e incerta conoscendo bene le posizioni ultra rigide ed ideologiche del fronte del rigore (Paesi germanici e del Nord Europa).

Il lavoro dell’Eurogruppo termina con la proposta di un “Fondo per la ripresa” di breve termine e dedicato a programmi nazionali di rilancio economico, gestito attraverso il “Bilancio comunitario” e finanziato dall’emissione di strumenti di debito comuni sui quali tuttavia non vi è alcun accordo.

Insomma, “Dum Roma consulitur, Saguntum expugnatur“, se consideriamo che per far fronte alle medesime necessità, ieri la FED ha annunciato che finanzierà il Tesoro per oltre 2500 miliardi di dollari senza indebitare lo Stato (attraverso emissione di moneta a credito e non a debito), a dimostrazione di cosa è realmente in grado di fare una vera Unione.

Mentre in America la Banca Centrale finanzia direttamente lo Stato con una cifra quintupla di tutto l’insieme delle misure del pacchetto europeo, in Europa, siamo alle solite: prestiti indiretti tramite istituti finanziari terzi (perché la BCE non può essere prestatrice di ultima istanza), e legati a condizioni per ora sconosciute, ma non eccedenti il 2% del PIL. In altre parole, in USA soldi gratis a tutti, in Europa soldi a prestito ma con condizioni forse peggiori di quelle del MES e in misura assolutamente irrisoria.

Ma non è ancora detto. Eh sì, perché la risposta da parte del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, sembra aprire uno spiraglio. Essa è stata affidata innanzitutto al solito Twitter, che ha reiterato la sua contrarietà al MES, contrarietà poi confermata con la conferenza stampa serale da cui è sembrato di capire che il premier foggiano abbia detto che l’Italia non si è opposta alla creazione della linea del MES per il Coronavirus, ma che essa non ci soddisfa e che dunque l’Italia non ne farà richiesta perchè continuerà a battersi per ottenere i Corona bonds.

Vedremo presto se questa interpretazione è veritiera o se è tutta una commedia messa in atto per esorcizzare il possibile conflitto fra le due componenti del governo. Infatti, da una parte il PD appare molto favorevole per bocca di Gualtieri e Gentiloni, mentre dall’altra il M5S per bocca di alcuni esponenti fra i quali il capo politico del Movimento Vito Crimi, ha dichiarato che il MES è strumento inidoneo e pericoloso.

Alcune domande sorgono perciò spontanee: per quanto tempo riuscirà Conte a mantenere sotto traccia queste posizioni chiaramente divergenti sul ricorso al MES? Si tratta di un conflitto sanabile? E se non lo fosse, che effetto può esso arrivare ad avere per la continuità dell’esperienza di governo?

E per quanto tempo ancora l’Europa potrà sopportare al suo interno simili contrasti che ne minano la stessa ragion d’essere, in un conflitto sempre più evidente fra egoismi nazionali dettati dalla finanza speculativa e slanci verso quel sogno europeo di Altiero Spinelli che comincia ad assomigliare sempre più a un incubo a causa del rigore totemico e moralista di alcuni Stati verso la stabilità finanziaria?

Alla fine vedremo che Roma si rivelerà forse più cruciale della stessa Berlino per le sorti della stessa Unione Europea, a conferma della vecchia credenza che … “tutte le strade portano a Roma”.

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Angelo Consoli (Presidente del Cetri-Tires)

Marco Fiorentini (analista finanziario)

CORONAVIRUS: ACCORDI E DISACCORDI IN EUROPA

….”Il governo italiano ha ceduto ai falchi del MES e accettato un accordo al ribasso“…”No! niente è deciso ancora!” Sull’accordo di Bruxelles in seno all’Eurogruppo se ne stanno sentendo di tutti i colori e le polemiche infuriano. Rifuggendo alla tentazione di prendere parte a un dibattito che potrebbe avere la durata di un fuoco di paglia cerchiamo invece di vedere esattamaentr cosa è stato deciso ieri all’Eurogruppo senza dimenticare che tutto deve ancora passare al vaglio del Consiglio Europeo dopo pasqua e lo facciamo riportando ampi stralci dell’articolo del corrispondente ASKANEWS da Bruxelles, Lorenzo Consoli, da molte parti considerato, il “Veterano” del giornalismo italiano a Bruxelles, che chiarisce molto bene, al dilà di qualunque polemica, i contnuti dell’accordo di ieri notte. Ci sembra giusto separare i fatti dalle opinioni e pubblicarli in modo separato. Con un successivo articolo daremo una interpretazione critica di questi fatti.
Nel frattempo i fatti sono questi.


ACCORDO ALL’EUROGRUPPO SULLE RETI DI SALVATAGGIO ANTICRISI
di Lorenzo Consoli
C Askanews

Coronavirus, l’accordo dell’Eurogruppo su misure anti crisiPacchetto da 500 mld con ‘Sure’, Bei e Mes “senza condizioni”Bruxelles, 10 apr. (askanews)

L’ANTEFATTO. COME SI ARRIVA A QUESTO ACCORDO
I ministri europei delle finanze hanno raggiunto un accordo ieri sera, durante una videoconferenza dell’Eurogruppo aperta anche ai paesi non appartenenti all’Eurozona, su un pacchetto di misure complessivo da circa 500 miliardi di euro per la risposta immediata alle conseguenze economiche della crisi del Covid-19.

La riunione dell’Eurogruppo allargato, che era stata sospesa mercoledì mattina dopo 16 ore di negoziati, era ripresa alle ieri alle 21.30, con quattro ore e mezzo di ritardo rispetto all’orario previsto, ma è poi durata solo mezz’ora. Il negoziato vero, evidentemente, si era svolto in precedenza, con colloqui ristretti fra il presidente dell’Eurogruppo, Mario Centeno, e i ministri dei paesi più coinvolti nella discussione: da una parte Italia, Francia e Spagna, dall’altra l’Olanda e la Germania (ma con Francia e Germania impegnate a mediare).
I ministri hanno prodotto un rapporto di quattro pagine che contiene tutte le proposte concordate, e che sarà consegnato ora al presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, per essere discusso poi da capi di Stato e di governo dell’Ue, come prevedeva il mandato che i leader avevano affidato all’Eurogruppo il 26 marzo scorso.

I CONTENUTI dELL’ACCORDO: PUNTO 1 PACCHETTO “SURE”
Il pacchetto comprende innanzitutto il nuovo meccanismo “SURE” proposto dalla Commissione per il sostegno (tramite prestiti per 100 miliardi di euro garantiti da 25 miliardi assicurati dagli Stati membri) ai sistemi nazionali di cassa integrazione.
I ministri si sono impegnati a completare in modo rapidissimo la procedura legislativa, affinché “SURE” sia operativo il più presto possibile, probabilmente già entro qualche settimana.
PUNTO 2:
FONDO DI GARANZIA PER LE PMI
A questo strumento per salvaguardare l’occupazione viene aggiunto poi un meccanismo finanziario per sostenere la liquidità delle imprese: una “garanzia paneuropea” da 25 miliardi di euro (messi sempre dagli Stati membri) che permetterà di mobilitare prestiti per 200 miliardi di euro, con fondi raccolti sul mercato dalla Banca europea per gli investimenti (Bei) e destinati alle aziende, soprattutto le PMI, tramite le banche nazionali di promozione come la Cassa dei Depositi e Prestiti italiana.
PUNTO 3: LINEA DI CREDITO DEL MES CONTRO IL COVID
Il terzo elemento del pacchetto, il più controverso, consiste nell’apertura di una linea di credito dedicata del Mes (il Fondo salva-Stati) da 240 miliardi di euro in totale, attivabile da qualsiasi paese membro che lo voglia. Questa linea di credito, battezzata “Pandemic Crisis Support”, non richiederà alcuna “condizionalità macroeconomica”, sarà accessibile a tutti gli Stati membri in base a termini standardizzati e uguali per tutti, ma avrà un campo d’applicazione circoscritto al finanziamento della spesa sanitaria e di prevenzione diretta e indiretta dei paesi membri, fino a un ammontare pari al 2% del loro Pil.La chiave dell’accordo sull’assenza di condizionalità del Mes (l’Olanda non accettava che i paesi beneficiari non si impegnassero a rispettare la disciplina di bilancio, almeno a medio termine) sta nella formula usata nel rapporto dell’Eurogruppo, che ribadisce semplicemente che tutti gli Stati membri dovranno sottostare alle stesse regole di sostenibilità finanziaria nel periodo post-crisi. “Successivamente – si legge nel rapporto – gli Stati membri dell’Eurozona rimarranno impegnati a rafforzare i fondamentali economici e finanziari, coerentemente con il quadro di coordinamento e sorveglianza economica e di bilancio dell’Ue, compresa l’eventuale flessibilità applicata dalle competenti istituzioni”.(Segue)##Coronavirus, l’accordo dell’Eurogruppo su misure anti crisi -2-Su emissioni di debito comune per la ripresa decideranno i leaderBruxelles, 10 apr. (askanews) –


4 IL FONDO COMUNITARIO PER LA RIPRESA ECONOMICA
Infine, l’accordo prevede che si lavori anche a un “Fondo per la ripresa” temporaneo e mirato, per il finanziamento a medio termine dei programmi nazionali di rilancio delle economie durante e dopo la recessione ormai inevitabile.Il Fondo sarà gestito “attraverso il bilancio comunitario”, e sarà finanziato con modalità e meccanismi ancora da decidere, compresi “strumenti finanziari innovativi”. Una formula, questa, che potrebbe comprendere gli eurobond o “Corona bond”, o comunque emissioni di debito comune, ma su questo non c’è accordo. I ministri delle Finanze si attendono di ricevere su questo punto, come sull’entità complessiva dei finanziamenti (che dovranno comunque essere “commisurati ai costi straordinari sostenuti nell’attuale crisi”, una mandato e degli orientamenti precisi da parte dei capi di Stato e di governo). Centeno, durante la conferenza stampa teletrasmessa, ha confermato che alcuni ministri insistevano per l’emissione di debito comune, mentri altri erano contrari e sostenevano che non è necessario. Il presidente dell’Eurogruppo ha detto che su questo “saranno cruciali le indicazioni (‘guidelines’, ndr) dei leader degli Stati membri”.

I CORONA BONDS
“Sui cosiddetti ‘Corona bond’ – ha aggiunto – non ho voluto chiudere la discussione, né pregiudicarla”.In altre parole, starà ora ai capi di Stato e di governo decidere se il Fondo per la ripresa comporterà finalmente la creazione di un vero e potente strumento di emissione di debito comune europeo, capace di mobilitare i finanziamenti che saranno necessari agli Stati membri più colpiti per superare la recessione e far ripartire a pieno ritmo l’economia; o se invece la disponibilità dell’Eurogruppo a lavorare a questo strumento rimarrà sulla carta, e il Fondo si ridurrà a qualche nuovo programma comunitario con un volume di investimenti inadeguato alle dimensioni senza precedenti di questa crisi.
Loc/Voz100157 APR 20
credits to ASKANEWS 2020


Jeremy Rifkin: “La globalizzazione morta e sepolta: la distanza sociale sarà la regola”

REPUBBLICA HA INTERVISTATO JEREMY RIFKIN SUL DOPO CORONAVIRUS. ECCO COSA NE È EMERSO…

Il guru dell’economia applicata all’ecologia: “Nella storia le trasformazioni epocali sono sempre state precedute da disastrose epidemie”. “Dovrà cambiare la governance mondiale, il futuro è nel Glocal e nelle Bioregioni”. Intervista di Eugenio Occorsio

Affari&Finanza – REP – 30 marzo 2020
«Beh, ci siamo arrivati all’abbattimento delle energie fossili e della CO2 nell’atmosfera che sono anni che vado predicando. Diciamo che avrei preferito di grandissima lunga che ci si arrivasse per altre vie». Trova il modo per un attimo d’autoironia a denti stretti Jeremy Rifkin, il guru mondiale dell’economia applicata all’ecologia. Però puntualizza subito il suo vero pensiero: «Spero che lei e la sua famiglia stiano bene. Questa è un’immane tragedia che lascia sgomenti. E quando sarà finita la carneficina faremo i conti con una crisi economica senza precedenti».

Mentre parliamo al telefono con il professore, chiuso come tutti nella sua casa (iperconnessa) di Washington, le agenzie battono la previsione di Morgan Stanley per il Pil americano: -30% nel secondo trimestre. Non solo nulla sarà come prima, ma non torneremo mai alla normalità, ha scritto il direttore dell’Mit Technology Review, Gideon Lichfield. Lei è d’accordo?

«Sicuramente sì. Bisognerà studiare nuove modalità di comportamento, studio, lavoro, vita sociale, per mantenere sempre una distanza di sicurezza l’uno dall’altro. E dovranno essere studiati di nuovo i teatri, gli stadi, i cinema, gli aerei, perché contengano meno gente e meno ammassata. Però io vado ancora più in là. Tanto per cominciare sarà necessario uno screening globale, come ha fatto la Corea, con test anti-corona per tutti. I dati andranno depositati, trovando qualche forma di tutela della privacy, in una piattaforma modello Blockchain a disposizione delle autorità anche internazionali. Fino a quando non sarà completata quest’operazione, dobbiamo rassegnarci: il virus resterà fra di noi, e visto che non si potrà mantenere il lockdown in eterno per non piegare definitivamente l’economia mondiale, bisognerà aspettare qualche remissione per riaprire (parzialmente) le porte, rassegnandosi comunque a richiuderle in fretta appena le terapie intensive degli ospedali segnaleranno qualche anomalo aumento degli accessi. Ma come dicevo, la rivoluzione dovrà andare ancora oltre, ridisegnando la governance mondiale».

Vuol dire che siamo alla Waterloo della globalizzazione, come lei pure avvertiva da tempo?

«La globalizzazione così come l’abbiamo conosciuta è morta e sepolta. E’ ora di prendere decisamente confidenza con il termine glocal. Io sono direttamente coinvolto in un progetto della commissione europea, parallelo e in parte propedeutico al “Green deal” lanciato dalla presidente Ursula von der Leyen. Si tratta delle “bioregioni”, cioè aree anche sovranazionali con particolare omogeneità e vocazione, dal punto di vista industriale, agricolo, culturale. Stiamo cercando di delinearne i confini per valorizzare le attività, le produzioni, gli scambi, all’interno di esse. Beninteso, visto che le tecnologie lo consentono, con il massimo dell’apertura e delle connessioni con il resto del mondo. La prima area campione che abbiamo analizzato è la “Haute-France”, la dorsale da Lione su fino a Dunquerque, una “rust belt” storica per la quale si può immaginare uno sviluppo industriale altrettanto importante e ovviamente più moderno. Abbiamo già riscontri favorevoli e i primi risultati in termini di investimenti. Altre aree per le quali abbiamo già studiato interventi specifici riguardano i Paesi Bassi e il Lussemburgo. Proprio in questi giorni ci stavamo concentrando sull’Italia. A proposito, quali “bioregioni” individuerebbe lei, quale reale differenza c’è oltre al clima fra il nord e il sud?»

Nasce il nazionalismo ecologico?

«Macché, non mi fraintenda. Le istituzioni politiche restano al loro posto nella pienezza dei loro poteri. Solo che vengono affiancate da un comitato di esperti, realisticamente che vivono nell’area interessata, potrebbero essere 300 persone fra accademici, sindacalisti, gente di cultura, insomma chi conosce il posto. Ad essi viene assegnato un periodo, diciamo dieci mesi, per fare le sue proposte. La presidente von der Leyen stava per rendere pubblico questo progetto, ma poi siamo stati tutti travolti da questa sciagurata pandemia. Anche negli Stati Uniti stavamo lavorando a un progetto analogo. Qui le bioregioni sono cinque, dai grandi laghi del nord al deserto della California. Abbiamo delle palesi difficoltà con la Casa Bianca però lo spartiacque è stato varcato con l’elezione nel novembre 2018 di una generazione di congressisti guidata da Alexandria Ocasio-Cortez, giovani e grintosi come solo i giovani sanno essere. E hanno un fortissimo seguito di opinione pubblica presso i loro coetanei e anche più piccoli».

Insomma, si potrebbe cogliere l’occasione di questa pausa tragica e forzata per ripensare completamente il nostro modello di sviluppo?

«Esattamente. Nella storia, le grandi trasformazioni epocali sono sempre state precedute da disastrose epidemie, compresa la rivoluzione industriale dell’inizio dell’Ottocento e andando indietro nei secoli dei secoli. E ogni volta si ripensa agli errori fatti. Qui, non per ripetermi, l’errore, chiamiamolo così per non usare termini più apocalittici, si chiama cambiamento climatico. Gli eventi estremi – incendi, alluvioni, maremoti, siccità, carestie – ormai arrivano con cadenza pluriannuale anziché ogni cinquant’anni come un tempo. E comportano sempre una fuga e una migrazione scomposta di uomini, animali e virus, che per sopravvivere – i virus – si attaccano disperatamente agli altri esseri viventi. Così si diffondono nel mondo».

Non dobbiamo più viaggiare?

«Parlo di fughe e migrazioni di massa. Però sì, a pensarci: lo sa con le teleconferenze quanto si risparmia in viaggi di lavoro, quanto inquinamento, stress, tempo sottratto alla famiglia? Perché qui torniamo sempre al punto di base: l’uomo deve diminuire lo spreco e il consumo di combustibili fossili. Non sono così ingenuo da pensare che il cambiamento avvenga in tempi immediati, però gli orizzonti temporali cominciano a stringersi, diciamo che ci restano vent’anni e non di più a disposizione. Non bisogna pensare a un impoverimento diffuso, semmai il contrario. La svolta da parte dei fondi pensione pubblici e privati di prelevare centinaia di miliardi di dollari dei loro investimenti dal settore dei combustibili fossili e dalle industrie collegate e reinvestirli nell’economia verde, già ha segnato l’avvento dell’era del capitalismo sociale. Ora abbiamo questa amarissima occasione: era meglio non averla, come dicevo all’inizio, però cerchiamo di coglierla. Anche perché tutte le grandi rivoluzioni industriali sono state caratterizzata dalla disponibilità di mezzi di comunicazione, di tecnologie e di fonti di energia. Se nell’800 c’era la stampa a caratteri mobili oggi abbiamo il web, e la stessa tecnologia ci dà la spinta necessaria con mille risorse dall’Internet of things alla digitalizzazione delle fonti rinnovabili. Nulla sarà più come prima, è vero, ma cerchiamo di far sì che sia migliore».

Il prof. Jeremy Rifkin in foto nel suo ultimo incontro a Roma lo scorso 22 ottobre 2019 nell’Aula Magna dell’Università Lumsa, con il suo direttore europeo Angelo Consoli e il coordinatore generale Antonio Rancati, davanti a 250 studenti, professori e opinion leader per parlare dell’educazione per Un Green New Deal globale e La Terza Rivoluzione Industriale: una Sharing Economy…

La caduta dei falsi miti europei della stabilità finanziaria comincia con il MES.

La Commissione Europea ha proposto l’applicazione della clausola di sospensione delle regole di stabilità finanziaria che governano l’appartenenza all’EURO, i tristemente famosi “Parametri di Maastricht” , per permettere ai paesi impegnati a contrastare l’emergenza Coronavirus di reperire le necessarie risorse finanziarie per questa complessa battaglia. Ma dove reperire questi fondi? Molti governi pensano che questa sarebbe l’occasione giusta per mettere alla prova il cosiddetto MES (meglio conosciuto come meccanismo salva stati ), ma si tratta diun meccanismo molto controverso e sotto accusa per le condizionalità giudicate specialmente dai paesi del sud come eccessivamente onerose. Riteniamo dunque necessario fare chiarezza e capire come funziona e cosa sia davvero il MES prima di avventurarci in un viaggio che potrebbe essere senza ritorno. Per questo abbiamo chiesto a Marco Fiorentini, membro della nostra ACADEMY, di scrivere una illustrazione critica di come funzioni questo totem della stabilità finanziaria europea, che sarà seguita da altre guide critiche su altri “Totem” della stabilità finanziaria europea, per capire perché siano disfunzionali e perché verranno spazzati via alla crisi pandemica mondiale innescata dalla fuga del virus con la coroncina dai laboratori cinesi di Wuhan.

Marco Fiorentini

Il Meccanismo Europeo di Stabilità, o MES (in inglese European Stability Mechanism – ESM) e conosciuto anche come “Fondo Salva Stati”, è uno strumento istituito il 23 marzo 2011 al di fuori del quadro giuridico UE1, con l’approvazione da parte del Parlamento Europeo2 delle modifiche apportate al Trattato di Lisbona (art 136 del TFUE inserendo il nuovo paragrafo 3), poi ratificate due giorni dopo dal Consiglio d’Europa3.

Entrato in vigore nel luglio del 2012 all’apice della crisi, il MES ha sostituito il EFSF (Fondo Europeo di Stabilità Finanziaria) che era stato costituito quando Irlanda e Portogallo si trovavano sulla soglia dell’insolvenza a seguito della grande crisi finanziaria iniziata del 2007.

Dunque, il MES non era previsto originariamente nei Trattati ma è stato creato ad hoc modificando il Trattato di Lisbona per consentire agli Stati membri di creare un’istituzione finanziaria permanente con sede a Lussemburgo. Cosa significa? Significa che il MES non è un istituto pubblico creato all’interno del quadro giuridico UE ma un’organizzazione intergovernativa costituita nel quadro del diritto pubblico internazionale4.

Questa distinzione è rilevante dato che contrariamente alle istituzioni comunitarie le organizzazioni governative sono saldamente in mano ai singoli governi. Poiché quasi la metà dei contributi al MES da parte degli Stati membri arrivano, come vedremo più in basso, da Germania e Francia, questi paesi sono anche i più influenti nelle decisioni dell’organismo (l’articolo 4 comma 4 del Trattato costitutivo del MES5 concede la deroga dell’approvazione delle decisioni con il minimo dell’85% dei voti, senza contare le astensioni).

Il MES è governato da un “Bord of Governors” presieduto dal Presidente dell’Eurogruppo e composto dai ministri delle finanze dei paesi dell’area euro, da un consiglio di amministrazione (“Board of Directors”) composto da membri scelti dai ministri finanziari che indica la via al Direttore Generale (oggi un tedesco di nome Klaus Regling) responsabile degli affari correnti dell’istituzione. C’entra anche il presidente della BCE con un ruolo da osservatore, al pari della Commissione Europea, quest’ultima rappresentata dal Commissario europeo agli Affari Economici (attualmente Paolo Gentiloni).

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Altre caratteristiche interessanti del MES sono:

  1. Art. 3 Il MES ha piena personalità e capacità giuridica, potendo dunque stipulare contratti, entrare in compravendite immobiliari e mobiliari. Tuti i suoi beni e fondi e averi godono dell’immunità totale da qualunque procedimento giudiziario e sono esenti da restrizioni, regolamentazioni, controlli e moratorie.
  2. Gli atti scritti e i documenti ufficiali non sono consultabili ma restano inviolabili. Anche i locali e gli archivi del MES sono inviolabili.
  3. Il personale del MES gode dell’immunità (art 32, punto 1) che può essere revocata solo dal Direttore Generale del MES (che però non può auto revocarla e dunque è intoccabile, art 35)

Lo scopo del MES è illustrato dall’articolo 12 del Trattato che lo istituisce6: “Ove indispensabile per salvaguardare la stabilità finanziaria della zona euro nel suo complesso e dei suoi Stati membri, il MES può fornire a un proprio membro un sostegno alla stabilità, sulla base di condizioni rigorose commisurate allo strumento di assistenza finanziaria scelto. Tali condizioni possono spaziare da un programma di correzioni macroeconomiche al rispetto costante di condizioni di ammissibilità predefinite”. Compito, e finalità, del MES è dunque quello di fornire assistenza finanziaria a uno stato membro che ne faccia richiesta nel caso in cui sia a rischio la stabilità finanziaria dell’intera area Euro ed ovviamente degli stessi membri del MES.

Spiccano tre elementi primari nelle finalità:

  1. La necessità che l’intervento di assistenza finanziaria debba essere preventivamente richiesto dallo Stato membro,
  2. Che tale Stato si trovi in una situazione di gravità tale da rischiare la stabilità finanziaria dell’intera area Euro, e
  3. Che esistono condizioni imposte allo Stato membro per ricevere assistenza finanziaria, e queste sono rigorose.

Iniziamo però dai fondi a disposizione del MES. Due le fonti di finanziamento: i versamenti (e le garanzie) degli stati membri, e la raccolta eseguibile sul mercato dei capitali attraverso l’emissione di obbligazioni.

La dotazione di capitale è fissata a un massimo di poco più di 700 miliardi di euro (di cui solo 500 prestabili), i finanziamenti diretti da parte degli stati ammontano a 80 e la quota dell’Italia è il 18% circa7.

I restanti 620 miliardi possono essere raccolti sul mercato obbligazionario sempre considerando la garanzia e l’impegno al rimborso degli stati membri. Pertanto, in ultima analisi l’impegno per il nostro paese è di 125 miliardi di euro: 14,3 già versati e la restante parte garantiti.

La Germania è il principale contributore con 22 miliardi versati (27% del totale) e la Francia il secondo con il 20,3%.

Veniamo alle condizioni per l’erogazione. Distinguiamo prima fra le due tipologie di erogazione previste dal trattato: PCCL (“Precautionary Conditioned Credit Line”) e ECCL (“Enchanced Conditions Credit Line”)8.

È importante capire la differenza fra queste modalità, perché ad esempio l’Italia potrebbe applicare solo per la seconda mentre la prima le è preclusa. Infatti, la definizione delle modalità di erogazione è stata fatta dividendo gli Stati in Buoni e Cattivi.

Gli stati buoni, quelli che hanno situazione finanziaria ed economica fondamentalmente solida (ad esempio il cui rapporto debito/PIL non supera il 60%), possono applicare al PCCL impegnandosi al rispetto del Patto di Stabilità e Crescita e delle procedure sull’eccesso di disavanzo.

Tutti gli altri devono applicare al ECCL impegnandosi al contempo a soddisfare le rigorose condizioni di cui all’articolo 12 sopra citato.

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La prima cosa che salta all’occhio è che non si capisce come uno stato che ha il rapporto Debito/PIL talmente basso possa essere interessato a chiedere assistenza al MES attraverso la PCCL.
Uno Stato in queste condizioni ha evidente libero accesso al mercato che di questi tempi lo premia accettando tassi d’interesse negativi. Ad esempio, perché la Germania dovrebbe chiedere supporto al MES sostenendo dei costi (è prevista la copertura dei costi e un tasso d’interesse – cfr art. 20 del Trattato di costituzione del MES9) quando il mercato la soddisfa per tutte le sue esigenze di finanziamento? E infatti non esistono grandi dettagli sulla PPCL dato che appare piuttosto poco realistico un suo impiego.

Resta la ECCL. Anche qui gli Stati che applicano devono avere una situazione finanziaria sostanzialmente solida, però con alcuni parametri fuori limite, ad esempio il già citato rapporto Debito/PIL. L’accesso all’ECCL può essere tuttavia garantito solo se lo Stato richiedente soddisfa altre condizioni:

  1. Prima di ogni erogazione, nelle modalità descritte di seguito, lo Stato assistito si impegna a firmare un “Memorandum d’Intesa” nel quale conferma di voler rispettare il Fiscal Compact, ovvero l’insieme delle regole fiscali della UE (rapporto Debito/PIL sotto il 60%, la riduzione del debito al ritmo del 5% l’anno, un deficit annuale inferiore al 3% e un saldo strutturale positivo)
  2. Il debito dello Stato richiedente deve essere reputato sostenibile, e dei quali è confermata la capacità di rimborso, secondo le metodologie definite dalla Commissione Europea e della BCE, sentito eventualmente anche il FMI (cioè la Troika) ed ovviamente il MES; non basta, perché il punto 12 del Preambolo al Trattato recita che possono essere invitare istituzioni finanziarie private (leggasi banche internazionali) in qualità di osservatori a partecipare alle riunioni che hanno il compito di effettuare tali valutazioni
  3. Nel caso in cui non vi sia una visione comune, allora la Commissione Europea si occuperà di dare una valutazione genarle della sostenibilità del debito mentre la capacità di rimborso viene valutata dal MES
  4. L’erogazione può avvenire per un importo massimo del 2% del PIL del paese richiedente, ovvero nel caso dell’Italia parliamo di un massimo di 36 miliardi di euro circa
  5. Il rimborso del capitale previsto è previsto in un arco di tempo fra 5 e 10 anni
lots of euro bills on the table

Un primo commento è che evidentemente il MES prima di essere un organismo di sostegno finanziario agisce come organo di governance, dato che impone allo Stato richiedente l’impegno a soddisfare il Fiscal Compact. Il secondo commento è più che altro l’osservazione di una contraddizione: se lo Stato richiedente ha debito solido e capacità di rimborso, allora lo saprà anche il mercato che sarà disposto a concedere credito ad un adeguato tasso d’interesse. Perché uno stato in queste condizioni finanziarie dovrebbe alzare la mano e domandare assistenza finanziaria al MES?

Se queste condizioni fossero imposte all’Italia, il nostro paese si troverebbe costretto ad operare tagli alla spesa pubblica per 115 miliardi l’anno nell’ipotesi di tornare al rapporto debito/PIL a 60% in dieci anni.

Riassumendo:
il MES è un’istituzione intergovernativa al di sopra delle leggi comunitarie e dei singoli stati, costituita in un periodo di stress nella storia dell’Unione Europea (crisi del debito sovrano, 2012) alla quale partecipano finanziariamente tutti i paesi dell’Eurozona con contributi diretti (come detto, l’Italia ha già versato 14 miliardi), e ai cui finanziamenti un paese in difficoltà potrà accedere solo se a rischio crollo (elevato rischio macroeconomico e di stabilità per l’Unione Europea), previa l’accettazione da parte sua di rigorose condizioni di aggiustamento macroeconomico.

In altre parole, l’Italia, che è il terzo contributore diretto ed indiretto al MES, non solo non può accedere ai suoi contributi perché se ne è spossessata, ma per avere aiuto dal MES dovrà sottostare alle condizioni rigorose di cui si è parlato e, se tutti sono d’accordo (o la maggioranza qualificata dell’85% dei paesi, che poi significa dei governi di questi paesi ricordando che la Germania ha il 27% e la Francia il 20% circa), ottenere una linea di credito dell’importo massimo di 36 miliardi di Euro (2% del PIL). Linea di credito significa, per chi la ottiene, ulteriore debito.

Questa è la massima contraddizione del MES: un paese indebitato, si sottopone ad ulteriore indebitamento per contribuire al MES e quando non ce la fa più viene “curato” con altro debito che dovrà ripagare in toto entro 5/10 anni a fronte di condizioni assai rigorose.

Se dobbiamo basarci sull’esperienza ad oggi acquisita con il caso Grecia, queste misure rigorose sono facilmente identificabili: una robusta svalutazione interna ottenuta attraverso aumenti d’imposta, introduzione di imposte patrimoniali, taglio delle pensioni, riduzione dei salari, tagli di spesa pubblica, privatizzazioni.

Insomma, le istituzioni Europee per salvare un paese ne impongo il sostanziale impoverimento. Non è difficile vedere in questo programma l’intenzione punitiva che chi ha pensato al MES ha voluto mettere in pratica.

Non è difficile pensare che nel 2012 il potere contrattuale non era nelle mani dei paesi più deboli, quelli della periferia europea. Quelli che furono chiamati dispregiativamente PIIGS (dalle iniziali di Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna).

Un ulteriore elemento di complessità nel quadro generale dei meccanismi di sostegno ai paesi membri dell’eurozona in difficoltà finanziaria è dato dal legame fra MES e OMT. L’OMT, o “Outright Monetary Transactions”, è uno strumento istituito dalla BCE sempre nel fatidico 201210, che concede alla Banca Centrale il potere di acquistare direttamente e illimitatamente titoli a breve termine (da uno a tre anni e condizionatamente alla sterilizzazione, ovvero al mantenimento della base monetaria) emessi da paesi in gravi e conclamate difficoltà macroeconomiche. L’importanza dell’OMT è immediatamente evidente: consente alla BCE di agire in qualità di prestatore di ultima istanza, garantendo di conseguenza una corretta trasmissione della politica monetaria altrimenti impossibile nell’economia del paese richiedente.

Tuttavia, fra i prerequisiti per l’attivazione dell’OMT vi è l’obbligo del paese in difficoltà di aver preventivamente richiesto l’attivazione del MES11. È evidente come l’azione della BCE perda di autonomia, restando confinata nel perimetro di decisioni prese da Stati “sani” nei confronti di Stati “deboli”. Difficile non vedere anche in questo caso un’intenzione punitiva, uno stigma vero il paese in difficoltà e privo della necessaria forza negoziale per perseguire i propri interessi.

In conclusione, l’impressione che se ne trae dal modo in cui il MES è stato costruito è che serva al potere per intervenire ogni qual volta ritenga che la moneta unica sia a rischio di esistenza, imponendo una stringente governance, che somiglia molto alla cessione di sovranità, al paese richiedente che dal suo canto non ha la forza per rifiutare una cura che rischia di essere peggio della malattia.

Sorge spontanea la domanda se l’imposizione di un’agenda macroeconomia da parte di un’istituzione finanziaria ad un paese che non è in grado di rifiutarla abbia o meno a che fare con la democrazia.

Marco Fiorentini

1 Banca d’Italia: https://www.bancaditalia.it/media/fact/2019/mes_riforma/index.html

2 https://www.europarl.europa.eu/news/it/press-room/20110322IPR16114/meccanismo-di-stabilita-parlamento-approva-necessarie-modifiche-al-trattato

3 https://eur-lex.europa.eu/LexUriServ/LexUriServ.do?uri=OJ:L:2011:091:0001:0002:IT:PDF

4 Senato Italiano, Legislatura 18ª – Dossier n. 187

5 T/ESM 2012-LT/it pag.12

6 T/ESM 2012-LT/it pag.27

7 https://www.ilsole24ore.com/art/mes-cos-e-e-come-funziona-fondo-salva-stati-ACGaaC2

8 https://corrierequotidiano.it/economia/mes-cose-e-come-funziona-il-fondo-salva-stati/

9 T/ESM 2012-LT/it pag.36

10 https://www.ecb.europa.eu/press/pr/date/2012/html/pr120906_1.en.html

11 https://www.lavoce.info/archives/2243/inizia-lera-omt/

The Fourth Industrial Revolution does not exist!

It is finally out the book conceptualized two years ago by German economist Klaus Schwab, inventor of the “exclusive Davos Club”  (the World Economic Forum).

It took him two years to get from the initial definition paper published by the Foreign Affairs Review (which can be viewed here based on the original Davos paper that can be downloaded here )   to the actual book that is presented by the publisher as a great novelty in the panorama of the new ideas (but really only repeats in the “chow and spit” format, concepts that Jeremy Rifkin has been expressing in due and fully researched fashon for the last 30 years, since he wrote his book “Entropy“.

Mr

Schwaub, defines his idea of Fourth Industrial Revolution” as  “ the inexorable shift from simple digitization (the Third Industrial Revolution) to innovation based on combinations of technologies (the Fourth Industrial Revolution)“. This very statement suggests that the author did not took the bother to even read the back of the cover of THE THIRD INDUSTRIAL REVOLUTION, book, never mind reading “THE ZERO MARGINAL COST SOCIETY” where all the aspects of the “the innovation based on combinations of technologies” are exhaustively covered since 2014, when he did not even know that Industrial Revolutions exist.

Schwab argues (echoing Rifkin)   “the key technologies driving this revolution and discusses the major impacts expected on government, business, civil society and individu­als. … We all have the opportunity to contribute to developing new frame­works that advance progress”.

But the only concrete suggestion that comes out from his pen is a warning at risks implied by the possible social riots that will be unleashed by the unavoidable effects to “disrupt the labor market” . In fact Schwaub argues that “the revolution could yield greater inequality, particularly in its potential to disrupt labor markets. As automation substitutes for labor across the entire economy, the net displacement of workers by machines might exacerbate the gap between returns to capital and returns to labor. On the other hand, it is also possible that the displacement of workers by technology
will, in aggregate, result in a net increase in safe and rewarding jobs.
We cannot foresee at this point which scenario is likely to emerge, and history suggests that
the outcome is likely to be some combination of the two.

Yes, Mr Schwaub belongs to that old school that thinks that economic scenarios “emerge”  alone by themselves like irresistable forces of nature,  No possible doubt that “economic scenarios”  are designed and forged by man. They simply “happen” by decision of the Gods of the Economy (with Capital E) because the Economy is a Science governed by unchangeable laws like Physics, laws which human beings cannot govern or influence but can only observe and suffer.

Then the Author goes on.

Discontent can also be fueled by the pervasiveness of digital technologies and the dynamics
of information sharing typified by social media. More than 30 percent of the global population
now uses social media platforms to connect, learn, and share information. In an ideal world, these interactions would provide an opportunity for cross­cultural understanding and
cohesion. However, they can also create and propagate unrealistic expectations as to what
constitutes success for an individual or a group, as well as offer opportunities for extreme
ideas and ideologies to spread.

Yes because, you know? all these people enabled by new technologies might get the wrong idea and pursue protagonism true false ideologies spread…

Also government must be aware of the danger!

As the physical, digital, and biological worlds continue to converge, new technologies and platforms will increasingly enable citizens to engage with governments, voice their opinions, coordinate their efforts, and even circumvent the supervision of public authorities.”

God forbid! Do not let the citizen  use the new technologies and platforms to circumvent the supervision of public authorities. The government must be in charge. Of course not with businesses. That would be an intrusion in economic freedom. But when it comes to simple citizen, then the government must use all its authority to prevent “citizen to engage with covernments”…

The analysis on what the government should and shuould not do in face of this new “citizen enabling” revolution goes on: ”

“Ultimately, the ability of government systems and public authorities to adapt will determine their survival. If they prove capable of embracing a world of disruptive change, subjecting their structures to the levels of transparency and efficiency that will enable them to maintain their competitive edge, they will endure. If they cannot evolve, they will face increasing trouble.
This will be particularly true in the realm of regulation. Current systems of public policy and decision-making evolved alongside the Second Industrial Revolution, when decision-makers had time to study a specific issue and develop the necessary response or appropriate regulatory framework. The whole process was designed to be linear and mechanistic, following a strict “top down” approach.
But such an approach is no longer feasible. Given the Fourth Industrial Revolution’s rapid pace of change and broad impacts, legislators and regulators are being challenged to an unprecedented degree and for the most part are proving unable to cope.
How, then, can they preserve the interest of the consumers and the public at large while continuing to support innovation and technological development? By embracing “agile” governance, just as the private sector has increasingly adopted agile responses to software development and business operations more generally. “

Finally, Mr Schwab becomes a faithful supporter of Jeremy Rifkin’s vision and concluding on a high note declares that “In the end, it all comes down to people and values. We need to shape a future that works for all of us by putting people first and empowering them. In its most pessimistic, dehumanized form, the Fourth Industrial Revolution may indeed have the potential to “robotize” humanity and thus to deprive us of our heart and soul. But as a complement to the best parts of human nature—creativity, empathy, stewardship—it can also lift humanity into a new collective and moral consciousness based on a shared sense of destiny. It is incumbent on us all to make sure the latter prevails

But these are just words. The facts remain that governments must “embrace agile governance” and “mantain their competitive edge” (a concept that should not apply to public powers but only to private businesses).

Bearing in mind that the above mentioned definitions given by the authors, of the Third and the Fourth Industrial Revolutions clearly shows that he has not understood either, we then go now to see more in detail how according to Mr Schwab the industrial revolutions can be recognized:

Schwab says that the First Industrial Revolution introduced steam-powered and mechanized production. The Second Industrial Revolution introduced electric power and mass-production processes. The Third Industrial Revolution introduced the digitalization of technology. He then declares that “now a Fourth Industrial Revolution is building on the Third, the digital revolution that has been occurring since the end of the last revolution. It is characterized by a fusion of technologies that is blurring the lines between the physical, digital, and biological spheres.”

But here’s the hitch. The very nature of digitalization — which characterizes the Third Industrial Revolution — is its ability to reduce communications, visual, auditory, physical, and biological systems, to pure information that can then be reorganized into vast interactive networks that operate much like complex ecosystems. In other words, it is the interconnected nature of digitalization technology that allows us to penetrate borders and “blur the lines between the physical, digital, and biological spheres.” Digitalization’s modus operandi is “interconnectivity and network building.”  In other words the  “simple digitization” that is supposed to characterize the Third Industrial Revolution and the “innovation based on combinations of technologies”  that is supposed to connote the Fourth Industrial Revolution, perfectly coincide in the Third Industrial Revolution. That’s what digitalization has been doing, with increasing sophistication, for several decades. This is what defines the very architecture of the Third Industrial Revolution.

Which raises the question: why, then, a Fourth Industrial Revolution? Here we should ask the enlightement of Jeremy Rifkin who, in an editorial published by th Huffington Post on January the 15th (that you can read in its full lenght at this link:  https://www.huffingtonpost.com/jeremy-rifkin/the-2016-world-economic-f_b_8975326.html ) explains: “Perhaps, realizing he’s on thin ground, arguing that “blurring the lines” between the physical, digital, and biological world is somehow a qualitatively “new development” that necessitates the postulation of a Fourth Industrial Revolution, Professor Schwab switches his argument away from what the technology does, concentrating rather on the dramatic temporal, spatial, and organizational effects of digitalization, suggesting that the changes are so pronounced that they warrant the exiting of the Third Industrial Revolution and the entrance of the Fourth Industrial Revolution onto the world stage. Schwab writes, “there are three reasons why today’s transformations represent not merely a prolongation of the Third Industrial Revolution, but rather the arrival of a Fourth and distinct one: velocity, scope, and systems impact.” On closer examination, Schwab’s argument that a qualitative change in the velocity, scope, and systems impact of the new technologies forces a shift from a Third to a Fourth Industrial Revolution fails to hold up on several grounds.
The plunging fixed costs of digital technology, the near zero marginal cost of utilizing it and the intrinsic interconnected nature of the technology itself is what has enabled a qualitative leap in “velocity, scope, and systems impact” for the past twenty-five years. Certainly Professor Schwab is aware that digital technology — the heart of the Third Industrial Revolution — has been responsible for unleashing exponential curves, disrupting entire sectors of the economy, and creating new business models for several decades, beginning with the doubling of capacity and the halving of cost of computer chips at Intel, bringing the cost of computing to near Zero Marginal Cost.
Wherever digital technology has spread — personal computers, cell phones, the World Wide Web, social media, data storage, digital music and video, renewable energy technology, fabrication technology, robotics, artificial intelligence, gene splicing and gene sequencing, synthetic biology, GPS tracking, and now the Internet of Things — the velocity, scope, and systems impact has been both exponential and transformative. Again, this has been going on for decades.

The music industry, television, the news media, the knowledge sector, and more recently, the energy sector, transport sector, and retail sector have been massively disrupted and diminished by the free sharing of music, YouTube videos, e-books, social media, Wikipedia, and Massive Open Online Courses at near Zero Marginal Cost. Millions of people are also producing renewable energy at near Zero Marginal Cost, car sharing and home sharing at low marginal cost, producing 3D printed products at low marginal cost, and increasingly transferring their shopping to virtual retail. At the same time, while traditional industries have declined, thousands of new entrepreneurial enterprises — some profit driven, others nonprofit — have arisen. These new enterprises are harnessing the productivity potential of the digital revolution by creating the digital platforms, algorithms, apps, and interconnections, speeding humanity into the digital era and a Third Industrial Revolution.

Still, despite the fact that for several decades now, the introduction and spread of digital technology and accompanying networks across sector after sector has gone hand-in-hand with exponential curves whose velocity, scope, and systems impact has been massively disruptive and forced a wholesale rethinking of the way we do business, Professor Schwab argues that “the speed of current breakthroughs has no historic precedent.” Quite the contrary.

Nor are exponential curves and velocity, scope, and systems impact only unique to the digital revolution. Consider, for example, the exponential curves and the velocity, scope, and systems impact that accompanied the First Industrial Revolution as society was forced to make a wholesale transformation from a largely agricultural society to an industrial economy in less than four decades. Would Professor Schwab have said that the dramatic change in velocity, scope, and systems impact during the First Industrial Revolution justify naming it a Second Industrial Revolution at some point, even though the defining technologies of the First Industrial Revolution were still operational and not yet replaced by the Second Industrial Revolution technologies and infrastructure? Doubtful!”

What makes a break between Industrial Revolutions os not a quantitative change in pace and velocity of the defining technologies, but a quality change in those technologies. This happens, (explains Rifkin), when three defining technologies emerge and converge to create what we call in engineering, a general purpose technology platform that fundamentally changes the way we manage, power, and move economic activity: new communication technologies to more efficiently manage economic activity; new sources of energy to more efficiently power economic activity; and new modes of transportation to more efficiently move economic activity.
For example, in the 19th century, steam-powered printing and the telegraph, abundant coal, and locomotives on national rail systems gave rise to the First Industrial Revolution. In the 20th Century, centralized electricity, the telephone, radio and television, cheap oil, and internal combustion vehicles on national road systems converged to create an infrastructure for the Second Industrial Revolution.

These are not simple quantitative changes of the technologies velocity and pace! These are quality indications of an historic great economic paradigm shift!
That’s what qualifies as a new industrial revolution and not a simple modulation of intensity of the same industrial revolution.

This is where Mt Schwaub theory falls to its epic fail!

As Jeremy Rifkin concludes, ” The Third Industrial Revolution — the digital revolution — has yet to reach its vast potential, making it far too early to declare it over and done. It is possible that a new technology revolution, as powerful, expansive, and far-reaching in its impact on society as digitalization, will come along in the near or distant future, at which time we might affix the label “Fourth Industrial Revolution.” Until then, we can safely mantain that the Fourth Industrial Revolution does not exist!

 

After spending €587 million, EU has zero CO2 storage plants

INVESTIGATION

The following investigation was published on the EU Observer last September 25th and we decided to re publish it in view of its translation that we are taking care of on the Italian Page of the TIRES-CETRI web site, to spread information and sparkle a debate on how badly EU tax payers money is wasted just to permit the fossil industry to survive a few more years. In fact what we learn from this investigation is that, like in the Wolkswagen diesel scum two years ago, there is NO clean way to make energy from fossil fuels. And all attempts to establish that,  resulted, results and will result in an intolerable waste of public resources and a diversion of public funds from much more needed clean and zero marginal cost Third Industrial revolution solar energy technologies. The only sustainable economic plans are decarbonized economic plans. All the rest is a travesty and should be banned immediately for a fast transition to a post carbon, T.I.R. society.

Angelo Consoli
President of the Third Industrial Revolution European Society (T.I.R.E.S.)

Trans-Adriatic Pipeline, a major risk for banks, as well as for the environment

A new analysis warns that TAP could be a blood bath for the financial institutions even before being an environmental hazard. The Third Industrial Revolution SOciety is proud of having been the engine of the opposition to this useless, harmful project since day one.

NO COAL Brindisi with CETRI-TIRES’ President Angelo Consoli, at the NO TAP march on 20th of September 2014

An analysis published today by the finance watchdog groups Counter Balance and BankTrack has warned potential commercial bank investors to steer clear of the Trans-Adriatic Pipeline (TAP) owing to the project’s non-compliance with the Equator Principles, a set of risk management guidelines for project finance adopted by 89 commercial banks around the world. [1]

Based on a range of evidence from Albania and Greece, where TAP construction is under way and posing threats to numerous communities, and Italy, where the €5 billion gas pipeline’s construction is stalled due to extensive local and regional opposition as well as ongoing legal challenges, the new analysis comes a day ahead of the latest high-level Southern Gas Corridor Advisory Council meeting in Azerbaijan which will involve representation from the corridor’s transit countries, the European Commission, the USA and international public development banks. [2]

According to the TAP company, the 879 kilometre pipeline project will affect approximately 19,060 plots of land and approximately 45,000 land owners and users in Albania, Greece and Italy. At least 13 complaints from affected individuals and stakeholder groups about the TAP company’s implementation of the project in Albania, Greece and Italy have already been submitted to the European Investment Bank, which has been considering the TAP project for finance since August 2015.

Reflecting these complaints, the NGO analysis identifies problematic issues related to compensation for land owners, the TAP company’s heavy-handed approach to land acquisition and pipeline routing, and – in Italy – the project’s fundamental lack of preparedness which has resulted in a string of legal disputes still awaiting verdicts in the Italian courts.

Xavier Sol, director of Counter Balance, said:

“The European Commission’s alarming cosying up to the hardline Azerbaijan regime for more fossil fuels which Europe doesn’t need is now resulting in serious, direct headaches for Europeans, as our new analysis of the TAP project reveals. The likes of the European Investment Bank and the European Bank for Reconstruction and Development which are considering finance for TAP should be aware of these ongoing failures in the project construction. If they should choose to rubber stamp TAP in its current state, it would not give the project a clean bill of health for private banks to enter into the financing.”

Yann Louvel, Climate and Energy campaign coordinator at BankTrack, said:

“Private banks need to be aware about the shoddy way in which the TAP project is proceeding on the ground, far removed from the public relations fanfare ringing out from the governments involved. Serious impacts to communities and the environment are cropping up and not getting resolved. For banks which have signed up to the Equator Principles, this has to mean that TAP is a no-go investment. The reputation of the Equator Principles has suffered recently from the Dakota Access Pipeline debacle in the US, and banks need to make sure these lessons are learned when it comes to TAP.”

 

Read the full report here.

Germany goes Hydrogen to 2026!

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Klaus Bonhoff – N.O.W.

We received from Dr. Klaus Bonhoff Managing Director of NOW GmbH
(Nationale Organisation Wasserstoff- und Brennstoffzellentechnologie)
(National Organization for Hydrogen and Fuel Cell technologies)

(Courtesy of  Byron McCormick)

the very important information that the German Government has approved to continue the National Innovation Program for Hydrogen and Fuel Cell Technologies (NIP) for another ten years (2016-2026).

While in the first phase (2007-2016) the target was on market preparation of respective web_bra_001_dr-_klaus_bonhoff_dr-_christopher_hebling__werner_diwald_dr-_bernd_pitschak_markus_bachmeier_5923technologies, with the result of market-ready technical performance,  the second phase (2016-2026) will focus on (i) continued R&D to further reduce costs and (ii) market activation. Market activation for transportation will especially include support for a commercial development of a hydrogen station network (e.g. via H2 Mobility Germany), development of hydrogen production based on renewable power (electrolysis), incentive programs for fuel cell vehicles (especially rail and busses) and green logistics (FC applications at production sites, airports etc.).dsc00304_488x324

Very soon we’ll make available a translation of the program document that was approved by the German Government on Sept. 28th, 2016.

 

 

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Best regards,

Klaus Bonhoff

 

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Rome from the “integrated” waste management ( = incinirators) to the virtuos closing of the Consumption cycle with NO WASTE

13873164_10208435752146283_3206294684886037752_nThere has been an awful lot of talking these last days on Paola Muraro, the new Rome Environment chief who has been working for the Waste Utility AMA for the last 12 years and represents no discontinuity with the catastrophic management of the waste cycle in the eternal city.

Zero Waste means a revolution towards the circular economy and  ten steps towards a virtuous closing of the consumption cycle without waste. In this sense Ms Muraro professional experince and competence is the opposit of what is needed.

She obviously belongs to a completely opposit culture, mentality and spirit having been for the last 12 years the main consultant of AMA supervising the inciniration related plants and processes, and the President of the association of the pro incinirators lobby in Italy Atia-ISWA.

She was responsible for the managment of the two AMA MBT plants who lie in disastrous conditions, and for the policies concerning the organic waste which is organized “exporting” 150 tons of organioc waste a day (!!!) on trucks to the compost plant of Pordenone in Northern Italy, a process that press sources report as the result of dodgy tendering process that saw Ms Muraro as a consultant to AMA to write the tendering specifications and to the Company Bioman who won.

The Rome prosecutor office has opened a criminal investigation against Ms Muraro for her relations with “Mafia Capitale” personalities and for environmental violations reported by citizen of the Colleferro incinirators on the toxic quality of the MBT material that was certified non toxic by Ms Muraro according to the prosecutor claims, while instead it was.

In 2014 after  Ms Muraro in her capacity of the incinirators supporters lobby ATIA-ISWA wrote a letter of complaint to Rai television for having broadcast the film, Trashed that she accused of making “environmental ill information and misguidance about the health risks of the incinirators“, (http://www.atiaiswa.it/2014/07/29/trashed-la-disinformazione-ambientale/), the 5 Star Movement wrote an article against her accusing of being the top lobbyist for incinirators (see   http://www.movimento5stelle.it/parlamento/ambiente/2014/08/il-film-trashed-le-polemiche-e-quel-disperato-bisogno-di-monnezza.html).
The choice of Ms Muraro doesn’t find any possible justification under no point of view, because she needs mixed waste to justify her services, and is absolutely unable and unwilling to plan any  strategy to reduce the outrageous amount of 3.000 tons of mixed waste that are incredibly produced dayly by the City of Rome (so much so that “waste reduction” is completely disappeared by the Roman radar screen.

She is instead very clear that that Rome should use Cerroni’s plants paying an outrageous amount of money  per ton to use his very expensive waste chopper and MBT facilities, as reported by newspapers who unveiled that she met with Cerroni’s people even before she got appointed in order to make this unbelievable deal (anything but reducing waste!).

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ZERO WASTE Master, Paul Connett

One can ask what has that to do with a Zero Waste Strategy promoted world wide by professor Paul Connett as main reference for the circular economy?

Which part of the REDUCE/REUSE/RECYCLE/REDESIGN strategy does the Rome Mayor not understant that she has appointed Ms Muraro as Environment Chief of the City of Rome?

Justifiers of this wicked choice mantain that Ms Muraro, regardless to her pro incinirators past, will now have to implement the Rome administration Zero Waste strategy.

But is that really so? In this analysis of  the Rome Metropolitan Zero Waste Network, it is evident that it’s the opposit. It’s not Ms Muraro that is complying with Zero Waste, but it is the City of Rome that is complying with Ms Muraro / Mr Cerroni’s vision of the waste management, adopting the controversial “Gestione Integrata” which has no ambition of reducing or reusing but simply recycling a very small part of the waste produced, and leave  the rest to be treated by MBT and chopping plants to end up in incinirators.
It is evident that when this Mayor says Zero Waste, she means something different, from what Zero Waste really is, as one can see by this article she wrote on Beppe Grillo’s blog a few days ago.

In that article she claimes Zero Waste strategy by referring to vague policies “aiming at the culture of reuse and recycle” (whatever that means), while the only concrete example of a Zero Waste action she claims is the fact of having made ordinary manteinance to MBT plants (see http://www.ilblogdellestelle.it/con_coraggio_ca.html).

It is evident that there is no ZERO WASTE  plan for Rome despite the bombastic announcements of the pre-elections program (see http://www.beppegrillo.it/movimento/virginiaraggisindaco/singola2.html).

A plan that has obviously ended up in a Trash bin as soon as the word “Muraro” was pronounced by the Mayor.

The truth is, as this analysis shows, that Zero Waste is completely out of the Roman administration radar screen, and the city guidelines speak of a way less ambitious “Gestione Integrata” of the Waste Management.

This document hopes for a rapid correction of route towards a Zero Waste oriented policy based on existing legislation (deliberation 219/2014 of the Roman City Council), and calls for the 5 Star city government to stick to the origional Zero Waste claim and remain faithful to the strategy proposed by Paul Connett.

And by the TRASHED Film that Ms Muraro considers “ill informed” and “environmentally misguiding”.

(the document is in Italian and will be made available also in English soon).
___________________________________________-

Dalla gestione “integrata” a quella “orientata” dei rifiuti urbani a Roma

Zero Waste Roma-logo

Siamo appena entrati nella tanto attesa fase di “rivoluzione popolare” da parte del M5S e
di un auspicato “nuovo corso” da avviare in molte grandi e piccole città sulla base del
terremoto delle ultime elezioni amministrative, tra cui spicca per ruolo guida nazionale la
conquista della guida di Roma Capitale ovviamente.
E proprio da Roma Capitale ci aspettavamo segnali chiaramente distinguibili di
“discontinuità” ma soprattutto di “alternatività” a quanto sinora era stato messo in campo
dalle precedenti giunte nella gestione dei rifiuti urbani, sulla scorta di normative tuttora
ancorate al gestire i rifiuti urbani, soprattutto nelle Regioni del Centro Sud del paese, come
un problema di igiene pubblica legato allo smaltimento dell’immondizia utilizzando e
promuovendo largamente tecnologie nocive come megadiscariche ed inceneritori.
Ci aspettavamo quindi quel salto di qualità o di “paradigma” che da un decennio
abbiamo diffuso e condiviso con i movimenti tra cui il M5S, che anzi ne ha fatto uno
dei cinque valori fondanti, che risponde al percorso “verso rifiuti zero”, nuovo paradigma
che parte dall’esclusione pregiudiziale dell’uso di tecnologie nocive per la salute e
l’ambiente come megadiscariche ed inceneritori per avviare finalmente il ciclo virtuoso che
trasforma attraverso un percorso graduale ma ben delineato i rifiuti in “scarti differenziati”
da cui ricavare nuovi materiali nell’ottica di una vera sostenibilità del sistema e del suo
habitat.
Tale percorso “verso rifiuti zero” è esattamente quello che abbiamo promosso noi
per primi a Roma sin dal 2007, condividendolo con la nascente rete di Meetup e con il
neonato M5S nel 2009, sino al lancio di una specifica Delibera di Iniziativa Popolare nel
2011 con un vasto Comitato promotore, che ha visto dopo tre anni ed un lungo confronto
tecnico la condivisione dei suoi principi ed obiettivi con la giunta Marino, e la sua
approvazione in Aula Capitolina a dicembre 2014 come Delibera AC n. 129/2014.
Un patrimonio culturale che abbiamo quindi condiviso con la città e con quanti come il
gruppo consiliare del M5S ne hanno apprezzato quello spirito innovativo e rivoluzionario,
pur astenendosi al voto come gruppo di opposizione, contenuto in particolare nella parte
relativa all’istituzione di una rete di Osservatori municipali e comunale che ha introdotto un
nuovo concetto di Partecipazione Popolare e di “confronto permanente” sul territorio. Una partecipazione che passa dalla semplice “consultazione” dei cittadini ad un
possibile percorso di “decisionalità condivisa” tra cittadini ed amministratori in
organismi paritari che si assumono il compito di monitorare l’attuazione del percorso e di
informare i territori, in cui la delegazione civica dovrà essere espressione della parte attiva
presente nei territori e farà da portavoce anche delle risultanze di “Forum cittadini” aperti a
tutti in cui si discuterà delle criticità presenti ma anche delle proposte alternative.
Tutto ciò non sembra sia stato né valutato né tantomeno citata la Delibera AC n. 129/2014
sia nel programma elettorale del M5S, pur condivisibile in larga parte, che nel documento
di “Linee programmatiche 2016-2021 della giunta Raggi” approvato in Aula Capitolina che
disegna i cardini dell’attività della presente consiliatura.
Anzi nel citato documento programmatico ci ritroviamo illustrati concetti che
ritenevamo superati dal M5S come la “gestione integrata” dei rifiuti, presente
nella normativa sin dalla originaria legge Ronchi, e che elenca nel vetusto T.U. vigente (D.
Lgs. 152/2006) la previsione “integrata” di filiere “antagoniste” come il ricorso sia alla
raccolta differenziata ed al riciclaggio (per il recupero di materia) che all’incenerimento ed
allo smaltimento in discarica (per la distruzione di materia) oltre che le modalità di gestione
tra enti diversi territoriali.
Infatti nel citato documento programmatico non solo non si trova neppure una riga di
commento rispetto alla uscita dalla attuale filiera “inceneritorista” in atto da anni, con
la cessazione della produzione del pessimo CDR nei TMB di Rocca Cencia e via Salaria
ed il suo conferimento negli inceneritori di Colleferro o in altri inceneritori del Nord, ma
neppure si ipotizza la loro riconversione a “recupero di materia” concetto teorico pur
accennato ma senza alcuna descrizione attuativa.
Tanto per essere chiari, si dovrebbe intanto prendere atto che l’ex decreto Sblocca Italia
oggi Legge 133/2014 ha già stabilito la costruzione nel Centro Sud di nove nuovi
inceneritori e dei sei inceneritori già autorizzati, tra cui ricadono sia l’esistente ma
fermo “Malagrotta 1” ed il già richiesto raddoppio con l’avvio di “Malagrotta 2” che
l’ampliamento del mega-inceneritore di ACEA a S. Vittore-FR ed un nuovo inceneritore nel
Lazio da 215mila ton/anno ancora da ubicare, con la previsione per il LAZIO con il
parere favorevole della giunta Zingaretti di passare dalle attuali circa 450.000 ton/anno
di incenerimento autorizzato al suo raddoppio con ben 940.000 ton/anno !!!!
Noi chiediamo invece l’attuazione di una “gestione orientata” dei rifiuti di Roma, ed
orientata molto precisamente “verso rifiuti zero”, dal momento che non ci sono più
neppure gli impedimenti normativi passati in merito al conferimento in discarica di frazioni
di scarto “ad elevato contenuto energetico”, che si era tradotto nell’inevitabilità di
incenerirle “per legge”, e ribadiamo quanto in parte già contenuto nella Delibera AC n.129/2014 rispetto alle previsioni impiantistiche contenute ai commi 9 – 10 – 11 ed in parte
quanto rappresentato alla precedente giunta Marino ma non inserito nella Delibera stessa:
1) la conferma della attuazione piena del principio di “autosufficienza” di Roma
Capitale all’interno del suo territorio e l’ubicazione di piccoli impianti di “prossimità” per
il trattamento dei rifiuti di livello municipale, ubicati in ogni Municipio eccetto quelli del
Centro storico;
2) la realizzazione una rete capillare di infrastrutture comunali, con Centri di Riuso
per i beni usati e Centri di Raccolta per i rifiuti domestici da ubicare in ogni
Municipio,
3) la chiusura della produzione di CDR intanto nei due impianti TMB di AMA, la loro
riconversione a “recupero di materia”, migliorando la separazione della frazione organica
ed aggiungendo la selezione con un impianto in coda per separare carta e plastica,
materiali da avviare a riciclo industriale od estrusione con altri scarti di plastiche
eterogenee per la produzione di “plasmix” a bassa temperatura;
4) la delocalizzazione degli impianti TMB di AMA fuori dai centri abitati e la
realizzazione di nuovi “piccoli” impianti TMB riconvertibili, il riutilizzo dei due impianti
esistenti modificati con la riconversione ad impianti di selezione per il multi-materiale
secco stradale e domiciliare, una lavorazione da re-internalizzare in AMA che ne
eviterebbe di pagare sia i costi dei sub-appalti ai privati che la cessione gratuita del valore
dei materiali;

piras consoli

5) la previsione di piccoli impianti di riciclo del secco e di compostaggio aerobico
dell’umido tarati sull’utenza del bacino municipale, in cui la previsione sia di costituire
Sub-Ato nei quindici Municipi con una autonomia gestionale implementata con il percorso
di decentramento operativo di AMA e con il necessario ma graduale avvio della
trasformazione dei Municipi in “Comuni Metropolitani”;
6) la previsione di piccoli depositi, nei Municipi dotati di impiantistica, per un futuro
riutilizzo di scarti di lavorazione dalle frazioni secche non riciclabili post-selezione da
TMB o scarti provenienti dalle frazioni residue domiciliari ma non recuperabili con le attuali
tecnologie, in attesa di nuovi processi di recupero dei materiali.
Ora è del tutto evidente che questo rappresenti il Programma strategico al 2021,
mentre al momento stanno crescendo giorno dopo giorno le condizioni per la
proclamazione dello stato di emergenza rifiuti a Roma ed il suo commissariamento a cura
del Governo, condizione che ucciderebbe nella culla la nuova giunta di Virginia Raggi e la
confusa ed omissiva programmazione quinquennale adottata dai neo Consiglieri Comunali
distratti e forse talmente emozionati dal non aver nemmeno letto i contenuti delle Linee
citate, visto che non c’è neppure una riga sull’alternativa all’incenerimento ed agli esistenti impiantisti di TMB di AMA, che pure continuano a produrre un pessimo CDR da incenerire
a Colleferro od in qualsiasi inceneritore del Nord.
Quello che vorremmo capire della giunta Raggi e dal M5S, al di là della cronaca legata
alla gestione dell’emergenza romana in agguato, è se la voluta omissione di un giudizio
sulla Delibera AC n. 129/2014 e di una chiara posizione anti-inceneritorista derivi dalla
visione “integrata” della sua assessora Muraro e da una possibile riedizione a Roma del
“sistema pubblico-privato” di Hera Ambiente (che in Emilia Romagna gestisce sia ben
sette inceneritori che una raccolta differenziata circa al 50% anche per ovvie esigenze di
“alimentazione dei forni”).
Una operazione forse già pianificata (?) attraverso un accordo strategico tra AMA e
CO.LA.RI. giustificato dalla pre-emergenza in atto che chiuderebbe qualsiasi dubbio in
merito alla contesa in atto ed all’indirizzo da dare alla “gestione integrata” dei rifiuti
romani, specialmente se nel contempo si registrerà la mancanza di una capacità politica
“alternativa” ad affrontare i rischi connessi ad una decapitazione dei vertici di AMA per
procedere alla totale ristrutturazione dell’azienda comunale AMA spa che implica scelte
coRaggiose ma anche dirompenti.
Una ristrutturazione che dovrebbe vedere al centro del processo i lavoratori ed i
tecnici di AMA che elaborano insieme agli amministratori comunali ma anche ai cittadini
un “Piano straordinario provvisorio” in cui si taglino tutte le consulenze esterne e le
posizioni dirigenziali non di stretta necessità, si re-internalizzino le lavorazioni appaltate
all’esterno e si proceda con un fondo straordinario ad hoc all’assunzione straordinaria di
nuovo personale e di nuovi mezzi da utilizzare per l’estensione immediata della
raccolta porta a porta in tutta la città che resta l’unica alternativa all’emergenza se
vengono insieme attivati anche gli strumenti di monitoraggio popolare sul territorio.
Tale Piano straordinario infatti dovrebbe vedere la sua attuazione con una
gigantesca e capillare Campagna di comunicazione, attivando subito in forma
sperimentale gli Osservatori municipali e comunale “verso rifiuti zero” come
strumento di monitoraggio – proposta – confronto permanente tra Amministrazione –
AMA da una parte e la parte più attiva della cittadinanza dall’altra per prevenire
fenomeni di vandalismo o di abbandono attraverso gruppi di controllo civico volontari.
Roma 26 luglio 2016
Il Presidente di Zero Waste Lazio
Massimo Piras
piras

Per ulteriori approfondimenti:
Su Rifiuti Zero:

Sull’economia circolare:

NASCE L’ALLEANZA PER L’ECONOMIA CIRCOLARE

“WALK ON WATER” to support Medicines Sans Frontieres refugees support work.

“If I could walk on water I don’t have to cross that bridge,
If I could walk on wather I won’t give my body to the sea”

Bai Kamara Jr and a host of other top Belgian artists release a new single in support of Médecins Sans Frontières Belgiums Refugee support work

BKJ
Bai Kamara Jr.

Bai MSF
Sierra-Leonian a
uthor and singer Bai Kamara Jr has donated his song If I Can Walk on Waterto Médecins Sans Frontières Belgiums refugee support work, for a fund-raising collaboration.

The song has been recorded with the generous participation of a number of BelgiSchermata del 2015-12-16 13:50:15an Artists including Daan, Guy Swinnen (The Scabs), Marie Daulne (Zap Mama), Stéphanie Blanchoud, Manou Gallo, and Beverly Joe Scott (Solo Artist and Judge on The Voice
Schermata del 2015-12-16 13:50:55
Belgique). All proceeds raised will go directly to M
édecins Sans Frontières Belgium.

Bai said: After seeing the horrific images of refugees and their families drowning on the beaches of Turkey and on the Mediterranean coast I called AZG/ MSFwith whom I had collaborated in the past and told them about my idea of recording the song, “If I could Walk On Water” with a handful of Belgian artist who I know would be generous with their talent for a worthy cause.

To make this worthwhile collaboration a success we need your participation. Schermata del 2015-12-16 13:49:23You can show your support by sharing the video and purchasing the song on iTunes, Amazon Downloads, and other digital outlets, and asking all your friends to do the same. Lets make this fund raising program a big success for Médecins Sans Frontières Belgium.

All the proceeds of the sales and composers rights of this of the song will go directly to Médecins Sans Frontières Belgium to thank them with their efforts in helping the refugees.

Schermata del 2015-12-16 13:49:35

All artists, musicians, technicians, distributors and studios gave their time for free for this project.

Schermata del 2015-12-16 13:51:57

Links:

You can watch the video at this YouTube link:
 https://youtu.be/f7OeiIY0ELA

iTunes: https://itunes.apple.com/be/album/if-i-could-walk-on-water-single/id1064143792

Amazon: https://amzn.com/B018UTKW3M

Information

For donations:

Bank account for the campaign:

BE53 7320 2523 9653

The payment code “WALK ON WATER”

Artists:

Daan:Lead vocals

Guy Swinnen:lead vocals

Marie Daulne:Lead vocals

Stéphanie Blanchoud:Lead vocals

Beverly Jo Scott:Lead vocals

Nina Babet:Background vocals

Kiù Jérôme:Background vocals

Daddy Waku:Background vocals

Marie-Ange Tchaï Teuwen:Background vocals

Anna Claire Bullock: Reading

Manou Gallo:Bass

Jon Bradshaw:Percussion

Bai Kamara Jr:Acoustic guitar & lead vocals

Eric Moens:12 string & electric guitar

Co-produced by Steve Bullock & Eric Moens

Arrangements Eric Moens & Manou Gallo

Recorded & engineered by Steve Bullock at Zinne Studios, Brussels

Mixed by Mark Francois

Schermata del 2015-12-16 13:48:09

keep it in te groundSo, what was the deal in Paris? Adam Vaughan, of “The Guardian” sheds some light for us on what appears like a very controversial agreement in which everybody agreed to have vey ambitious but not binding commitments. It is worth recalling that the Guardian is the only newspaper who undertook a campaign to plede the end of the fossil era… Keep it in the Ground… ———————————–

Adam Vaughan
I’ve just returned from Paris, where exhausted delegates from 195 countriesagreed on the first ever universal deal on climate change.

There was no end of superlatives for the Paris Agreement. It would be a turning point in human history, transformative, momentous, historical, according to François Hollande, Ban Ki-moon, Al Gore and the many other dignitaries in the French capital. 

This deal would be a game-changer and redefine future economic development, Jim Yong Kim, the World Bank president, told my colleague Fiona Harvey.

The atmosphere at COP21, where the deal was struck after several sleepless days and last minute haggling over a verb in the 31-page text, was unprecedented in two decades of climate talks, according to veterans of the negotiations. 

When Laurent Fabius, the French foreign minister and president of the talks, announced the deal’s adoption and brought down his leaf-shaped gavel, the halls of the summit erupted with applause. UN and French officials laughed, hugged, held hands aloft on stage and gave thumbs-up to the crowd. Even journalists clapped.

Not everyone thinks the deal goes far enough, and the carbon curbs it’s linked to are entirely voluntary. But, as Barack Obama put it, the Paris Agreement is the “best chance” we have of stopping dangerous global warming. 

Adam Vaughan
Editor, theguardian.com/environment

Reading list:

 

Keeping temperature rises below 1.5C

Governments have agreed to limit warming to 1.5C above pre-industrial levels: something that would have seemed unthinkable just a few months ago.

There is a scientific rationale for the number. John Schellnhuber, a scientist who advises Germany and the Vatican, says 1.5C marks the point where there is a real danger of serious “tipping points” in the world’s climate.

The goal of 1.5C is a big leap below the 2C that nearly 200 countries agreed as a limit six years ago in Copenhagen. But bear in mind we’ve already hit 1C, and recent data shows no sign of a major fall in the global emissions driving the warming.

As many of the green groups here in Paris note, the 1.5C aspiration is meaningless if there aren’t measures for hitting it.

Pledges to curb emissions

Before the conference started, more than 180 countries had submitted pledges to cut or curb their carbon emissions (intended nationally defined contributions, or INDCs, in the UN jargon). These are not sufficient to prevent global temperatures from rising beyond 2C – in fact it is thought they will lead to a 2.7C rise or higher.

The INDCs are recognised under the agreement, but are not legally binding.

Long-term global goal for net zero emissions

Countries have promised to try to bring global emissions down from peak levels as soon as possible. More significantly, they pledged “to achieve a balance between anthropogenic emissions by sources and removals by sinks of greenhouse gases in the second half of this century”.

Experts say, in plain English, that means getting to “net zero emissions” between 2050 and 2100. The UN’s climate science panel says net zero emissions must happen by 2070 to avoid dangerous warming.

Jennifer Morgan of the World Resources Institute said the long-term goal was “transformational” and “sends signals into the heart of the markets”.

Take stock every five years

187 countries have put forward their plans for how to cut and curb their emissions beyond 2020, as far out as 2030.

But those pledges are not enough to keep warming below 2C, beyond which climate change is expected to have catastrophic impacts. According to several analyses, the plans will see around 2.7-3C.

That’s why the text has a review mechanism to ramp up those pledges every five years, in order to make them strong enough to keep under 2C. The first stocktake will happen in 2018, but the first one under the deal happens in 2023. The text promises that parties “shall undertake … [the] first global stocktake in 2023 and every five years”.

Loss and damage

The deal includes loss and damage, a mechanism for addressing the financial losses vulnerable countries face from climate impacts such as extreme weather.

But it also includes a clause that will keep the US happy – that it won’t face financial claims from vulnerable countries hit by climate change: it “does not involve or provide a basis for any liability or compensation”.

Money

Finance to help developing countries adapt to climate change and transition to clean energy was an important sticking point in the negotiations. This part of the deal has been moved into the non-legally binding “decision text” – a sop to the US, which knows it would not be able to get such a pledge of cash past the Republican-controlled Senate.

The draft text says that the countries “intend to continue their existing collective mobilisation goal through 2025”. That means the flow of $100bn (£66bn) a year will continue beyond 2020. By 2025 the draft agreement undertakes to improve on that “from a floor of $100bn”.

 

 

 

Life after capitalism…

Is there Life after Capitalism?

Jeremy Rifkin shed liSchermata del 2015-12-11 15:51:08ght on the raise of the collaborative Commons, the internet of things, the sharing economy and the transition from the economy of possession to the economy of access, the evolution from consumer to the “prosumer”, the technological unemployment (but also the technological employment)… and the “end” of the European Dream.

See all of this in this 6 minutes long interview on Europarl TV by Maria Maggiore…

 

Schermata del 2015-12-11 15:49:43 Schermata del 2015-12-11 15:51:58

Schermata del 2015-12-11 15:51:22 Schermata del 2015-12-11 15:51:32 Schermata del 2015-12-11 15:51:43 Schermata del 2015-12-11 15:52:13

UBER CARS AND THE ZERO MARGINAL COST REVOLUTION

When the German Court took a decision against Uber Cars Jeremy Rifkin made a substantial comment on the Huffington Post. First of all are we sure that UBER Cars is “Sharing Economy”?

Bloomberg via Getty ImagesIn a stunning decision, the German court system yesterday banned Uber, the global carsharing service, from operating in the country, citing safety risks and lack of regulatory oversight. The court decision is part of a much larger story unfolding around the world. A new economic system — the Collaborative Commons — is beginning to flourish alongside the conventional capitalist market, wreaking havoc on traditional industries. (The Collaborative Commons is a digitalized space where providers and users share goods and services.)

Uber’s success is due, in large part, to the morphing of the Internet into a super Internet of Things, allowing carsharing services and other types of enterprises to operate on a Collaborative Commons, at near zero marginal cost, undercutting the higher fixed and marginal costs of conventional businesses. (Marginal cost is the cost of producing an additional unit of a good or service after fixed costs have been absorbed.)

The near zero marginal cost phenomenon has already transformed the “information goods” industries as millions of consumers turned prosumers and began to produce and share their own music, videos, news, and knowledge for free in a Collaborative Commons on the Internet, disrupting the recording industry, film and television, newspapers and magazines, and book publishing.

Now, the zero marginal cost phenomenon is moving from the virtual world to the brick-and-mortar economy. The Communication Internet is converging with an embryonic automated Logistics and Transport Internet and a fledgling Energy Internet, combining communication, mobility, and energy into a single operating system — a Third Industrial Revolution. Billions — and soon trillions — of sensors will connect everything in the economy, continuously feeding Big Data across the Internet of Things platform, allowing enterprises and hundreds of millions of prosumers to use the information to reduce the marginal cost of producing and sharing physical things and services to near zero, just as we have done in producing and sharing information goods on the current Internet.Businesses like Uber are able to set up a website with low fixed costs, connecting thousands of potential drivers to their service at near zero marginal cost. Uber trumps traditional taxi services by utilizing GPS guidance on a Logistics Internet to connect riders with drivers, at near zero marginal cost to the company.

Carsharing services like Autolib’ are taking mobility a step further, introducing electric vehicles in Paris and London powered, in part, by green electricity. In Paris, 140,000 subscribers have taken 5 million trips since 2011. While the fixed costs of the harvesting technologies to generate green electricity are decreasing exponentially, the marginal cost of producing renewable energy is near zero. The sun and the wind are free and only need to be captured and stored.

Electricity companies are beginning to transform their transmission grids into a digitalized Energy Internet, enabling millions of prosumers to share their green electricity with others across electricity lines. (On May 11th, 74% of the electricity powering Germany came from renewable energy.) The transformation of the global electricity grid into an Energy Internet will allow hundreds of millions of people to travel in car-shared vehicles powered by near zero marginal cost energy.

Soon, even the marginal labor cost of driving shared cars will plunge to near zero, as driverless vehicles — connected to the Internet of Things — replace human operators. Google, General Motors, Mercedes, and others companies are already testing driverless vehicles.

Looking further down the road, micro manufactures will be able to 3D-print electric and fuel cell vehicles, at low fixed costs, further weakening the prevailing auto industry. Local Motors, a US based company, will introduce the Strati, a 3D printed electric vehicle, at the International Manufacturing Technology Show in Chicago in September. While the car uses an electric powertrain from a Renault Twizzy, its chassis is printed out in a single piece. The seats, dashboard, hood, and trunk are also 3D printed. The Strati is produced in layers and the additive manufacturing process uses approximately one tenth of the materials needed to produce factory made automobiles.

Uber and other carsharing services reflect a fundamental shift in how a younger generation views mobility. Millennials prefer access to ownership; why purchase a car, when Uber and other carsharing services can provide convenient and instant mobility on a Collaborative Commons at a fraction of the cost of owning an automobile? Each car-shared vehicle eliminates 15 personally owned cars.

Carsharing services are just the tip of the zero marginal cost iceberg. Millions of people are also sharing apartments and homes, clothes, tools, and other goods and services on the emerging Collaborative Commons at low or near zero marginal cost. A 2012 study found that 62% of Gen-Xers and Millennials are attracted to the notion of sharing goods, services, and experiences with one another.

The conventional capitalist market is not going to disappear. New companies, like Uber, will thrive, primarily as aggregators of shared network services, allowing them to prosper as powerful partners in the coming era, but they will no longer be the exclusive arbiters of economic life. We are entering a world partially beyond markets where we are learning how to live together in an increasingly interdependent global Collaborative Commons. Germany and other governments around the world will need to create the appropriate legal framework to allow the sharing economy to grow.images

This is the link to the original article: http://www.huffingtonpost.com/jeremy-rifkin/uber-german-court_b_5758422.html

1.5 stay alive! A cry from Paris (by John Vidal from The Guardian)

John Vidal
John Vidal

John Vidal, environment Editor of the Guardian reports from Paris at a crucial time when the negociating teams are deciding weather they have an agreement or not. For all those who  want to be informed of what is really going on in Paris, especially with regards to the “money issue” (how to fund the poorer countries in order to fight climat change)  we reccommend careful reading of this report and its attachments.

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John Vidal, Environment Editor – The Guardian

It is crunch time in the UN climate talks in Paris. We had the diplomats wrangling last week but now the politicians have taken up the baton and with only the next day and a half to go, countries are going to have to make their mind up what they want and what they are prepared to sacrifice.

On Wednesday afternoon the French hosts published a draft of the final negotiating text. It’s a bit shorter, there are many fewer brackets (points of disagreement that are still unresolved), but all the core sticking points remain unresolved. Last night the countries met in plenary to give their reactions, and today there will have to be movement if there is to be a deal.

Chinese-pollution-001
Night during the day: Chinese pollution yesterday whil Paris talks

The good news, especially for poor countries, is that the new text now includes the figure of 1.5C as one of three options for a target rise in temperatures (this piece by my colleague Adam Vaughan explains what impacts are likely to be associated with each extra degree of rise). The other options of “2C” and “under 2” are still there but it does suggest that the pressure put on countries by development groups, churches, the media and others to be ambitious has paid off. Its another matter whether that is the final figure agreed.

Finance to help poorer countries to adapt to climate change will be a major issue and the text recognises the $100bn figure promised by 2020, but indicates that this is just a starting point. Although no ongoing figure is given.

Equally, the thorny issue of loss and damage (what some poor countries see as compensation for climate impacts) is in the text but with no new language around it. That probably means that no-one is prepared to compromise yet.

As I write this around 400 people from environment and development groups are inside the centre demonstrating that they want countries to be ambitious. The cry is “1.5 to stay alive.”

The next 24 hours will decide if there is to be a deal. There will have to be compromises made but by lunchtime we should have the bones of a final agreement. Then there will be long plenary sessions, possibly another text, and a deal possibly on Friday night or Saturday morning.

It could all go wrong but the mood here is positive. Whether they can now find a way through the labyrinth of alternatives and brackets is another matter.

John Vidal, environment editor, The Guardian

Thursday reading list:

March towards a green future like terminator, says Arnold Schwarzenegger

John Vidal2
John Vidal – Is the COP 21 lifting off?!?

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