samedi, juillet 4, 2020

Parma: Il Modulo ECO diventa Blu e vince.

Il caro Architetto prof. Francesco Fulvi non sbaglia mai un colpo.

Francesco Fulvi

Il prestigioso membro del comitato scientifico del CETRI-TIRES, continua a raccogliere successi con i suoi studenti della classe 4ªA Biotecnologie ambientali dell’Itis Leonardo da Vinci nel corrente anno scolastico 2019/2020.

Dopo aver collezionato riconoscimenti in tutta l’Italia con il suo modulo ECO, progettato e realizzato dai suoi studenti come dimostratore di una edilizia a zero emissioni, una iniziativa che è diventata il prestigioso teatro per manifestazioni accademiche scientifiche e tecniche, illustratrice di nuovi paradigmi sostenibili a emissioni zero nel mondo delle costruzioni, dell’architettura e dell’edilizia, ma anche per manifestazioni di carattere culturale come la presentazione del disco della bravissima pianista italiana e testimonial della Green Economy Vanessa Benelli Mosell, e non si è fatto fermare nemmeno dalla pandemia, e anzi, durante il lock down le sue attività si sono moltiplicate.

Non solo didattica a distanza, ma anche progetti come questo del Blu Modulo Eco, sviluppato nell’ambito dei percorsi per le competenze trasversali e per l’orientamento, che ha visto protagonista la classe 4ªA Biotecnologie ambientali dell’Itis Leonardo da Vinci.

I ragazzi hanno partecipato al concorso B Corp School, organizzato da InventoLab, un contest sulla realizzazione di B Corp, cioè start up che presentino elevate performance ambientali e sociali.

Dal 27 maggio al 4 giugno si sono sfidate in videocall 14 classi di medie e superiori con l’obiettivo comune di creare impatti positivi: progetti scalabili, tecnologici e circolari in grado di trasformare sprechi in risorse e di sensibilizzare i rispettivi territori di appartenenza su tematiche ambientali.

Il progetto B Corp School, realizzato da Invento Innovation Lab con il
contributo di Gruppo Chiesi, Davines, Wekiwi, Assimoco, Nativa, Abafoods,
Bottega Filosofica, B Lab e Assobenefit ha visto sfidarsi 12 classi
provenienti da 9 istituti superiori in 4 regioni diverse d’Italia a colpi
di sostenibilità.


I premi per le start up vincitrici sono stati offerti da Save the Duck,
Patagonia, Organizzare Italia, Le Village Parma, Davines e Yves Rocher.
Parola d’ordine di quest’anno: «Resilienza», la capacità di adattarsi al
cambiamento e di superare le difficoltà. Ed è così che docenti, studenti,
mentor e organizzatori si sono trovati ad affrontare e superare
egregiamente la difficile sfida del Covid-19: nel giro di poche settimane
è stata riorganizzata completamente la didattica per permettere il
proseguimento dei lavori e mantenere alte l’attenzione e il coinvolgimento
di tutti, garantendo la buona riuscita dei progetti. Gli studenti, aiutati
dai professori Fulvi e Spennato, hanno costituito, quindi, la loro start
up B Corp e hanno individuato la mission dell’impresa, dimostrando non
solo capacità inventive, ma anche manageriali.

La soluzione vincitrice degli studenti potrebbe essere già attuata nel
prossimo anno scolastico nel nascente BLU MODULO ECO del loro istituto


Partendo dalla riflessione per cui l’inquinamento è responsabile di molti
danni alla salute, la 4ªA BA ha avuto l’idea di ridurre l’inquinamento
dell’aria riciclando i capelli e, allo stesso tempo, dar loro una nuova
vita come pannelli termoisolanti e termoacustici. In questo modo, si
potrebbe diminuire lo spreco di un materiale che potrebbe avere una nuova vita ecologica e sostenibile nell’ambito delle costruzioni. Inoltre, il
recupero della materia prima direttamente dai parrucchieri comporterebbe
una diminuzione di spese per gli stessi professionisti, che pagherebbero
meno tasse per lo smaltimento rifiuti, e per la collettività grazie al
minore utilizzo di inceneritori o termovalorizzatori. L’utilizzo pratico
dell’idea, inoltre, permetterebbe di diminuire il costo dei pannelli
isolanti, dato il basso costo della materia prima.


La soluzione Isol Hair per i pannelli termoisolanti e termoacustici del
BLU MODULO ECO dell’Itis Leonardo da Vinci – Parma (foto 2)

La Isol Hair ha convinto la giuria del concorso, formata da esperti del
settore, provenienti da enti camerali, editoria, giornalismo,
multinazionali e start up, che ha attribuito alla classe il Premio B SDGs,
consistente in alcune collaborazioni con la Hub per lo sviluppo di start
up Le village di Parma e in alcuni benefit dalla ditta Patagonia, con la
seguente motivazione: «Un progetto che ha dimostrato di essere innovativo,
facilmente scalabile, circolare, concreto e che affronta un problema
invisibile.

Francesco Fulvi con Antonio Rancati e la TRI LED LAMP


Viene premiata la capacità di coinvolgere diverse filiere e di utilizzare
una risorsa che nessuno sfrutta (come i capelli), per creare un nuovo
prodotto innovativo e che ha potenziali impatti positivi sui consumi
energetici, il consumo di risorse e le emissioni di gas serra». Al di là
della soddisfazione per il premio, è importante sottolineare come gli
studenti coinvolti si siano impegnati a fondo per realizzare un’idea che
non sia solo economicamente valida, ma anche sostenibile da un punto di
vista ambientale.

Il Modulo ECO nel cuore di Parma

Una nuova sensibilità che i ragazzi stanno sempre più
acquisendo e che dimostra che è possibile pensare a un nuovo modo di fare
impresa. Lo sottolinea anche Giulia Detomati, Ceo di InVento Innovation
Lab: «Siamo davvero orgogliosi dei risultati raggiunti quest’anno,
nonostante le mille difficoltà. Il più grande successo è stato proprio
vedere studenti, docenti, mentor e partner proseguire con maggiore
entusiasmo e creatività nell’ideazione e nella cura dei progetti, dando
una grande dimostrazione di resilienza. Ringrazio a nome di InVento tutti
coloro che hanno reso possibili i percorsi B Corp School, B Corp School
Young: i ragazzi per gli splendidi progetti, i docenti e i mentor per il
support e i partner».

Una G.R.A.N.D. notizia: arriva l’Academy del Green New Deal per le banche e le imprese ispirata alla visione di Rifkin e al Green Deal europeo.

Dopo la pubblicazione del libro di Jeremy Rifkin sul Green New Deal e la decisione della Commissione presieduta dalla von der Leyen di affidare il rilancio dell’Europa a seguito del periodo più turbolento e controverso della sua storia, il CETRI ha deciso di pescare a piene mani nel proprio comitato scientifico internazionale e multidisciplinare per la creazione di una struttura di consiglio e orientamento per le queste nuove politiche « green ». Ecco come nasce la G.R.A.N.D. – Green Rifkin-oriented Academy for the New Deal.

Per capire meglio la sua genesi, la sua struttura e le sue potenzialità in sostegno di decisori politici e finanziari, abbiamo domandato al coordinatore dell’operazione, dr. Marco Sambati, di illustrare con un approfondito articolo questa iniziativa innovativa e attualissima. che mira a portare al centro della programmazione economica l’iniziativa più innovativa e importante della storia dell’Europa del secondo dopoguerra, definita dalla stessa von der Leyen come il corrispondente per importanza storica in Europa di quello che fu l’uomo sulla luna per gli Stati Uniti d’America.

I cambiamenti climatici e il degrado ambientale sono una minaccia enorme per l’Europa e il mondo e per superare queste sfide la Commissione Europea lo scorso 11 dicembre con la sua Comunicazione COM (2019) 640 – The European Green Deal ha presentato la nuova strategia per la crescita e per aiutare l’industria europea a guidare la duplice transizione verso la neutralità climatica e verso la leadership digitale.

Per difendere la leadership industriale dell’Europa, la nuova strategia industriale contribuirà a realizzare tre priorità fondamentali: mantenere la competitività mondiale dell’industria europea, garantire condizioni di parità, a livello nazionale e mondiale, rendere l’Europa climaticamente neutra entro il 2050 e plasmare il futuro digitale dell’Europa

La roadmap per rendere sostenibile l’economia dell’UE gode di un finanziamento iniziale di 1.000 miliardi di euro e comprende anche il complesso e controverso Just Transition Fund, volto a mobilitare investimenti per almeno 100 miliardi di euro nel periodo 2021-2027 a favore delle regioni più esposte alle ripercussioni negative della transizione a causa della loro dipendenza dai combustibili fossili o da processi industriali ad alta intensità di gas a effetto serra, oltre che i criteri di attribuzione dei finanziamenti nel quadro del New Deal verde di cui parla Jeremy Rifkin nel suo più recente libro “Il Green New Deal Globale” pubblicato circa 9 mesi fa.

Il Green New Deal coinvolgerà ogni settore dell’economia, dall’ICT alle telecomunicazioni, dall’industria elettronica alle società elettriche ed energetiche, dal trasporto alla logistica, dall’edilizia al settore immobiliare, dal settore manifatturiero al commercio al dettaglio, dal settore alimentare a quello agricolo fino a quello dei servizi. La realizzazione della nuova infrastruttura interconnessa, intelligente ed economia digitale verde renderà possibili nuovi modelli di business e nuovi tipi di occupazione, aumentando l’efficienza e la produttività, riducendo l’impronta di carbonio ed abbassando il costo marginale di produzione, distribuzione e consumo dei beni e servizi.

Il Green New Deal è basato su una infrastruttura a banda larga e comunicazione digitale, edifici a saldo energetico positivo e zero emissioni interconnessi per nodi, veicoli elettrici autonomi alimentati da energie rinnovabili che corrono su strade intelligenti, con stazioni di ricarica elettrica ed impianti ad accumulo ad idrogeno. Secondo una stima della Commissione europea, il valore della data economy passerà dal 2,4% nel 2018 al 5,8% del Pil Ue nel 2025 per un totale di 829 miliardi di euro; ancora, si prevede che in Europa il numero di professionisti nel settore digitale raddoppierà nel 2025 con 10,9 milioni di esperti rispetto a 5,7 nel 2018. Con questi dati alla mano, sembra impossibile ignorare il ruolo della digitalizzazione quale opportunità cruciale per il raggiungimento degli SDGs e per un paradigma sostenibile di lungo periodo. Per la sua profonda connessione con tutti e 17 gli SDGs, la rivoluzione digitale può essere infatti considerata lo strumento principale a supporto di una transizione green su scala globale.

La transizione energetica creerà nuove figure professionali e richiederà la riqualificazione della forza di lavoro esistente. La Fondazione per lo sviluppo sostenibile, in collaborazione con l’istituto di ricerca CLES, ha condotto uno studio che ha evidenziato quali sarebbero gli effetti al 2025 di un Green New Deal in Italia con interventi su 5 ambiti strategici della green economy, quali l’efficientamento energetico, le energie rinnovabili, l’economia circolare, la rigenerazione urbana e la mobilità sostenibile; 800 mila nuovi posti di lavoro e 240 milioni di euro di valore aggiunto.

La Banca Europea per gli Investimenti ha deciso che dal 2021 cesserà di finanziare tutti i progetti nelle fonti fossili, compreso il gas, focalizzandosi sull’energia pulita e rinnovabile e che metterà a disposizione mille miliardi di euro di investimenti sostenibili nei settori dell’ambiente e dell’azione per il clima nel decennio 2021-2030 ed i maggiori fondi di investimento e fondi pensione, stanno disinvestendo dalle combustibili fossili per investire in energie rinnovabili, in quanto i gestori dei fondi ritengono che le imprese ed i progetti sostenibili assicurino un rendimento di lungo periodo più elevato.

Con l’Agenda 2030 delle Nazioni Unite e l’Accordo di Parigi sul clima la comunità internazionale ha sancito l’importanza e l’urgenza di adottare misure concrete per mitigare e contrastare gli effetti negativi del cambiamento climatico, con l’obiettivo di impostare un modello di sviluppo economico più sostenibile dal punto di vista ambientale e sociale.

La recente pandemia legata al virus Covid-19 ha messo peraltro in luce l’alta vulnerabilità del nostro modello di sviluppo rispetto a shock esogeni ed a eventi estremi ed ha messo in rilievo l’importanza di investire nella digitalizzazione dell’economia e ha dimostrato la centralità delle infrastrutture digitali. L’accesso a un’infrastruttura digitale veloce e affidabile si è rivelato fondamentale per garantire servizi essenziali nei settori dell’amministrazione, dell’istruzione, della salute e della medicina, nonché per monitorare e controllare la pandemia. La crisi sanitaria emersa ha avuto effetti significativi sui bilanci delle banche, ma l’effetto potrebbe essere ancora più rilevante se i segnali negativi sugli indicatori economici e finanziari non facciano nascere la consapevolezza che è necessario procedere ad un nuovo modello di business e ad una nuova strategia. C’è infatti un tema sempre più alla ribalta con maggiore frequenza nei consigli di amministrazione di grandi gruppi, istituzioni finanziarie, fondi pensione e nei think tank di tutto il mondo che influenzerà la caduta dei mercati al ribasso e grandi recessioni globali; stiamo parlando dei stranded assets nei settori legati ai combustibili fossili.

La Citigroup e Mark Carney, governatore della Bank of England, furono tra i primi a dare l’allarme ancora nel 2015, ma adesso anche la Banca Mondiale ha sottolineato come stia rapidamente cambiando il panorama finanziario e le regole del gioco nella comunità degli investitori, in considerazione che il costo delle energie rinnovabili sono diminuiti a tal punto da essere ora pari o inferiori al costo marginale della produzione di energia convenzionale, come sottolineato dalla banca d’affari Lazard. Nel settembre 2018, la PRA (Prudential Regulation Authority) della Bank of England, ha pubblicato i risultati di un’indagine condotta sul 90% del settore bancario del Regno Unito, che rappresenta in assets 11.000 miliardi di sterline (12.700 miliardi di euro circa). La PRA ha scoperto che il 70% delle banche del paese riconosce che il cambiamento climatico rappresenta un rischio per una vasta gamma di attività in quasi tutti i settori ed ha iniziato a valutare come la transizione verso un’economia a basse emissioni di carbonio sia indispensabile e debba influire sul modello di business delle imprese con le quali le banche sono esposte.

Il problema è che, nonostante la consapevolezza del rischio, solo il 10% delle banche sta attualmente gestendo i rischi finanziari sottostanti al cambiamento climatico, non prendendo consapevolezza della velocità che tale cambiamento sta influendo in tutti i settori dell’economia globale, anche tramite la creazione di potenziali stranded assets nel settore dei combustibili fossili ed in quelli strettamente collegati. Si rende pertanto necessario, al fine di ridurre i rischi e i danni causati da stranded assets, promuovere progetti più in linea con la diminuzione delle emissioni globali di gas serra e preparare le giuste competenze per una transizione ad un modello più sostenibile e solidale.

La finanza sostenibile dovrà prevedere, nella ricerca ed analisi delle scelte di investimento, accanto ai classici indicatori economici e finanziari quelli che vengono declinati in termini di “SRI” (Sustainable and Responsible Investment) ovvero criteri ambientali, sociali e di governance (o ESG, dall’inglese Environmental, Social and Governance), con analisi riguardanti gli aspetti di sostenibilità. In generale occorre indirizzare gli impieghi, in modo coerente e con un approccio di medio-lungo periodo, verso investimenti di imprese impegnate a trasformare i propri modelli di business e mitigare i propri impatti ambientali, a livello locale o globale o entrambi, con particolare attenzione alle PMI che spesso riscontrano difficoltà di accesso al mercato dei capitali.

Dall’altro lato abbiamo le PMI che hanno un ruolo chiave nel tessuto industriale europeo e forniscono i due terzi dei posti di lavoro e sono essenziali e determinanti per il successo del nuovo approccio industriale. La strategia del Green New Deal mira ad aiutare proprio le PMI a guidare la duplice transizione, verso la neutralità climatica e verso la leadership digitale, il che significa anche garantire loro anche l’accesso alle giuste competenze. Per sviluppare le capacità delle PMI in vista della duplice transizione, la rete europea delle imprese avrà la necessità dell’ausilio di appositi consulenti in materia di sostenibilità che dovranno accompagnarle nella scelta delle nuove tecnologie digitali, di modelli di economia circolare, di mobilità elettrica e ad idrogeno da fonti rinnovabili e sistemi di ricarica, di edilizia NZEB, di accesso ai finanziamenti, nonché la condivisione e l’adozione delle migliori pratiche per accelerare la loro crescita e la competitività in un mercato sempre più globale. Da una ricerca di HSBC Navigator sul commercio internazionale che ha coinvolto oltre 200 imprese italiane che puntano a diventare più sostenibili, è emerso che il 25% non possiede le competenze per farlo; secondo tale studio nei prossimi 5 anni la principale sfida che le imprese italiane stimano di dover affrontare in tema di sostenibilità sarà proprio la carenza di supporto e consulenza nella materia, che consenta loro di gettare le basi per le necessarie progettualità, al fine di una nuova visione nella scelta degli investimenti e di un nuovo modello di business efficiente e a basse emissioni di carbonio

Il Green New Deal è quindi un’occasione per valutare l’opportunità di un nuovo modello di crescita e di business, e a tal proposito, il Cetri (Circolo europeo per la terza rivoluzione industriale) ha voluto costituire un gruppo di esperti (il GETRI o Gruppo di esperti di terza rivoluzione industriale), in partnership con il Pro-rettore alle politiche energetiche dell’Università La Sapienza, il Prof. Livio De Santoli, ed intende promuovere la GRAND (Green Rifkin-based Accademy for a New Deal) http://cetri-tires.org/press/grand/ al fine di formare quei profili professionali che possano essere di supporto alle imprese ed amministrazioni che intendono perseguire un modello di sviluppo sostenibile.

L’Academy si rivolge principalmente al mondo delle banche, con l’obiettivo di formare un green coach in grado di assistere la clientela sia sotto l’aspetto tecnico che quello finanziario occupandosi dei temi della ricerca ed innovazione, della digitalizzazione e decarbonizzazione, delle smart grid e della mobilità sostenibile, delle stampanti 3D e degli impianti ad accumulo ad idrogeno, dell’economia circolare e del blockchain, ecc.; si potrebbero prevedere programmi formativi diversi nei contenuti e nella durata in relazione al gruppo di lavoro di riferimento (area sostenibilità, area commerciale, area fidi, management, ecc.). La metodologia dovrebbe partire dalla definizione degli obiettivi formativi, intesi come divario esistente tra le conoscenze e le competenze possedute da un soggetto o un gruppo di lavoro e quelle che dovrebbe possedere per raggiungere standard di prestazioni riconosciute ottimali rispetto alle strategie, per procedere successivamente all’analisi dei fabbisogni formativi necessari in relazione al gruppo di lavoro e poi passare alla definizione del format e dei contenuti del piano. L’Academy potrebbe inoltre fornire, una conoscenza generale oltre che vari focus specifici su tutti gli strumenti finanziari, comunitari e nazionali ed anche di natura fiscale per il finanziamento degli interventi del Green New Deal, sia per le imprese che per le amministrazioni locali, al fine di consolidare le competenze e conoscenze sui temi della sostenibilità per tenere il passo con le innovazioni normative, tecnologiche e di prodotto ed offrire così alla clientela soluzioni più innovative ed appropriate ai nuovi scenari della digitalizzazione e decarbonizzazione, con conseguente protezione del capitale e ritorno degli investimenti nel medio termine

Ma l’Academy si rivolge anche direttamente al mondo delle imprese, o meglio delle associazioni di categoria che stanno operando concretamente per lo sviluppo sostenibile del proprio territorio, per offrire le stesse competenze sui temi della digitalizzazione ed innovazione tecnologica sopra riportate e consentire quella trasformazione necessaria verso la transizione energetica indispensabile per la loro competitività

L’Academy si rivolge poi anche alle singole Regioni ed a tutti gli enti locali per fornire le giuste competenze per una pianificazione energetica per quanto attiene all’uso razionale dell’energia, il risparmio energetico e l’utilizzo delle fonti rinnovabili e per promuovere un cambiamento dello stile di vita verso una economia decarbonizzata, digitale, circolare, distribuita e con una mobilità sostenibile e condivisa, secondo le indicazioni provenienti dalla Commissione Europea con la sua recentissima Comunicazione 2019-640 per un Green New Deal Europeo. L’obiettivo è quello di elaborare dei masterplan per la decarbonizzazione sull’esempio di quanto già realizzato in regioni guida in Europa (Francia, Olanda, Lussemburgo), atto a garantire un passaggio ad un’economia « carbon neutral » entro il 2050. I Master Plan permetteranno alle imprese delle singole regioni di aumentare vertiginosamente la loro efficienza economica aggregata attraverso tutte le catene di valore aggiunto, aumentando la loro produttività e riducendo i loro costi marginali e l’impronta ecologica, contribuendo a renderle leader nel nuovo paradigma economico e nella nuova società ecologica.

Come abbiamo accennato, solo il 10% delle banche sta attualmente gestendo i rischi finanziari sottostanti al cambiamento climatico, non prendendo consapevolezza della velocità che tale cambiamento sta influendo in tutti i settori dell’economia globale, tanto che emerge che per diverse banche è molto più appropriato finanziare una buona impresa “brown” che un’impresa che investe nel green, ma con un rating o scoring più basso, in considerazione del maggior costo ai fini del “patrimonio di vigilanza” con il quale si intende la quantità di denaro che la banca è obbligata ad accantonare a fronte delle sue attività di rischio, generalmente rappresentate dai prestiti.

Tale linea di azione sembra però alquanto poco condivisibile per una serie di motivazioni che andremo ad elencare.

Il cambiamento climatico è considerato il principale fattore di rischio per i prossimi anni: di conseguenza, concedere finanziamenti a imprese che non stanno al passo con la transizione ecologica potrebbe portare a grosse perdite e all’impossibilità di recuperare il credito erogato. La stessa EBA (European Banking Authority), ente europeo di sorveglianza sulle banche, ha previsto, nelle nuove linee guida, che gli istituti applichino i criteri ESG al momento del finanziamento e sta valutando se il capitale necessario agli istituti finanziari per far fronte ai potenziali rischi legati agli investimenti potrebbe essere ridotto quando forniscono credito e prestiti a progetti sostenibili.

In tale contesto, alla fine del 2016 anche la stessa Commissione europea ha istituito un gruppo di esperti di alto livello sulla finanza sostenibile; il 31 gennaio 2018 tale gruppo ha pubblicato la Relazione finale contenente un pacchetto di raccomandazioni rivolte al settore finanziario per sostenere la transizione verso un’economia più green.

Tra le diverse azioni proposte si sottolineano le seguenti:

  • tassonomia” della sostenibilità, che mira a istituire un sistema unificato a livello europeo di classificazione che sia in grado di individuare quali attività possano essere considerate sostenibili, in quanto contribuiscono all’attenuazione e all’adattamento ai cambiamenti climatici, nonché agli obiettivi ambientali e sociali;
  • norme e marchi per i prodotti finanziari sostenibili, che, basandosi sulla tassonomia, vuole creare delle etichette (label) per i prodotti finanziari green che consentano agli investitori di individuare gli investimenti che rispettano i criteri ambientali o di basse emissioni di carbonio;
  • sostenibilità nei requisiti prudenziali, per integrare il rischio climatico e gli altri fattori ambientali per la ricalibrazione dei requisiti patrimoniali delle banche e delle imprese di assicurazione. L’ipotesi è quella di potere introdurre un “green/social supporting factor” che prevedano per gli investimenti sostenibili un trattamento di favore dal punto di vista degli accantonamenti prudenziali.

Sulle base dei risultati e delle informazioni contenuti nella relazione finale del Gruppo, il 24 maggio 2018 la Commissione Europea ha adottato le prime misure che daranno al settore finanziario un ruolo di primaria importanza per contrastare i cambiamenti climatici e conseguire un’economia più verde. Il pacchetto legislativo comprende tre proposte di Regolamento:

  • Proposta di regolamento sull’istituzione di un quadro per agevolare gli investimenti sostenibili: introduce un primo quadro per la definizione della tassonomia delle attività sostenibili per individuare i criteri per determinare il grado di sostenibilità di un investimento e che vincolerà le future definizioni di prodotti finanziari sostenibili;
  • Proposta di regolamento relativa all’informativa sugli investimenti sostenibili e sui rischi di sostenibilità e che modifica la direttiva (UE) 2016/2341: introduce nuovi obblighi di trasparenza (disclosure) per gli investitori istituzionali (ad esempio i gestori di patrimoni, le compagnie di assicurazione, i fondi pensionistici e i consulenti finanziari) per integrare i fattori ambientali, sociali e di governance (ESG) nel loro processo decisionale;
  • Proposta di regolamento che modifica il regolamento (UE) 2016/1011 sui parametri di riferimento a basse emissioni di carbonio e parametri di riferimento positivi per l’impatto sul carbonio: introduce due nuovi indici di riferimento (per gli strumenti finanziari e per i contratti finanziari o per misurare la performance dei fondi di investimento) che tengono conto di alcuni aspetti di sostenibilità ambientale: il low carbon benchmark e il positive carbon impact benchmark; si tratta di due parametri di riferimento per identificare, rispettivamente, le imprese che investono in tecnologie a basso impatto ambientale e quelle che, grazie alle loro attività, riescono a ridurre le emissioni nette complessive di anidride carbonica.

La Commissione europea ha poi pubblicato, lo scorso 8 marzo 2018, un comunicato al Parlamento Europeo, al Consiglio Europeo e alla BCE per definire un piano di azione per finanziare la crescita sostenibile e, al punto 8 dell’Action Plan è stato riportato che, “La Commissione valuterà la praticabilità di includere i rischi associati al clima e ad altri fattori ambientali nelle politiche di gestione dei rischi degli enti e di calibrare eventualmente i requisiti patrimoniali delle banche”. Tale punto racconta quanto Bruxelles si stia focalizzando sulla finanza sostenibile, partendo da alcune stime che, almeno la metà degli attivi delle banche nella zona euro sono attualmente esposti a rischi connessi ai cambiamenti climatici.

Occorre poi fare un ulteriore considerazione: l’IFRS 9 (International financial reporting standards), i nuovi principi contabili internazionali che le banche italiane sono obbligati a seguire per la redazione del bilancio dal 2018, prevedono che le banche effettuino accantonamenti non solo per i crediti già deteriorati (non performing loans), ma bensì anche per quelli che potrebbero deteriorarsi in futuro; di fatto, quindi gli istituti di credito devono prevedere accantonamenti anche per i crediti in bonis, stimare le perdite attese (expected credit loss) e metterle a bilancio e che, non è più richiesto il manifestarsi di un evento o di un segnale esplicito di perdita effettiva per il riconoscimento di un onere. Il nuovo approccio si presenta come un modello prospettico dove la stima delle perdite attese deve essere effettuata ricorrendo ad informazioni che includano non solo dati storici ed attuali, ma anche prospettici. Tale premessa sta a sottolineare che quella che oggi è una impresa brown con un buon rating, ma che non intenda scegliere di effettuare investimenti sostenibili ed a basse emissioni di carbonio, potrebbe, per quanto evidenziato finora, trovarsi con un problema di redditività e di competitività, e la banca che le ha concesso il finanziamento potrebbe dall’altro maturare grosse perdite e l’impossibilità di recuperare il credito erogato. o quanto meno procedere ad un maggior accantonamento di capitale a seguito del peggior rating/scoring dell’impresa. Dall’altra, l’impresa inizialmente con un rating/scoring inferiore, che però ha scelto una politica di investimento green, per tutte le considerazioni fatte finora, garantirebbe nel tempo maggiore redditività e ritorno degli investimenti, con conseguente miglioramento del rating/scoring e minor assorbimento di capitale.

C’è poi da sottolineare inoltre un’iniziativa partita recentemente da Cerved, società italiana di data analysis e rating creditizio, che ha avviato la raccolta di un questionario costituito da 50 domande con alcune delle sue aziende, sulla base del quale verrà assegnato un punteggio un punteggio da 0 a 100, ponderato in base ai giudizi sui valori analizzati in termini di ESG (Environmental, Social and Governance).

Scopo di questa analisi è creare un nuovo strumento vantaggioso sia per le imprese che per le banche, ma non tanto per le società più grandi che sono già obbligate a redigere un bilancio di sostenibilità, ma per tutte le altre imprese, per le quali la legge non prevede per il momento obblighi di certificazione. Il tavolo tra banche italiane e Cerved dovrebbe prevedere la definizione di un green discount factor, ovvero una riduzione degli interessi da pagare per il finanziamento calibrata sulla base del punteggio ESG ottenuto dalle singole aziende. L’operazione non è giustificata da una improvvisa visione ecologista delle banche italiane: ma alla base di questa scelta vi sarebbero invece solide motivazioni di carattere economico-finanziario, che di fatto la rendono ancora più credibile. L’obiettivo principale infatti è evitare di creare nuovamente altri stock di crediti deteriorati (non-performing loans, NPL), che hanno già portato molti impatti negativi nei bilanci delle banche.

Da ultimo si vuole prendere come esempio da seguire per altre istituzioni, quanto intrapreso di recente dalla Simest con il bonus green; in particolare le aziende italiane esportatrici più sostenibili, che presenteranno una certificazione standard ISO 14001, vedranno ridursi la percentuale di garanzia da fornire per ottenere i prestiti, in quanto ciò comporterà un miglioramento del rating, con conseguenza un minor accantonamento di capitale per la banca e minor costi del finanziamento per l’impresa.

MARCO SAMBATI

La ripartenza dopo il Covid-19: un’opportunità da non perdere per il Green Deal europeo

Dopo la pubblicazione del libro di Jeremy Rifkin sul Green New Deal la Coimmissione Europea ha pubblicato una Comunicazione per un Green Deal Europeo che riprende i capisaldi delle raccomandazioni di Rifkin per una svolta green nelle strategie economiche europee. La Presidente Von der Leyen ha dato un risalto straordinario a questa nuova strategia affermando in sede di presentazione al Parlamento europeo il giorno 11 dicembre 2019, che si trattava dell’equivalente per gli europei dell’Uomo sulla luna per gli Stati Uniti d’America. Purtroppo poi l’emergenza Coronavirus ha fatto rallentare i processi di approvazione delle direttive e di tutti gli altri atti legislativi del Green Deal.

Oggi proprio su questo argomento il magazine on line Eticaeconomia, ha pubblicato una riflessione dell’economista Edilio Valentini, membro del Comitato Scientifico del CETRI-TIRES e della Academy per il Green New deal, che contiene ottimi spunti per una ripresa Green dopo la crisi del COVID 19.

Abbiamo ritenuto utile dare spazio in forma sintetica a questa riflessione anche sul CETRI Magazine mentre in fine articolo si può trovare il link all’originale completo integrale dell’articolo.

L’urgenza di contrastare la crisi sanitaria causata della diffusione del Covid-19 e, soprattutto, di limitarne gli impatti negativi sulle economie di tutto il mondo rischia di porre in secondo piano i problemi connessi all’emergenza climatica. Il pericolo è che con l’ansia di far ripartire i sistemi produttivi ed arginare la recessione nella quale stiamo precipitando si possa perdere l’occasione di condurre la ripresa economica sul sentiero della sostenibilità.

Come ha ricordato Donato Speroni nell’editoriale dell’Asvis del 17 aprile scorso, già dopo la crisi del 2008 la paura di perdere nell’immediato qualche altro decimale di Pil spinse il nostro Paese a non cogliere l’occasione per una riconversione green del sistema produttivo. Uno studio condotto nel 2009 da HSBC su più di 20 piani nazionali per la ripresa economica testimonia che solo il 15,8 per cento delle risorse ad essi destinate può essere ricondotto a misure di contrasto ai cambiamenti climatici. In particolare, in base al Climate Change Index predisposto dall’HSBC, dei 103,5 miliardi che l’Italia prevedeva di destinare alla ripresa economica solo 1,3 miliardi (cioè meno dell’1,3%) erano classificabili come investimenti green, soldi peraltro indirizzati interamente al settore ferroviario. Alla luce di quanto sostenuto in diversi studi economici (uno su tutti: il recentissimo articolo di Hepburn, O’Callaghan, Stern, Stiglitz e Zenghelis sull’Oxford Review of Economic Policy) altre scelte ci avrebbero consentito di arrivare meglio attrezzati al cospetto delle sfide poste dall’attuale crisi climatica e, probabilmente, avrebbero potuto garantirci anche una crescita economica più sostenuta di quella registrata nel decennio appena passato.

Certo, oggi le cose sono molto diverse da allora: c’è un maggiore sostegno da parte dell’opinione pubblica e, soprattutto, c’è una nuova generazione che ha capito benissimo cosa sono i cambiamenti climatici e chi dovrà pagarne i relativi costi. Questa generazione, che non ha ancora avuto modo di far valere appieno il peso delle proprie idee attraverso lo strumento democratico del voto, sta facendo sentire con forza la sua voce ed è al fianco di quei politici e di quegli scienziati che da tempo sostengono l’introduzione di politiche incisive per l’ambiente e per il clima.

Inoltre, per la prima volta nella storia, la Commissione Europea insediatasi alla fine dello scorso anno ha posto l’ambiente al centro della sua azione politica e ha lanciato un Green Deal europeo che si prefigge di investire mille miliardi per fare dell’Europa un’economia verde che riesca a raggiungere la neutralità carbonica nel 2050. Fra le prime azioni concrete per l’attuazione del Green Deal, il mese scorso il Consiglio Europeo ha adottato il regolamento che stabilisce la tassonomia in base alla quale riconoscere il requisito di sostenibilità per l’ammissibilità ai finanziamenti europei. La strada europea verso la sostenibilità sembra quindi tracciata ed anche le decisioni più recenti sembrano confermare la volontà di non volerla abbandonare.

Alla luce di questi elementi è legittimo sperare che non si ripetano gli errori del passato e che l’attuale crisi economico-sanitaria possa alla fine trasformarsi da problema in opportunità. Eppure gli elementi di preoccupazione non mancano, tanto che lo scorso 14 aprile 12 ministri dell’ambiente dell’Unione Europea hanno ritenuto opportuno lanciare un appello, sottoscritto da molti rappresentanti di forze politiche, imprenditoriali, sindacali e delle associazioni, per una alleanza – la European Alliance for a Green Recovery – che ponga la sostenibilità sociale ed ambientale alla base delle politiche e delle azioni per la ripresa dalla pandemia causata dal Covid-19. Questo appello viene in risposta alle richieste di paesi come la Polonia, fortemente dipendenti dal carbone, e di alcuni europarlamentari, perlopiù conservatori, che vorrebbero un ripensamento del Green Deal i cui costi, a loro dire, sarebbero eccessivamente gravosi nell’attuale contesto di crisi economica.

L’argomento utilizzato dai detrattori delle politiche climatiche europee è, per quanto parziale e per nulla lungimirante, particolarmente semplice e per questo comunicabile in maniera molto efficace: il Green Deal europeo sottrae risorse che altrimenti potrebbero destinarsi al settore sanitario e agli aiuti a lavoratori, famiglie e imprese in difficoltà. Questo ragionamento, senza dubbio semplicistico, non è del tutto privo di fondamento ed impone una riflessione sulla possibilità che nello scenario post Covid-19 ci possa essere uno spiazzamento fra la spesa – sia pubblica che privata – richiesta per fronteggiare la crisi economica e quella necessaria a garantire la lotta ai cambiamenti climatici.

La recessione, infatti, porterà una sostanziale riduzione delle entrate pubbliche che, come sostenuto di recente dal Fondo Monetario Internazionale ed anche nell’articolo di Bruno Bises sul Menabò del 15 aprile scorso, sarà difficile da quantificare finché non si comprenderanno meglio la durata e la portata dell’emergenza sanitaria. A causa del minor gettito fiscale molte delle spese programmate, comprese quelle necessarie al raggiungimento degli obiettivi di mitigazione e adattamento ai cambiamenti climatici, potrebbero saltare o essere rimandate. Questo rischio, come ci ricorda il rapporto 2020 delle Nazioni Unite “Financing for Sustainable Development”, sarà più elevato nei paesi maggiormente colpiti dalla pandemia e con le finanze pubbliche già in difficoltà.

Il rapporto delle Nazioni Unite mette anche in guardia rispetto alle conseguenze negative che possono determinarsi a causa della pesante caduta del prezzo del petrolio e delle altre materie prime innescata dalla crisi economico-sanitaria. Se i prezzi dei combustibili fossili rimanessero bassi per un lungo periodo di tempo sarebbe ostacolato anche il coinvolgimento dei capitali privati nel processo di riconversione energetica in quanto le imprese potrebbero rimandare le loro decisioni di investimento in energia da fonti rinnovabili.

Allo stesso modo, la contrazione economica sta comportando una riduzione della domanda dei permessi per l’emissione di CO2 all’interno dell’EU Emissions Trading System, il sistema europeo che ne regolamenta lo scambio e, come si vede nella Figura 1, ne ha già fatto scendere il prezzo di circa il 25% rispetto alla quotazione media dello scorso anno e dei primi mesi del 2020. Anche in questo caso, la prospettiva di prezzi bassi per le emissioni di CO2 potrebbe rendere meno convenienti gli investimenti privati in tecnologie a minore impatto ambientale e, soprattutto, il cosiddetto switching, ossia il passaggio della produzione di energia elettrica dal carbone al meno inquinante gas naturale.

Fonte: elaborazione propria su dati scaricati da https://www.sendeco2.com/it/prezzi-co2

Sul versante della finanza pubblica, invece, una riduzione del prezzo dei permessi per l’emissione di CO2 genererebbe una ulteriore riduzione delle risorse che gli stati membri possono destinare al contrasto ai cambiamenti climatici e che, in base all’articolo 10(3) della Direttiva che regolamenta l’EU Emissions Trading System, possono essere attinte proprio dai ricavi ottenuti dalla vendita all’asta dei permessi (14,5 miliardi di euro nel 2019). Solo per fare un esempio, le risorse previste per l’Innovation Fund dell’Unione Europea – uno dei maggiori programmi al mondo per il finanziamento di tecnologie innovative low-carbon – derivano da un programma di vendita all’asta di 450 milioni di permessi dal 2020 al 2030. Nell’ipotesi che il prezzo dei permessi si mantenga anche in futuro sui livelli attuali, la riduzione del prezzo dei permessi rispetto ai valori pre-crisi varrebbe, solo per questo programma di spesa, circa 2,7 miliardi di euro di minori fondi.

Con meno risorse a disposizione e minori incentivi da parte del settore privato la difesa degli obiettivi programmati nel Green Deal dagli attacchi di chi non ha interesse ad abbandonare petrolio e carbone sarà senz’altro più dura di quanto non lo sia sempre stata. Sarà ancora più importante, quindi, far capire a cittadini e imprese perché è ancora prioritario investire nella green economy e quali sono i rischi ai quali andremo incontro se non lo faremo subito. Bisognerà ricordare con forza che, anche in questo caso, è necessario dare ascolto a quello che ci dicono gli esperti. Forse almeno questo, dall’esperienza del Covid-19, dovremmo averlo imparato tutti.

Edilio Calentini con Jeremy Rifkin

L’articolo integrale è leggibile a questo link:

https://www.eticaeconomia.it/la-ripartenza-dopo-il-covid-19-unopportunita-da-non-perdere-per-il-green-deal-europeo

WEBINAR SULL’ECOBONUS AL 110%.

E’ uscito in Gazzetta Ufficiale il DL Rilancio, importanti novità per l’efficienza energetica ed il fotovoltaico con ECOBONUS al 110%

le nuove regole sono interessanti perché permettono il recupero integrale e perfino il 10% in più dell’investimento effettuato.

Ma che tipo di investimenti vengono rimborsati? A quali condizioni? Alcuni operatori del settore hanno deciso di analizzare il testo appena uscito e di illustrarlo con una riflessione on line sotto forma di WEBINAR.

photovoltaic power station

PROGRAMMA DEL WEBINAR

Tale webinar avrà luogo venerdì 22 maggio alle ore 15:00 e prevede interventi di esperti per capire quali saranno le nuove opportunità per il fotovoltaico ed i sistemi di accumulo e quali interventi permetteranno di raggiungere i requisiti minimi.

Nuove norme del Decreto ed impatti sul Fotovoltaico
Emilio Sani (Sani Zangrando)

Analisi delle nuove configurazioni impiantistiche inserite nel Decreto, attraverso quali interventi sarà possibile ottenere un miglioramento di due classi energetiche?
Rolando Roberto (Enerworks Europe)

Criticità ed opportunità del nuovo mercato
Claudio Conti (MC Energy)

Il CETRI-TIRES incoraggia tutti i propri iscritti e simpatizzanti a partecipare a questa iniziativa interessante e a diffonderla il più possibile.

Ecco il link a cui è possibile effettuare la registrazione al webinar gratuito.https://mailchi.mp/f45946699a38/ecobonus

Ripartiamo dalla terra

Il CETRI-TIRES si unisce all’appello dello Slow Food promosso da Carlo Petrini, membro del nostro comitato scientifico, per una ripartenza che, come suggerito dal Green Deal Europeo, sia quanto più di filiera corta possibile per promuovere la sovranità alimentare del territorio e dei cittadini.

Appello dell’Alleanza Slow Food dei cuochi a sostegno della ristorazione di qualità e dei produttori buoni, puliti e giusti

Questo appello nasce dalla rete dei cuochi dell’Alleanza, uno dei più importanti progetti di Slow Food, ma è rivolto a tutti coloro che credono in un futuro basato sulla cura dei territori, sui saperi delle comunità, sul piacere della condivisione. Chiediamo a tutti di mettere la propria firma a fianco di quella dei cuochi, dei contadini, dei pescatori e dei pastori, che sono i primi promotori.

Al Presidente del Consiglio dei Ministri, Giuseppe Conte
Al Comitato di esperti in materia economica e sociale
Al Ministro delle Economie e delle Finanze, Roberto Gualtieri
Al Ministro dello Sviluppo Economico, Stefano Patuanelli
Al Ministro dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, Dario Franceschini
Al Ministro delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali, Teresa Bellanova
Agli Assessori Regionali alla Cultura, al Turismo, al Commercio, alle Attività Produttive e all’Agricoltura

Facciamo parte dell’Alleanza Slow Food dei Cuochi e gestiamo più di 540 locali in tutta Italia: siamo cuochi di osterie e di ristoranti, di food-truck e di rifugi alpini, siamo pizzaioli e insegnanti di scuole alberghiere.

Con questo appello ci facciamo portavoce anche di altri colleghi ristoratori, molti dei quali raccontati nella guida Slow Food Osterie d’Italia, e di migliaia di agricoltori, allevatori, artigiani. Prendiamo la parola a nome di tutti, perché anche se oggi siamo noi i più fragili, sentiamo l’energia e la passione necessarie per ripartire e avvertiamo la forza che deriva dall’essere parte della rete di comunità solidali di Slow Food.

Grazie alla nostra cucina abbiamo diffuso conoscenza, bellezza, piacere. Abbiamo raccontato territori e culture locali. Tutto ciò non sarebbe stato possibile senza il lavoro quotidiano di contadini, allevatori, casari, viticoltori e artigiani che producono con passione e rispetto per la terra e per i loro animali.

Questi produttori traggono buona parte del loro reddito dalla relazione con ristoratori come noi, che sanno rispettare i loro ritmi, riconoscere il giusto prezzo ai loro prodotti e garantire sviluppo e opportunità economiche a territori spesso difficili.

Ogni giorno, servendo un buon piatto e prendendoci cura dei nostri commensali, abbiamo educato alla qualità, a un’alimentazione sana e alla convivialità, formando cittadini più consapevoli. Molti di noi, nelle settimane scorse, hanno cucinato per i più fragili e bisognosi, e siamo pronti a farlo ancora in futuro, perché crediamo nel valore della solidarietà.

Oggi siamo in crisi, e con noi lo sono i nostri produttori, una parte dei quali faticava già prima a reggere la concorrenza dell’agroindustria e le logiche del mercato e della distribuzione. La parte migliore dell’agricoltura di questo Paese dipende infatti fortemente dalla ristorazione di qualità.

Crediamo che l’immagine di questo Paese sia legata alla sopravvivenza di queste aziende e di chi, proponendo i loro prodotti, li rappresenta al meglio. Gravano sulle nostre spalle non solo i destini dei nostri collaboratori, ma anche il futuro di migliaia di piccole aziende agricole che dipendono dai nostri ordinativi.

Abbiamo deciso di scrivere questo appello perché pensiamo che le difficoltà dovute alla pandemia possano dare a questo Paese il coraggio della necessità e dell’urgenza; la forza di trasformare un’emergenza in una grande occasione per il settore dell’agricoltura, dell’accoglienza e della ristorazione italiana.

I veri nemici da combattere nel post pandemia saranno ancora la perdita di biodiversità, l’erosione del territorio, l’inquinamento dell’aria, dell’acqua, l’impoverimento della fertilità nei nostri terreni, la cementificazione, l’abbandono delle aree rurali e dei piccoli borghi, lo spreco alimentare, lo sfruttamento del lavoro, l’indifferenza per chi produce con attenzione alle ragioni e ai tempi della natura e l’individualismo, che fa prevalere l’io sul senso di comunità.
La ristorazione troppe volte ha assecondato un mercato che ha rincorso il prezzo più basso e stroncato l’agricoltura di prossimità, approvvigionandosi di prodotti ottenuti grazie alla chimica, alle monocolture, facendo viaggiare derrate alimentari migliaia di chilometri.
Se vogliamo porre le basi di un futuro diverso dobbiamo cambiare prospettiva.

Le Istituzioni possono fare molto, sviluppando iniziative che sostengano chi genera economie e benessere per tutta la comunità e non solo per la propria impresa. Per chi acquista prodotti di agricoltori, allevatori e artigiani del proprio territorio.

Chiediamo quindi di estendere il credito di imposta, già previsto per alcune spese legate all’emergenza Covid-19, agli acquisti di prodotti agricoli e di artigianato alimentare di piccola scala legato a filiere locali (dove per locale si intende la dimensione regionale), in una misura pari almeno al 20%, da aumentare al 30% nel caso in cui tali aziende pratichino un’agricoltura biologica, biodinamica, o siano localizzate in aree marginali, disagiate e di particolare valore ambientale del nostro Paese.

Un provvedimento come questo rappresenterebbe una grande occasione, economica, sociale e culturale: permetterebbe di innalzare il livello dell’offerta gastronomica italiana, garantendo una maggiore qualità, e al tempo stesso sosterrebbe e rilancerebbe le piccole e medie aziende agricole locali e il turismo rurale, che vive essenzialmente di paesaggi agrari. Infine, aiuterebbe i ristoratori ad affrontare mesi e forse anni difficili.

Per evitare che troppe attività non riaprano, servono anche misure immediate, ovviamente, e per questo ci associamo alle richieste delle associazioni di settore: risorse a fondo perduto per le imprese in base alle perdite di fatturato, moratoria sugli affitti per compensare il periodo di chiusura e il periodo di ripartenza, cancellazione di imposte anche locali come quelle per l’affitto di suolo pubblico fino alla fine del periodo di crisi, sospensione del pagamento delle utenze, prolungamento degli ammortizzatori sociali fino alla fine della pandemia e sgravi contributivi per chi manterrà i livelli occupazionali.
Serve un piano di riapertura con modalità certe per permettere a tutte le imprese di operare in sicurezza. È importante che sia concessa ovunque la possibilità di lavorare per asporto e contare su spazi all’aperto più ampi nel periodo di convivenza con il virus.

Da questo grave momento non possiamo riemergere se non condividiamo una visione: quella di un Paese che sa proteggere e fare tesoro dei suoi saperi, della sua storia, della sua biodiversità agroalimentare, dei suoi paesaggi. Un paese che conosce il valore del cibo, che sa accogliere e condividere con senso di comunità.

Alle 14 del 18 maggio avevano sottoscritto l’appello oltre 6600 ristoratori, produttori e cittadini. Scopri qui l’elenco completo.

FIRMA ANCHE TU L’ APPELLO !

Compila il modulo fornendo alcune informazioni che ci permetteranno di rendere ancora più forte questo appello.


FIRMA QUI
https://bit.ly/ripartiamodallaterra


« INCAPACITY MARKET »

Un regalo del governo che toglie ai cittadini per dare ai petrolieri nonostante l’emergenza Coronavirus

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Ci avevano già provato. 


I petrolieri ci avevano già provato a farsi pagare i loro sciagurati investimenti ormai irrecuperabili nelle centrali fossili dallo Stato e dai consumatori.


Ma non ci erano riusciti.


Almeno non nelle forme e le dimensioni in cui ci sono riusciti oggi.

Quello che non hanno ottenuto da Monti e Passera, lo hanno ottenuto da Conte e Di Maio. E oggi Conte e Patuanelli non hanno il coraggio di ritirare questo assurdo regalo nemmeno davanti alla tragica emergenza del Coronavirus.

Uno dei più grandi paradossi della politica moderna!

L’ORIGINE DEL PROBLEMA

Nel 2012 al governo c’era Monti. Si chiamava “capacity payment” e non “capacity market” ma aldilà delle sottigliezze lessicali, la sostanza era la stessa: regalare soldi ai petrolieri e ai gasisti per rimborsarli per i loro investimenti sbagliati negli impianti fossili, togliendoli dalle tasche di chi paga le bollette elettriche e cioè dai consumatori. 

Il provvedimento veniva introdotto con il decreto Cresci Italia per (così dicevano) remunerare i “servizi di flessibilità” delle centrali termoelettriche. Era in realtà  « meccanismo truffa » per regalare soldi ai produttori di energia fossile.(1)

Vediamo meglio come.

Innanzitutto bisogna capire il contesto economico energetico dell’epoca. Cosa era successo in quegli anni? Era successo che dopo decenni di dominio assoluto e incontrastato dell’energia fossile sul mercato elettrico, cominciava ad affacciarsi su grande scala l’energia rinnovabile, quella che non ha costi marginali perchè la fornitura di petrolio  o gas si paga, quella di sole no. 

IL « SORPASSO » DELLE RINNOVABILI SULLE FOSSILI

Cominciava così a prendere piede un fenomeno descritto dagli esperti mondiali di energia come « smart energy delta« , che consiste nel crollo del prezzo livellato dell’energia (LCOE o Levelized Cost of Energy, (2) delle energie di origine solare e nel contestuale e simultaneo aumento dell’LCOE delle energie fossili. Insomma una specie di sorpasso all’indietro del prezzo comparato dell’energia da parte delle fonti pulite su quelle sporche che le rende convenienti non solo sul piano ecologico, ambientale e climatico ma anche su quello economico. 

A fronte di questo fenomeno, i più avveduti analisti finanziari avevano cominciato a consigliare strategie di Fossil Divest (3) per uscire da investimenti nei fossili e invece impegnarsi verso quelli per le rinnovabili, si badi bene, non per puro spirito ambientalistico, ma semplicemente perché le fossili erano diventate anti economiche, punto.

Ma a fronte di questi saggi consigli, la maggior parte dei monopoli energetici ha preferito continuare a investire in impianti a turbogas, andandosi a infilare in un vicolo cieco e in un disastro economico. 


ROBIN HOOD ALL’INCONTRARIO

Oggi di fronte all’inevitabile catastrofe finanziaria, questi sciagurati si presentano davanti ai governi con il piattino in mano domandando l’elemosina di un « capacity market » a carico dei loro stessi clienti in una riedizione paradossale in chiave fossile di Robin Hood in cui i poveri consumatori sono costretti a donare ai ricchi petrolieri. E purtroppo trovano una classe politica incompetente e disattenta (ma si potrebbe anche dire di peggio) pronta a credere generosamente a fantasiose spiegazioni, come la « remunerazione della capacità »: 


…teniamo aperte le centrali fossili messe in crisi dalle più pulite e economiche energie solari, che non si sa mai se domani il sole dovesse non sorgere più e allora ci potrebbe essere bisogno di far ricorso alla buona vecchia e costosa energia fossile! …


Ecco che dunque, il compiacente governo Conte 1 (ministro per lo sviluppo economico il five stars Di Maio) regala alle aziende fossili 20 miliardi di euro in dieci anni, e il successivo governo Conte 2 (ministro per lo sviluppo economico il five stars Patuanelli), si guarda bene dal revocare tale ingiustificabile provvedimento. 


Ubi fossil, civitas cessat

La verità è che negli ultimi anni gli impianti fotovoltaici ed eolici erano diventati un bel grattacapo per le centrali tradizionali. Fino al tramonto, infatti, gli impianti fotovoltaici producono energia a costo marginale zero e con priorità di dispacciamento, tenendo bassi i prezzi in Borsa. Capita così che gli impianti a ciclo combinato a gas durante il giorno spesso non riescano a vendere energia. Solo dopo il tramonto, nel giro di un’ora, entrano in gioco con una potenza di circa 20 mila megawatt.

LA FLESSIBILITA’ A SENSO UNICO PER PROTEGGERE I GRUPPI FOSSILI

Ed è questa la (cosiddetta) “flessibilità” in cambio della quale vengono erogati i 20 miliardi del “capacity market”, cioè dal contributo ai produttori scaricato sulle bollette dei cittadini.

Questo meccanismo fu deciso per la prima volta nel 2012 dal governo Monti, ma va detto che era di molto inferiore a quello deciso dal governo attuale, e ciononostante venne

stigmatizzato da Elettricità Futura, braccio operativo delle imprese elettriche legate a Confindustria, che lo riteneva una ingiustificata distorsione del mercato dell’energia a favore di pochi e a detrimento di molti fra cui le imprese che loro rappresentavano. in una sua nota dell’epoca infatti si esprimeva “forte preoccupazione per la misura introdotta, che puòinnalzare ulteriormente il costo della bollettaenergetica italiana per un valore compreso tra i 500 e gli 800 milioni di euro”.

Nella nota di Confindustria si leggeva anche che « il tema degli effetti di spiazzamento delle fonti rinnovabili sul sistema termoelettrico esiste, ma non può essere affrontato in modo estemporaneo. In un Paese che ha una sovraccapacità ormai strutturale di produzione elettrica di oltre il 30% non esiste un problema di «  »capacity payment » bensì quello di trovare opportuni meccanismi di gestione dei bilanciamento e riserva di energia coerenti con il finanziamento del mercato”. Dunque, secondo Confindustria nel 2012, bisognava darsi da fare per accumulare la sovraccapacità energetica e distribuirla meglio, anziché pensare solo agli interessi dei produttori di energie fossili coprendo i loro buchi di bilancio generale da errate scelte di investimento, un problema che per i gruppi fossili diventava ormai insostenibile. 

Impatto devastante dei disastri fossili sulla vita marina

Progettate prima del boom delle rinnovabili, le centrali tradizionali (gas, termoelettrico, carbone), oltre che avere l’inconveniente di essere fortemente impattanti su, clima, ambiente e salute,  si reggevano sull’aspettativa totalmente illusoria di produrre al 70/80 per cento della potenza massima. Oggi sia per il crollo dei consumi sia per la concorrenza delle rinnovabili restano spesso al minimo, e rimangono sottoutilizzate per la maggior parte della giornata, salvo essere chiamate a produrre di sera quando il sole non c’è più e quindi gli impianti solari, non essendo appunto stati dotati di sistemi di accumulo, sono costretti a fermarsi. Invece di lavorare per 4 mila ore l’anno necessarie per ripagare l’investimento lavorano per 2500/3000 ore e, per recuperare, vendono l’energia a caro prezzo nel picco serale.

Così si scopre che i produttori elettrici hanno investito circa 25 miliardi di euro sui nuovi impianti a partire dal 2000, quando già si sapeva che avrebbero avuto difficoltà a ripagarsi per l’eccesso di offerta (vedi relazione di Assoelettrica del 2006  (5).


L’analisi non viene da noti ambientalisti oltranzisti, come Greenpeace o WWF,  ma dall’organo ufficiale di Confondustria, il Sole 24 ore, che parla esplicitamente di « costo eccessivo delle centrali di riserva« , e si tenga presente che la capacità di fare massa critica delle rinnovabili, all’epoca non era ancora così elevata come oggi. (6)

Inoltre l’iniziativa Carbon Tracker in un articolo dal significativo articolo « Trillions of dollars at risk as energy transition disrupts entire sectors » avvertiva che il « bagno di sangue » per i fossili sarebbe cominciato nel 2020 con l’esplosione degli « STRANDED ASSETTS » (crediti perduti definitivamente) per migliaia di miliardi di dollari. (7)

E Jeremy Rifkin, dopo attenta analisi dei mercati fossili, conclude nel suo libro appena uscito « Il Green New Deal Globale », che il crollo dovuto agli stranded assetts, sarebbe avvenuto al più tardi nel 2028. (8)


A fronte di tutto questo, quando nel 2012 i monopoli fossili furono messi in ginocchio dall’esplosione delle energie rinnovabile  (e specialmente del fotovoltaico) introdotte da Alfonso Pecoraro Scanio,  durante il governo Prodi, con un coraggioso e efficace sistema di incentivi conosciuto con il nome di Conto Energia,  chiesero al governo Monti di aiutarli perché avevano all’incirca 25 miliardi di stranded assetts che non li facevano dormire la notte.

IL CLUB DEI FINTI AMICI DELLE RINNOVABILI 

Che conseguenze si sarebbero avute e per chi se quei 25 miliardi fossero andati (o andassero, visto che ci sono ancora)  in fumo? Di chi sono? Qui il discorso diventa divertente, perché pur di non far fallire chi ha investito sciaguratamente in centrali fossili per i 30 anni passati, spuntano come funghi falsi amici delle rinnovabili, che arrampicandosi su specchi scivolosissimi cercano di giustificare il « Capacity market » come un vantaggio per la promozione dell’energia pulita. Personalità come l’ex sottosegretario all’energia Davide Crippa che in un commento ufficiale al « Capacity market »dice testualmente che esso  rappresenta un passo importante nello sviluppo delle rinnovabili e nel raggiungimento degli obiettivi di decarbonizzazione che ci siamo posti con il Piano Nazionale Energia Clima, (leggere per credere: https://www.mise.gov.it/index.php/it/198-notizie-stampa/2039835-fer1-e-capacity-market-doppio-via-libera-della-commissione-ue).


Da un altro lato, l’ingegner G.B. Zorzoli, esperto di mercato elettrico e presidente della sezione italiana dell’International Solar Energy Society su QualEnergia.it afferma che gli stranded assetts sono fondi che “sono stati investiti da chi ha fatto gli impianti, ma finanziati con il project financing, dunque alla fine gli investimenti vengono dalle banche. Non sfruttando i cicli combinati si metterebbero in crisi le banche italiane. 

Zorzoli quindi vuole salvare le banche che hanno incautamente prestato soldi allegramente a chi investiva nell’energia fossile mentre li lesinavano a chi voleva farsi un impiantino fotovoltaico sul tetto, pretendendo di ipotecargli la casa!

Poi, non contento, effettua una spericolata manovra  che mira a giustificare il regalo del “capacity market“ alle fonti fossili in nome delle rinnovabili, e afferma “La cifra investita è semplicemente troppo grossa  per lasciar fallire questi investimenti. Senza contare la ricaduta occupazionale, la colpa della quale poi verrebbe data alle rinnovabili. Non ci resta che sfruttare il capacity payment come possibilità tecnica, facendo attenzione che la remunerazione sia adeguata e sviluppando nel frattempo le tecnologie degli accumuli prioritariamente in quelle funzioni non coperte dai cicli combinati”  (sic!) . 

L’ODIOSO RICATTO OCCUPAZIONALE DELLE FONTI FOSSILI

In altre parole, per questo degno membro del Club dei falsi amici del solare (di cui Crippa è meritatamente presidente a vita), bisogna regalare soldi ai petrolieri così non licenziano lavoratori facendo ricadere la colpa sulle rinnovabili. Il ricatto occupazionale applicato ai più biechi interessi dell’energia fossile. Complimenti. 

E il mitico « rischio d’impresa »? Non esiste più? E il libero mercato, quello in nome del quale una visione ultraliberista dell’economia giustifica di tutto dalle violazioni delle più elementari regole di protezione ambientale e sanitaria ai licenziamenti selvaggi e la cancellazione di diritti sociali e umani?

E perché gli errori di questi presunti imprenditori del fossile dovrebbero sempre e comunque essere pagati da contribuenti e consumatori?


E poi giusto per capirci, praticamente qui, per evitare che vadano persi quei pochissimi posti di lavoro ancora forniti dal mondo fossile, dovremmo dare priorità all’elettricità di origine fossile e penalizzare quella virtuosa di provenienza rinnovabile e solare che ha una intensità occupazionale dalle 6 alle 34  volte superiore (9)? 

Tutto questo è illogico e ipocrita oltre che anti economico.

Ma tutto questo è anche anti europeo, perché è esattamente il contrario di quello che ci raccomanda l’Europa sia con le nuove direttive del Clean Energy Package for All Europeans che con la nuova strategia del Green Deal! (10) 

O l’Europa va bene solo quando raccomanda la macelleria sociale e il taglio di salari e pensioni in nome di una presunta stabilità finanziaria ispirata a rigidi parametri decisi in modo arbitrario da pochi presunti esperti finanziari al chiuso delle stanze di Bruxelles e Francoforte e non quando invece suggerisce la creazione di quelle « COMUNITÀ DELL’ENERGIA », che il prof. Livio de Santoli, pro Rettore dell’Università La Sapienza per le politiche energetiche, raccomandava profeticamente con il suo libro omonimo già nel 2011? (11) 


Chi ha investito nel gas lo faceva sfidando tutte le logiche umane, ecologiche e anche economiche, e oggi ne paghi le conseguenze. Se un imprenditore nel settore turistico ricettivo investe nella costruzione di un albergo vicino a una discarica e la gente rifiuta di andarci, i suoi mancati introiti di esercizio, i suoi debiti con le banche che incautamente gli hanno prestato i soldi e le sue perdite mia le copre lo stato o i consumatori.

Allora perché a ENEL, Sorgenia Edipower e compagnia cantando le perdite devono essere rimborsate dai consumatori con un assurdo prelievo in bolletta? Cosa hanno i potentati fossili di più di un barista, un titolare di ferramenta o on albergatore, da dover essere trattati con tanto riguardo? 

Del resto la stessa Confindustria aveva avversato il « capacity market » in epoca Monti, prima di diventarne entusiasta sostenitrice, e mi piacerebbe tanto che quelli di « Elettricità futura », che si sono opposti al ricorso contro il capacity market dell’associazione ITALIA SOLARE, ci spiegassero il perché di questo improvviso voltafaccia. (12)

IL REGALO DELLA « STRANA COPPIA » AI PETROLIERI

Il 28 GIUGNO 2019 infatti, la « strana coppia » Conte-Di Maio  generosamente concedeva con decreto apposito  ai monopoli fossili un full capacity market del valore di 20 miliardi in dieci anni (13) che è stato purtroppo autorizzato dall’anti trust della Commissione Europea sulla base di considerazioni errate, false e intrise di ipocrisia che parlano di sicurezza degli approvvigionamenti energetici . (14)  

Se si considera che il duo Monti-Passera si era limitato a 680 milioni per 3 anni mentre il governo attuale ne garantisce 20 per 10 anni, si ha una idea precisa delle dimensioni del regalo ai petrolieri.  

E la remunerazione della capacità di riserva elettrica  (con buona pace dell’Antitrust della Commissione Europea) è solo una penosa scusa, perché lo sanno anche i tordi che le società fossili hanno continuato per trent’anni a prendere soldi dalle banche per i loro sciagurati investimenti nei fossili, che oggi non sono in grado di restituire perché nessuno vuole più la loro elettricità sporca e costosa.

Le associazioni dei consumatori non hanno nulla da dire al governo « del cambiamento » e all’allora Ministro  dello Sviluppo Economico Di Maio gli hanno tolto di tasca oltre 20 miliardi, per remunerare la « capacità » di intervenire in caso di crisi del sistema?

IL FOTOVOLTAICO, COME IL SOLE, E’ DI TUTTI

Ma, Italia Solare, associazione che raggruppa i piccoli e medi imprenditori indipendenti del solare italiano, ha proposto un ricorso contro questo decreto (15), ricorso, come ricordato prima, avversato dalle imprese del solare raggruppate sotto l’egida confindustriale di ITALIA FUTURA, capeggiati dall’ineffabile Chiccho Testa, (che quando c’è da prendere una posizione pro fossili non fallisce mai un colpo).

E così siamo al paradosso che questa coraggiosa azione di Italia Solare contro un decreto governativo sbagliato e ingiusto che avrebbe meritato tutta l’attenzione dei media per sé, ha ottenuto meno attenzione del comunicato di Italia futura che la criticava. Ma purtroppo, si sa, quando si ledono gli interessi dei grandi monopoli energetici i media diventano stranamente distratti, afoni, parziali e approssimativi. (16)

RISORSE SOTTRATTE ALLA LOTTA CONTRO L’EMERGENZA CORONAVIRUS.
Infine non si può non fare riferimento all’attualità di una economia paralizzata dal Coronavirus con costi umani, ecologici  e economici. 


Stiamo vivendo in un momento in cui tutto il mondo è col fiato sospeso per lo sconvolgimento inedito e catastrofico delle nostre economie, della nostra socialità e della stessa integrità della razza umana, e in cui si scopre la incredibile fragilità dei sistemi sanitari dei paesi occidentali, massacrati da anni di disinvestimenti e tagli che significano la rinuncia forzata da parte del personale sanitario al tentativo di salvare vite umane minacciate da una semplice polmonite per mancanza di risorse economiche per far fronte ai mezzi tecnici e alle necessarie competenze professionali e umane.

Il governo italiano ha stanziato 25 miliardi per affrontare l’emergenza Coronavirus con investimenti tardivi nella sanità e ammortizzatori sociali. (17) 

Non è incredibile che al tempo stesso, adesso che il disastro finanziario si profila all’orizzonte, i petrolieri e gasisti, (che, ripetiamo fino alla noia, hanno continuato a investire in impianti fossili nonostante considerazioni relative alla loro redditività economica oltre che ai danni ecologici, lo sconsigliassero vivamente) chiedano e ottengano un regalo come il Capacity Market.


Quanti posti letto in terapia intensiva contro il Coronavirus ma anche contro infarti, tumori, e altre patologie mortali, si potrebbero rendere operativi con 20 miliardi salvando migliaia di vite umane, che notoriamente non hanno prezzo?

Quanti lavoratori costretti all’inattività dal Coronavirus, si potrebbero reimpiegare in lavori di pubblica utilità con 20 miliardi di euro?

Quante famiglie senza più reddito a causa del Coronavirus si potrebbero aiutare con 20 miliardi di euro invece di darli ai petrolieri?

Ma la domanda più pressante è un’altra: « quale governo di incompetenti, ipocriti e soprattutto incapaci (altro che capacity…) potrebbe accettare di mantenere questo scellerato regalo all’industria fossile, fantasiosamente giustificata dalla necessità di investire negli impianti a gas per una transizione che ormai è finita da un pezzo (18), mentre si sta raschiando il fondo del barile per aiutare i cittadini colpiti dal Coronavirus e gli operatori sanitari che si sacrificano spesso per poche centinaia di euro al mese per salvare vite umane nella più pericolosa emergenza sanitaria mai vissuta dal nostro Paese? »    

note ———————–


(1)

1 https://www.qualenergia.it/articoli/20130910-nuovo-capacity-payment-ecco-lo-schema/ 
2 http://www.agoravox.it/La-truffa-del-capacity-payment-E.html

(2) per lo smar energy delta si può consultare questa pagina. https://www.roadmapnexteconomy.com/smart-energy-delta/ 

Il LCOE è una valutazione del costo medio  totale di costruzione e gestione di un assett per la produzione dei energia per tutta la durata della sua vita diviso per la produzione totale di energia di quell’assett per quella stessa durata. Per approfondire si consiglia questo studio della società di consulenza finanziaria specializzata nell’energia Lazard https://www.lazard.com/media/450784/lazards-levelized-cost-of-energy-version-120-vfinal.pdf


(3) https://gofossilfree.org/divestment/commitments/


(4) https://www.qualenergia.it/articoli/20120720-sicurezza-della-rete-capacity-payment-rinnovabili/


(5) http://www.free-energia.it/w/wp-content/uploads/Relazione_Assoelettrica_2006.pdf


(6) https://st.ilsole24ore.com/art/notizie/2012-07-19/troppo-costose-centrali-riserva-063745.shtml?uuid=AbTWW99F)


(7)  https://carbontracker.org/fossil-fuels-will-peak-in-the-2020s-as-renewables-supply-all-growth-in-energy-demand/


(8) http://www.vita.it/it/article/2019/10/15/jeremy-rifkin-un-green-new-deal-globale-per-dare-forza-alleconomia-soc/152979/


(9) in questo studio effettuato degli economisti ed esperti energetici del gruppo di lavoro sul green new Deal del CETRI per conto della CGIL sulla base dei metodi di calcolo adottati dal gruppo del master Plan TRi (Terza Rivoluzione industriale) di Jeremy Rifkin si calcola che l’intensità occupazionale dell’energia rinnovabile  è dalle 6 alle 34 volte superiore a quella dell’energia fossile.
http://cetri-tires.org/press/2018/lintensita-occupazionale-della-terza-rivoluzione-industriale-e-brindisi/


(10) per quanto riguarda il clean energy for all europeans esso è consultabile a questo link 

https://ec.europa.eu/energy/topics/energy-strategy/clean-energy-all-europeans_en
Invece per quello che concerne il Green New Deal, il link per approfondire è questo:

https://ec.europa.eu/info/strategy/priorities-2019-2024/european-green-deal_it


(11) Livio de Santoli, « Le Comunità dell’Energia », edizioni Quodlibet 2011, dove si auspica “una decentralizzazione dei poteri in materia energetica. Vengono proposti piani realizzabili, finanziabili ed efficienti dal punto di vista del risparmio e del ritorno d’investimento. Le proposte dell’autore, però, dietro gli aspetti tecnici, non nascondono i risvolti politici e sociali: il web dell’energia, ovvero la creazione di una rete di nodi mediante la quale organizzare territorialmente la produzione, la distribuzione e il consumo di elettricità e calore, è infatti una riforma radicale, destinata a rovesciare l’attuale modello centralistico-gerarchico in nome di una democratizzazione comunitaria e di un’ampia federalizzazione delle risorse. L’obiettivo è quello di sollecitare la responsabilità civile su questi temi e di sviluppare una diffusa consapevolezza scientifica circa le conseguenze di scelte che non possono più essere delegate solo a una separata casta tecnica.

(12) https://www.staffettaonline.com/articolo.aspx?id=336797

(13) https://www.mise.gov.it/index.php/it/normativa/decreti-ministeriali/2039896-decreto-ministeriale-28-giugno-2019-capacity-market


(14)  https://ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/it/IP_18_682

(15) https://www.qualenergia.it/pro/articoli/capacity-market-italia-solare-fa-ricorso-al-tar/


(16) 

1 – https://www.qualenergia.it/articoli/stop-al-capacity-market-italia-solare-si-appella-a-di-maio/

2 – https://www.lastampa.it/tuttogreen/2019/06/25/news/mercato-elettrico-un-capacity-market-a-tutto-fossile-1.36543659

3- https://www.tpi.it/senza-categoria/fonti-fossili-finanziamento-bollette-di-maio-20190619349351/

4 – https://www.infobuildenergia.it/notizie/rinnovabili-capacity-market-commissione-europea-piano-italia-FER-6579.html

(17) https://www.repubblica.it/economia/2020/03/13/news/decreto_coronavirus_famiglie_imprese_mutui-251194578/

(18) https://angeloconsoli.blogspot.com/2019/05/orwell-brindisi.html

Rifkin fra le stelle

Jeremy Rifkin è stato intervistato da Davide Casaleggio per il Blog delle Stelle per ben cinque giorni consecutivi la settimana scorsa.

Davide Casaleggio

L’intervista partiva dalla necessità di esplorare gli sviluppi sociali ed economici del dopo Coronavirus ma ha poi spaziato, come era inevitabile, sui temi cari al noto professore americano che ha ispirato le strategie di leader mondiali come Angela Merkel, Zapatero, Xi Jin Pin, e le strategie economiche della Commissione Europea fino all’attuale Commissione Europea guidata da Ursula von der Leyen.

La prima parte dell’intervista, andata in rete lunedì sei aprile e l’ultima venerdì 10 aprile. La conversazione è scorrevole e disinvolta e un Rifkin visibilmente a suo agio con il suo interlocutore spazia a ruota libera sugli argomenti principali del suo nuovo libro, gettando squarci di luce su un futuro che in questo momento di crisi sanitaria appare incerto e avvolto dalle tenebre.

Un contributo di idee particolarmente necessario e dunque benvenuto in questo momento di confusione, disperazione e insicurezza nel quale si affacciano soprattutto dubbi e timori sulle prospettive di uscita da una crisi di cui non si riesce a prevedere la fine e i danni sanitari, economici e sociali. Un contributo che porta speranza a chi ha voglia di ripartire presto e bene mettendosi rapidamente e definitivamente alle spalle no dei periodi più brutti che l’umanità abbia mai attraversato. Jeremy Rifkin ha portato a sintesi questa sua visione nel suo nuovo libro IL GREEN NEW DEAL GLOBALE che ha presentato anche in Italia, e in questa occasione ha incontrato la Sindaca di Roma, Virginia Raggi.

Jeremy Rifkin e Virginia Raggi con il GREEN NEW DEAL

Vale la pena di ricordare che Roma è al centro delle attenzioni del visionario professore americano già da dieci anni. Infatti già nel 2010 Rifkin era stato chiamato ad chiamato ad elaborare un Master Plan per la Biosfera di Roma Capitale, che prevedeva già all’epoca che Roma si posizionasse all’avanguardia delle Città per la transizione energetica verso un modello post carbon ad alta intensità di lavoro, e rispettoso di ambiente e clima.

Il MASTER PLAN di Rifkin per Roma Capitale

Quel piano era stato elaborato con la collaborazione del prof. Livio de Santoli, pro Rettore dell’Università La Sapienza incaricato delle politiche energetiche che con Rifkin aveva scritto uno dei suoi libri più famosi, Le Comunità dell’Energia, per il quale sarebbe poi stato insignito del TRI Award, il riconoscimento che premia chi si distingue per l’affermazione dei principi e dei valori della Terza Rivoluzione Industriale.

Jeremy Rifkin e Livio de Santoli con il TRI Award 2012

Di tutto questo e di molto altro ha parlato Jeremy Rifkin con Davide Casaleggio sul Blog delle Stelle nelle cinque interviste che adesso andiamo a vedere più in dettaglio.

LE CINQUE INTERVISTE DEL BLOG DELLE STELLE A JEREMY RIFKIN

La prima delle cinque interviste, pubblicata lunedì 6 aprile, si incentra sull’analisi della nuova era, da Rifkin definita era della resilienza, che permetterà al genere umano di convivere con minacce globali come questa pandemia.

La seconda intervista pubblicata martedì 7 aprile illustra come le grandi rivoluzioni economiche nascano quando si verifica una convergenza fra un nuovo regime energetico, un nuovo modello di informazione e comunicazione e un nuovo sistema di trasporto che permettono un vero e proprio salto quantico nello spazio-tempo come è successo quando si è passati dalla Prima Rivoluzione Industriale, basata sull’energia del carbone, sul treno a vapore e sulla stampa meccanica, alla Seconda Rivluzione Industriale, basata sul petrolio, sulle auto, gli aerei e sulle comunicazioni radio e video.

Oggi, siamo alle soglie della Terza Rivoluzione Industriale, basata sull’energia solare in tutte le sue forme che converge con la comunicazione di internet e la mobilità sostenibile elettrica e a idrogeno a zero emissioni, di cui Beppe Grillo ha cominciato ad occuparsi già oltre 15 anni fa nel suo blog.

La terza intervista pubblicata mercoledì 8 aprile, verte sulla digitalizzazione dell’economia e il passaggio a una nuova economia della condivisione.

La quarta intervista andata in rete giovedì 9 aprile approfondisce la problematica della sharing economy e della transizione verso un’era in cui non conterà più la proprietà di beni e servizi ma l’accesso ad essi, come dimostra in modo esemplare il car sharing, che solo 20 anni fa sarebbe stato completamente inimmaginabile e oggi è diventato diffusissimo, e si interroga su come cambierà il mondo e la stessa organizzazione del lavoro in una economia basata non più su transazioni ma su flussi di scambi.

Nella quinta e ultima intervista, pubblicata venerdi 10 aprile, Rifkin orienta la riflessione sulle forme che assumeranno le imprese nella nascente Terza Rivoluzione Industriale che verrà accelerata dalla crisi del Coronavirus, e in che modo le ESCO rivoluzioneranno il mondo dell’energia rinnovabile distribuita di origine solare e alla portata di tutti, una vera e propria democratizzazione dell’energia, un settore che ha sempre provocato morte guerre distruzioni e inquinamento.

MES: TUTTE LE STRADE PORTANO A ROMA

Dopo l’infruttuosa riunione di martedì 7 aprile, ieri sera 9 aprile l’Eurogruppo (la riunione dei ministri finanziari dei paesi dell’Eurozona) è tornato a riunirsi raggiungendo un accordo su un pacchetto di misure di sostegno all’economia, riassunto in un rapporto che verrà proposto alla prossima riunione del Consiglio Europeo (la riunione dei capi di governo).

Nella comunicazione non è mancata l’enfasi sia da parte sia dell’on. Roberto Gualtieri, Ministro dell’Economia nel governo Conte bis, che di Paolo Gentiloni, Commissario Europeo agli affari economici, (entrambi membri del PD), che usando toni trionfalistici dichiarano la vittoria dell’Italia.

Posto che non si trattava di una guerra, che è affare molto più serio e drammatico, né di una partita di calcio, è curioso notare come anche il governo Olandese rivendichi la vittoria.

E già qui qualcosa non torna visto il duro scontro dei giorni scorsi proprio fra il paese dei tulipani e il bel paese.

Innanzitutto, veniamo al pacchetto di misure approvato dall’Eurogruppo. L’importo è rilevante, parliamo di una cifra superiore ai 500 miliardi di Euro divisi in tre misure distinte.

La prima è una misura di sostegno (già annunciata dalla presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen la settimana scorsa) del reddito e dell’occupazione chiamata “Sure”, ovvero una sorta di cassa integrazione europea proposta inizialmente dalla Commissione Europea, per 100 miliardi di Euro di prestiti garantiti da 25 miliardi contribuiti dagli Stati.

Ursula von der Leyen

La seconda è una misura a sostegno della liquidità delle imprese, una garanzia paneuropea da 25 miliardi di euro (sempre contribuiti dagli Stati) che serve a mobilitare prestiti fino a 200 miliardi destinati alle imprese (soprattutto PMI) ed ottenuti con fondi che la BEI raccoglierà su mercato e veicolerà attraverso istituzioni quali in Italia la Cassa Depositi e Prestiti.

La terza ed ultima misura è il ricorso al MES (Meccanismo Europeo di Stabilità) per un importo complessivo fino a 240 miliardi attraverso una nuova linea di credito denominata “Pandemic Crisis Support” (PCS) attivabile da qualsiasi paese che ne faccia richiesta.

Questa linea di credito, contrariamente a quanto previsto dal Trattato di costituzione del MES che prevede una linea di credito denominata ECCL (“Enhanced Conditions Credit Line”) che si attiva su richiesta del paese che non rispetta alcuni paramenti macroeconomici (i.e. rapporto debito/PIL non superiore al 60%), non prevedrebbe alcuna condizione macroeconomica da soddisfare, ma ha tuttavia un campo d’azione limitato ai soli finanziamenti della spesa sanitaria e di prevenzione.

Fin qui sembrerebbe una buona cosa ma veniamo alle note dolenti.

Questa nuova linea proposta sarà standard, ovvero non personalizzabile su ciascun stato ed erogabile nella misura massima del 2% del PIL del paese richiedente al 2019, da restituire in un arco di tempo massimo decennale.

Nel caso dell’Italia parliamo di un importo massimo finanziabile di circa 35/36 miliardi di Euro.

Questo elemento riveste notevole importanza per tre fattori:

– Il primo è che è l’esatto importo massimo erogabile all’interno del meccanismo di credito ECCL, non si discosta da quanto previsto originariamente dal MES.

– Il secondo è la dimensione: assai limitata per un paese come l’Italia che spende in media l’8,9% del PIL nella sanità (fonte Eurostat), anche alla luce dei 14 e oltre miliardi già versati dal paese come quota di contributo al MES. Al netto di questo contributo, il beneficio finanziario di breve/medio termine che ne deriverebbe all’Italia sarebbe contenuto a circa 22 miliardi di Euro. Considerando l’emergenza sanitaria che stiamo vivendo, è logico attendersi che l’esigenza di maggior spesa in materia di sanità debba estendersi ben oltre il 8.9% del PIL.

– Il terzo è la scadenza: il prestito va rimborsato in massimo 10 anni. Deve dunque essere chiaro che si tratta di un prestito, che come tale va ad aumentare il debito pubblico.

Si legge nel rapporto redatto dall’Eurogruppo che elemento fondante del ricorso alla PCS, che ripetiamo non richiede le medesime condizionalità stringenti della ECCL, è che “successivamente, gli Stati membri dell’Eurozona rimarranno impegnati a rafforzare i fondamentali economici e finanziari, coerentemente con il quadro di coordinamento e sorveglianza economica di bilancio dell’UE, compresa l’eventuale flessibilità applicata dalle competenti istituzioni”. Qui non è chiaro a cosa si riferisca quel “successivamente”.

Significa che possono essere inserite condizionalità simili o identiche a quelle previste per la ECCL in un secondo momento? Il rapporto non chiarisce ma sembrerebbe una concessione ai paesi del nord Europa. Se non adeguatamente spiegato, questo punto rischia di diventare la buccia di banana su cui scivola tutto l’accordo e sui cui si infrange la coerenza della posizione italiana.

Infatti, sarebbe necessaria una robusta dose di fiducia da parte dell’Italia per accettare una condizione così vaga e incerta conoscendo bene le posizioni ultra rigide ed ideologiche del fronte del rigore (Paesi germanici e del Nord Europa).

Il lavoro dell’Eurogruppo termina con la proposta di un “Fondo per la ripresa” di breve termine e dedicato a programmi nazionali di rilancio economico, gestito attraverso il “Bilancio comunitario” e finanziato dall’emissione di strumenti di debito comuni sui quali tuttavia non vi è alcun accordo.

Insomma, « Dum Roma consulitur, Saguntum expugnatur« , se consideriamo che per far fronte alle medesime necessità, ieri la FED ha annunciato che finanzierà il Tesoro per oltre 2500 miliardi di dollari senza indebitare lo Stato (attraverso emissione di moneta a credito e non a debito), a dimostrazione di cosa è realmente in grado di fare una vera Unione.

Mentre in America la Banca Centrale finanzia direttamente lo Stato con una cifra quintupla di tutto l’insieme delle misure del pacchetto europeo, in Europa, siamo alle solite: prestiti indiretti tramite istituti finanziari terzi (perché la BCE non può essere prestatrice di ultima istanza), e legati a condizioni per ora sconosciute, ma non eccedenti il 2% del PIL. In altre parole, in USA soldi gratis a tutti, in Europa soldi a prestito ma con condizioni forse peggiori di quelle del MES e in misura assolutamente irrisoria.

Ma non è ancora detto. Eh sì, perché la risposta da parte del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, sembra aprire uno spiraglio. Essa è stata affidata innanzitutto al solito Twitter, che ha reiterato la sua contrarietà al MES, contrarietà poi confermata con la conferenza stampa serale da cui è sembrato di capire che il premier foggiano abbia detto che l’Italia non si è opposta alla creazione della linea del MES per il Coronavirus, ma che essa non ci soddisfa e che dunque l’Italia non ne farà richiesta perchè continuerà a battersi per ottenere i Corona bonds.

Vedremo presto se questa interpretazione è veritiera o se è tutta una commedia messa in atto per esorcizzare il possibile conflitto fra le due componenti del governo. Infatti, da una parte il PD appare molto favorevole per bocca di Gualtieri e Gentiloni, mentre dall’altra il M5S per bocca di alcuni esponenti fra i quali il capo politico del Movimento Vito Crimi, ha dichiarato che il MES è strumento inidoneo e pericoloso.

Alcune domande sorgono perciò spontanee: per quanto tempo riuscirà Conte a mantenere sotto traccia queste posizioni chiaramente divergenti sul ricorso al MES? Si tratta di un conflitto sanabile? E se non lo fosse, che effetto può esso arrivare ad avere per la continuità dell’esperienza di governo?

E per quanto tempo ancora l’Europa potrà sopportare al suo interno simili contrasti che ne minano la stessa ragion d’essere, in un conflitto sempre più evidente fra egoismi nazionali dettati dalla finanza speculativa e slanci verso quel sogno europeo di Altiero Spinelli che comincia ad assomigliare sempre più a un incubo a causa del rigore totemico e moralista di alcuni Stati verso la stabilità finanziaria?

Alla fine vedremo che Roma si rivelerà forse più cruciale della stessa Berlino per le sorti della stessa Unione Europea, a conferma della vecchia credenza che … « tutte le strade portano a Roma ».

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Angelo Consoli (Presidente del Cetri-Tires)

Marco Fiorentini (analista finanziario)

CORONAVIRUS: ACCORDI E DISACCORDI IN EUROPA

…. »Il governo italiano ha ceduto ai falchi del MES e accettato un accordo al ribasso« … »No! niente è deciso ancora! » Sull’accordo di Bruxelles in seno all’Eurogruppo se ne stanno sentendo di tutti i colori e le polemiche infuriano. Rifuggendo alla tentazione di prendere parte a un dibattito che potrebbe avere la durata di un fuoco di paglia cerchiamo invece di vedere esattamaentr cosa è stato deciso ieri all’Eurogruppo senza dimenticare che tutto deve ancora passare al vaglio del Consiglio Europeo dopo pasqua e lo facciamo riportando ampi stralci dell’articolo del corrispondente ASKANEWS da Bruxelles, Lorenzo Consoli, da molte parti considerato, il « Veterano » del giornalismo italiano a Bruxelles, che chiarisce molto bene, al dilà di qualunque polemica, i contnuti dell’accordo di ieri notte. Ci sembra giusto separare i fatti dalle opinioni e pubblicarli in modo separato. Con un successivo articolo daremo una interpretazione critica di questi fatti.
Nel frattempo i fatti sono questi.


ACCORDO ALL’EUROGRUPPO SULLE RETI DI SALVATAGGIO ANTICRISI
di Lorenzo Consoli
C Askanews

Coronavirus, l’accordo dell’Eurogruppo su misure anti crisiPacchetto da 500 mld con ‘Sure’, Bei e Mes « senza condizioni »Bruxelles, 10 apr. (askanews)

L’ANTEFATTO. COME SI ARRIVA A QUESTO ACCORDO
I ministri europei delle finanze hanno raggiunto un accordo ieri sera, durante una videoconferenza dell’Eurogruppo aperta anche ai paesi non appartenenti all’Eurozona, su un pacchetto di misure complessivo da circa 500 miliardi di euro per la risposta immediata alle conseguenze economiche della crisi del Covid-19.

La riunione dell’Eurogruppo allargato, che era stata sospesa mercoledì mattina dopo 16 ore di negoziati, era ripresa alle ieri alle 21.30, con quattro ore e mezzo di ritardo rispetto all’orario previsto, ma è poi durata solo mezz’ora. Il negoziato vero, evidentemente, si era svolto in precedenza, con colloqui ristretti fra il presidente dell’Eurogruppo, Mario Centeno, e i ministri dei paesi più coinvolti nella discussione: da una parte Italia, Francia e Spagna, dall’altra l’Olanda e la Germania (ma con Francia e Germania impegnate a mediare).
I ministri hanno prodotto un rapporto di quattro pagine che contiene tutte le proposte concordate, e che sarà consegnato ora al presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, per essere discusso poi da capi di Stato e di governo dell’Ue, come prevedeva il mandato che i leader avevano affidato all’Eurogruppo il 26 marzo scorso.

I CONTENUTI dELL’ACCORDO: PUNTO 1 PACCHETTO « SURE »
Il pacchetto comprende innanzitutto il nuovo meccanismo « SURE » proposto dalla Commissione per il sostegno (tramite prestiti per 100 miliardi di euro garantiti da 25 miliardi assicurati dagli Stati membri) ai sistemi nazionali di cassa integrazione.
I ministri si sono impegnati a completare in modo rapidissimo la procedura legislativa, affinché « SURE » sia operativo il più presto possibile, probabilmente già entro qualche settimana.
PUNTO 2:
FONDO DI GARANZIA PER LE PMI
A questo strumento per salvaguardare l’occupazione viene aggiunto poi un meccanismo finanziario per sostenere la liquidità delle imprese: una « garanzia paneuropea » da 25 miliardi di euro (messi sempre dagli Stati membri) che permetterà di mobilitare prestiti per 200 miliardi di euro, con fondi raccolti sul mercato dalla Banca europea per gli investimenti (Bei) e destinati alle aziende, soprattutto le PMI, tramite le banche nazionali di promozione come la Cassa dei Depositi e Prestiti italiana.
PUNTO 3: LINEA DI CREDITO DEL MES CONTRO IL COVID
Il terzo elemento del pacchetto, il più controverso, consiste nell’apertura di una linea di credito dedicata del Mes (il Fondo salva-Stati) da 240 miliardi di euro in totale, attivabile da qualsiasi paese membro che lo voglia. Questa linea di credito, battezzata « Pandemic Crisis Support », non richiederà alcuna « condizionalità macroeconomica », sarà accessibile a tutti gli Stati membri in base a termini standardizzati e uguali per tutti, ma avrà un campo d’applicazione circoscritto al finanziamento della spesa sanitaria e di prevenzione diretta e indiretta dei paesi membri, fino a un ammontare pari al 2% del loro Pil.La chiave dell’accordo sull’assenza di condizionalità del Mes (l’Olanda non accettava che i paesi beneficiari non si impegnassero a rispettare la disciplina di bilancio, almeno a medio termine) sta nella formula usata nel rapporto dell’Eurogruppo, che ribadisce semplicemente che tutti gli Stati membri dovranno sottostare alle stesse regole di sostenibilità finanziaria nel periodo post-crisi. « Successivamente – si legge nel rapporto – gli Stati membri dell’Eurozona rimarranno impegnati a rafforzare i fondamentali economici e finanziari, coerentemente con il quadro di coordinamento e sorveglianza economica e di bilancio dell’Ue, compresa l’eventuale flessibilità applicata dalle competenti istituzioni ».(Segue)##Coronavirus, l’accordo dell’Eurogruppo su misure anti crisi -2-Su emissioni di debito comune per la ripresa decideranno i leaderBruxelles, 10 apr. (askanews) –


4 IL FONDO COMUNITARIO PER LA RIPRESA ECONOMICA
Infine, l’accordo prevede che si lavori anche a un « Fondo per la ripresa » temporaneo e mirato, per il finanziamento a medio termine dei programmi nazionali di rilancio delle economie durante e dopo la recessione ormai inevitabile.Il Fondo sarà gestito « attraverso il bilancio comunitario », e sarà finanziato con modalità e meccanismi ancora da decidere, compresi « strumenti finanziari innovativi ». Una formula, questa, che potrebbe comprendere gli eurobond o « Corona bond », o comunque emissioni di debito comune, ma su questo non c’è accordo. I ministri delle Finanze si attendono di ricevere su questo punto, come sull’entità complessiva dei finanziamenti (che dovranno comunque essere « commisurati ai costi straordinari sostenuti nell’attuale crisi », una mandato e degli orientamenti precisi da parte dei capi di Stato e di governo). Centeno, durante la conferenza stampa teletrasmessa, ha confermato che alcuni ministri insistevano per l’emissione di debito comune, mentri altri erano contrari e sostenevano che non è necessario. Il presidente dell’Eurogruppo ha detto che su questo « saranno cruciali le indicazioni (‘guidelines’, ndr) dei leader degli Stati membri ».

I CORONA BONDS
« Sui cosiddetti ‘Corona bond’ – ha aggiunto – non ho voluto chiudere la discussione, né pregiudicarla ».In altre parole, starà ora ai capi di Stato e di governo decidere se il Fondo per la ripresa comporterà finalmente la creazione di un vero e potente strumento di emissione di debito comune europeo, capace di mobilitare i finanziamenti che saranno necessari agli Stati membri più colpiti per superare la recessione e far ripartire a pieno ritmo l’economia; o se invece la disponibilità dell’Eurogruppo a lavorare a questo strumento rimarrà sulla carta, e il Fondo si ridurrà a qualche nuovo programma comunitario con un volume di investimenti inadeguato alle dimensioni senza precedenti di questa crisi.
Loc/Voz100157 APR 20
credits to ASKANEWS 2020


Jeremy Rifkin: “La globalizzazione morta e sepolta: la distanza sociale sarà la regola”

REPUBBLICA HA INTERVISTATO JEREMY RIFKIN SUL DOPO CORONAVIRUS. ECCO COSA NE È EMERSO…

Il guru dell’economia applicata all’ecologia: « Nella storia le trasformazioni epocali sono sempre state precedute da disastrose epidemie ». « Dovrà cambiare la governance mondiale, il futuro è nel Glocal e nelle Bioregioni ». Intervista di Eugenio Occorsio

Affari&Finanza – REP – 30 marzo 2020
«Beh, ci siamo arrivati all’abbattimento delle energie fossili e della CO2 nell’atmosfera che sono anni che vado predicando. Diciamo che avrei preferito di grandissima lunga che ci si arrivasse per altre vie». Trova il modo per un attimo d’autoironia a denti stretti Jeremy Rifkin, il guru mondiale dell’economia applicata all’ecologia. Però puntualizza subito il suo vero pensiero: «Spero che lei e la sua famiglia stiano bene. Questa è un’immane tragedia che lascia sgomenti. E quando sarà finita la carneficina faremo i conti con una crisi economica senza precedenti».

Mentre parliamo al telefono con il professore, chiuso come tutti nella sua casa (iperconnessa) di Washington, le agenzie battono la previsione di Morgan Stanley per il Pil americano: -30% nel secondo trimestre. Non solo nulla sarà come prima, ma non torneremo mai alla normalità, ha scritto il direttore dell’Mit Technology Review, Gideon Lichfield. Lei è d’accordo?

«Sicuramente sì. Bisognerà studiare nuove modalità di comportamento, studio, lavoro, vita sociale, per mantenere sempre una distanza di sicurezza l’uno dall’altro. E dovranno essere studiati di nuovo i teatri, gli stadi, i cinema, gli aerei, perché contengano meno gente e meno ammassata. Però io vado ancora più in là. Tanto per cominciare sarà necessario uno screening globale, come ha fatto la Corea, con test anti-corona per tutti. I dati andranno depositati, trovando qualche forma di tutela della privacy, in una piattaforma modello Blockchain a disposizione delle autorità anche internazionali. Fino a quando non sarà completata quest’operazione, dobbiamo rassegnarci: il virus resterà fra di noi, e visto che non si potrà mantenere il lockdown in eterno per non piegare definitivamente l’economia mondiale, bisognerà aspettare qualche remissione per riaprire (parzialmente) le porte, rassegnandosi comunque a richiuderle in fretta appena le terapie intensive degli ospedali segnaleranno qualche anomalo aumento degli accessi. Ma come dicevo, la rivoluzione dovrà andare ancora oltre, ridisegnando la governance mondiale».

Vuol dire che siamo alla Waterloo della globalizzazione, come lei pure avvertiva da tempo?

«La globalizzazione così come l’abbiamo conosciuta è morta e sepolta. E’ ora di prendere decisamente confidenza con il termine glocal. Io sono direttamente coinvolto in un progetto della commissione europea, parallelo e in parte propedeutico al “Green deal” lanciato dalla presidente Ursula von der Leyen. Si tratta delle “bioregioni”, cioè aree anche sovranazionali con particolare omogeneità e vocazione, dal punto di vista industriale, agricolo, culturale. Stiamo cercando di delinearne i confini per valorizzare le attività, le produzioni, gli scambi, all’interno di esse. Beninteso, visto che le tecnologie lo consentono, con il massimo dell’apertura e delle connessioni con il resto del mondo. La prima area campione che abbiamo analizzato è la “Haute-France”, la dorsale da Lione su fino a Dunquerque, una “rust belt” storica per la quale si può immaginare uno sviluppo industriale altrettanto importante e ovviamente più moderno. Abbiamo già riscontri favorevoli e i primi risultati in termini di investimenti. Altre aree per le quali abbiamo già studiato interventi specifici riguardano i Paesi Bassi e il Lussemburgo. Proprio in questi giorni ci stavamo concentrando sull’Italia. A proposito, quali “bioregioni” individuerebbe lei, quale reale differenza c’è oltre al clima fra il nord e il sud?»

Nasce il nazionalismo ecologico?

«Macché, non mi fraintenda. Le istituzioni politiche restano al loro posto nella pienezza dei loro poteri. Solo che vengono affiancate da un comitato di esperti, realisticamente che vivono nell’area interessata, potrebbero essere 300 persone fra accademici, sindacalisti, gente di cultura, insomma chi conosce il posto. Ad essi viene assegnato un periodo, diciamo dieci mesi, per fare le sue proposte. La presidente von der Leyen stava per rendere pubblico questo progetto, ma poi siamo stati tutti travolti da questa sciagurata pandemia. Anche negli Stati Uniti stavamo lavorando a un progetto analogo. Qui le bioregioni sono cinque, dai grandi laghi del nord al deserto della California. Abbiamo delle palesi difficoltà con la Casa Bianca però lo spartiacque è stato varcato con l’elezione nel novembre 2018 di una generazione di congressisti guidata da Alexandria Ocasio-Cortez, giovani e grintosi come solo i giovani sanno essere. E hanno un fortissimo seguito di opinione pubblica presso i loro coetanei e anche più piccoli».

Insomma, si potrebbe cogliere l’occasione di questa pausa tragica e forzata per ripensare completamente il nostro modello di sviluppo?

«Esattamente. Nella storia, le grandi trasformazioni epocali sono sempre state precedute da disastrose epidemie, compresa la rivoluzione industriale dell’inizio dell’Ottocento e andando indietro nei secoli dei secoli. E ogni volta si ripensa agli errori fatti. Qui, non per ripetermi, l’errore, chiamiamolo così per non usare termini più apocalittici, si chiama cambiamento climatico. Gli eventi estremi – incendi, alluvioni, maremoti, siccità, carestie – ormai arrivano con cadenza pluriannuale anziché ogni cinquant’anni come un tempo. E comportano sempre una fuga e una migrazione scomposta di uomini, animali e virus, che per sopravvivere – i virus – si attaccano disperatamente agli altri esseri viventi. Così si diffondono nel mondo».

Non dobbiamo più viaggiare?

«Parlo di fughe e migrazioni di massa. Però sì, a pensarci: lo sa con le teleconferenze quanto si risparmia in viaggi di lavoro, quanto inquinamento, stress, tempo sottratto alla famiglia? Perché qui torniamo sempre al punto di base: l’uomo deve diminuire lo spreco e il consumo di combustibili fossili. Non sono così ingenuo da pensare che il cambiamento avvenga in tempi immediati, però gli orizzonti temporali cominciano a stringersi, diciamo che ci restano vent’anni e non di più a disposizione. Non bisogna pensare a un impoverimento diffuso, semmai il contrario. La svolta da parte dei fondi pensione pubblici e privati di prelevare centinaia di miliardi di dollari dei loro investimenti dal settore dei combustibili fossili e dalle industrie collegate e reinvestirli nell’economia verde, già ha segnato l’avvento dell’era del capitalismo sociale. Ora abbiamo questa amarissima occasione: era meglio non averla, come dicevo all’inizio, però cerchiamo di coglierla. Anche perché tutte le grandi rivoluzioni industriali sono state caratterizzata dalla disponibilità di mezzi di comunicazione, di tecnologie e di fonti di energia. Se nell’800 c’era la stampa a caratteri mobili oggi abbiamo il web, e la stessa tecnologia ci dà la spinta necessaria con mille risorse dall’Internet of things alla digitalizzazione delle fonti rinnovabili. Nulla sarà più come prima, è vero, ma cerchiamo di far sì che sia migliore».

Il prof. Jeremy Rifkin in foto nel suo ultimo incontro a Roma lo scorso 22 ottobre 2019 nell’Aula Magna dell’Università Lumsa, con il suo direttore europeo Angelo Consoli e il coordinatore generale Antonio Rancati, davanti a 250 studenti, professori e opinion leader per parlare dell’educazione per Un Green New Deal globale e La Terza Rivoluzione Industriale: una Sharing Economy…

LES PROPOSITIONS DU PRÉSIDENT JUNCKER : NOUVELLES AMBITIONS ET ANCIENNES DIFFICULTÉS.

Par son discours sur l’état de l’Union prononcé au Parlement européen le 13 septembre dernier, le Président de la Commission européenne a voulu reprendre l’initiative politique alors qu’une « fenêtre d’opportunités » s’est ouverte en vue de la relance du projet d’intégration européenne après les élections françaises et allemandes. Juncker a tenté de tirer parti d’une opportunité politique particulièrement propice à une telle relance, alimentée par une série d’événements favorables. Ainsi, bien qu’ayant mis en question l’attractivité du projet européen, le Brexit permettra d’éviter qu’après mars 2019, le Royaume-Uni mette son veto à la révision des traités européens et au nouveau cadre de financement de l’Union européenne après 2020. Les chefs d’État et de gouvernement ont adopté une déclaration de principe le 25 mars 2017, dans laquelle ils réaffirment leur intention de relancer le projet d’intégration européenne par l’adoption d’une série de mesures dans les domaines de la sécurité, de la politique sociale et des relations extérieures de l’Union, qui devraient permettre de regagner le soutien politique des citoyens européens à l’égard de l’Union européenne. La reprise économique se généralise dans tous les pays de l’Union et le chômage, tout en demeurant élevé, a atteint son niveau le plus bas depuis neuf ans. L’attitude « isolationniste » de la nouvelle administration américaine a convaincu une bonne partie des dirigeants politiques européens que l’Europe devra davantage compter sur elle-même pour assurer sa propre sécurité. Et, enfin, l’élection du président Macron et ses déclarations concernant la construction d’une nouvelle souveraineté européenne assurent à la Commission européenne le soutien politique d’un grand pays de l’Union qui, dans le passé, a certes été à l’origine du projet européen mais qui en a également freiné le développement en diverses occasions (échec de la Communauté européenne de défense en 1954, crise de la chaise vide et compromis de Luxembourg en 1965/66, rejet de la Constitution européenne en 2005). Tirant parti de cette dynamique, le président Juncker a avancé dans son discours une série de propositions à la fois politiques et institutionnelles, dans le cadre du débat sur l’avenir de l’Union européenne. Les propositions formulées par le président de la Commission peuvent toutes être réalisées dans le cadre des traités en vigueur (contrairement à celles suggérées successivement par le président Macron dans son discours à la Sorbonne). En effet, la Commission européenne, dont l’une des fonctions consiste à être la « gardienne » des traités, n’a jamais à ce jour utilisé le pouvoir de formuler des propositions de révision de ces derniers, que lui confèrent l’article 48 du traité de Lisbonne ainsi que de précédentes dispositions, sur un pied d’égalité avec les États membres. Le projet Pénélope de 2002, qui constitue l’initiative la plus ambitieuse élaborée par la Commission en cette matière, a ainsi été déclassé par le président Prodi en une simple « étude de faisabilité » à la suite des réactions négatives du président de la Convention européenne, Giscard d’Estaing, et des commissaires eux-mêmes, qui n’avaient pas été impliqués dans la rédaction du projet (1).

1) Les propositions institutionnelles.

Concernant les institutions européennes et le processus décisionnel de l’Union, le président Juncker a soumis la quasi-totalité des propositions qui peuvent être mises en œuvre sans modification des traités et, donc, sans ouvrir la « boîte de Pandore » de la révision des traités (« boîte de Pandore » qui a en revanche été ouverte par le président Macron dans son discours à la Sorbonne). En quelque sorte, Juncker a « raclé les fonds de tiroir » de tout ce qu’il est possible de faire à traités constants pour améliorer ou simplifier le fonctionnement du processus décisionnel européen. Toutefois, comme nous le verrons plus loin, les propositions de Juncker ne sont pas exemptes de difficultés politico-institutionnelles, décelées dès l’entrée en vigueur du traité de Lisbonne (et qui ont entravé à ce jour la mise en œuvre des mesures en question).

1.1.) Le recours aux clauses « passerelles » pour permettre l’adoption de décisions à la majorité dans les domaines actuellement soumis à la règle de l’unanimité.

Le traité de Lisbonne a prévu la possibilité que le Conseil européen décide à l’unanimité d’introduire la règle de la majorité qualifiée pour statuer sur des mesures politiquement sensibles qui requièrent actuellement le vote unanime des États membres (par exemple, dans les domaines de la politique extérieure et de la fiscalité). De la même manière, le Conseil européen peut décider à l’unanimité de permettre la participation égale du Parlement européen (à savoir, la codécision) dans les cas dans lesquels le Conseil statue actuellement avec l’avis non contraignant de cet organe. Juncker a cité le marché unique parmi les domaines dans lesquels les décisions devraient être prises à la majorité qualifiée et a évoqué en particulier une série de mesures fiscales (au nombre desquelles l’impôt des sociétés, la TVA et la taxe sur les transactions financières) pour lesquelles l’unanimité devrait être remplacée par la majorité qualifiée. Bien que la proposition de Juncker soit dictée par le bon sens, eu égard aux difficultés auxquelles se heurte l’harmonisation fiscale dans l’Union européenne, la probabilité que les États membres renoncent au droit de veto dans le domaine fiscal sont très faibles, voire inexistantes. D’une part, certains États membres tirent un avantage économique de taille de la règle de l’unanimité, étant donné que le droit de veto leur permet d’appliquer des régimes fiscaux plus favorables en faveur des multinationales qui investissent sur leur territoire (citons les cas les plus fragrants de l’Irlande et du Luxembourg, mais aussi l’Autriche et les Pays-Bas qui tirent profit de l’absence d’harmonisation fiscale). D’autre part, le traité de Lisbonne a prévu une garantie procédurale supplémentaire vu que le parlement national d’un seul État membre peut bloquer la décision du Conseil européen dans un délai de six mois. Ainsi, en son temps, le Parlement britannique avait interdit à son gouvernement l’utilisation de cette clause du traité. Après le Brexit, il est prévisible que les parlements des pays susmentionnés adopteront des initiatives analogues (rappelons que l’Irlande a subordonné la ratification du traité de Lisbonne à l’obtention de garanties relatives au maintien de son régime fiscal). Par conséquent, la proposition du président Juncker d’utiliser les clauses passerelles dans le domaine de la fiscalité risque de ne pas emporter l’adhésion unanime du Conseil européen ou d’être bloquée par le veto préventif d’un parlement national.

1.2.) La fusion des présidences de la Commission et du Conseil européen.

Juncker a souhaité que l’Union européenne se dote d’un président unique, exerçant les fonctions actuellement distinctes de président de la Commission et de président du Conseil européen. L’idée n’est pas nouvelle étant donné qu’elle a été avancée pour la première fois par le député français Pierre Lequiller lors de la Convention européenne présidée par Giscard d’Estaing. À l’époque, la suggestion n’avait guère eu d’écho, notamment parce que de nombreux « conventionnels » des pays plus petits s’opposaient à l’institution d’une présidence stable pour le Conseil européen. Toutefois, ni le traité constitutionnel ni le traité de Lisbonne n’ont exclu la possibilité d’une fusion des deux fonctions, en ne prévoyant aucune incompatibilité dans leurs textes. La proposition a été ultérieurement relancée par Michel Barnier dans un discours de 2011, sans cependant recueillir davantage de soutien. A première vue, cette nouvelle proposition de Juncker semble elle aussi empreinte de bon sens, car elle simplifierait la structure institutionnelle de l’Union et, surtout, aux yeux des citoyens, les plus hautes fonctions de l’Union européenne seraient incarnées par une seule et même personne. En outre, la célèbre question de Kissinger (« L’Europe, quel numéro de téléphone ? ») trouverait enfin une réponse. Néanmoins, la proposition se heurte à des difficultés politico-institutionnelles découlant des fonctions différentes assumées par les deux présidents et, surtout, des dispositions des traités en vigueur :

a) Le président de la Commission européenne dirige une institution qui a pour tache de promouvoir l’intérêt général de l’Union (art. 17 TUE), alors que le président du Conseil européen œuvre pour faciliter la cohésion et le consensus au sein du Conseil européen (art. 15, par. 6, TUE). En d’autres termes, institutionnellement, le président de la Commission a un rôle d’initiative législative et de contrôle de l’application des traités et des mesures adoptées par les institutions. Quant au président du Conseil européen, il se pose en médiateur entre les positions divergentes des chefs d’État et de gouvernement et vise un consensus unanime. Il est manifeste que le rôle de la Commission européenne a évolué au fil des années et que son président est dès lors plus enclin à rechercher le consensus au sein du Conseil européen qu’à défendre bec et ongles les propositions de son institution (2). Toutefois, la fusion des deux fonctions risquerait indubitablement de renforcer cette tendance, plutôt que de l’atténuer.

b) Le président de la Commission européenne est élu pour cinq ans par le Parlement européen sur la base d’une proposition du Conseil européen, qui tient compte des résultats des élections européennes. Le Parlement européen a le droit de censurer l’action de la Commission et d’entraîner ainsi sa démission. Dans ce cas, le président de la Commission devrait lui aussi démissionner en cas de vote d’une motion de défiance. Pour sa part, le président du Conseil européen est directement élu par les chefs d’État et de gouvernement pour un mandat de deux ans et demi, renouvelable, sans aucune implication du Parlement européen. On imagine difficilement que les chefs d’État et de gouvernement acceptent qu’une éventuelle motion de censure de la Commission européenne par le Parlement européen puisse entraîner la démission du président du Conseil européen. Dans le cas contraire du maintien du président du Conseil européen dans ses fonctions, le dualisme qui existe actuellement serait rétabli de facto.

Par conséquent, même si elle est réalisable à traités constants, l’idée de fusionner les fonctions de président de la Commission et de président du Conseil européen risque de se heurter aux obstacles politiques et institutionnels décrits ci-dessus. Il conviendrait dès lors de modifier les traités afin d’éliminer les contradictions présentes dans les dispositions actuelles. A cela, s’ajoute encore le fait que la fusion des deux présidences est susceptible de renforcer l’aspect intergouvernemental de la désignation et de la fonction du président du Conseil européen, au détriment de la méthode communautaire basée sur le droit d’initiative de la Commission européenne, le vote à la majorité et la mission de contrôle politique du Parlement européen, que Juncker voudrait précisément renforcer par ses propositions. L’expérience tirée de l’élaboration conjointe de documents par les quatre ou cinq présidents des institutions européennes en vue de la consolidation de l’Union économique et monétaire (dont les feuilles de route ont été écartées par le Conseil européen) ne contredit pas, mais renforce plutôt cette conclusion.

1.3.) L’institution d’un ministre européen de l’économie et des finances, qui devrait être le commissaire européen en charge de l’économie et des finances et le président de l’Eurogroupe.

La proposition d’instituer la fonction de ministre européen de l’économie, gérant une ligne budgétaire pour la zone euro, contrôlant l’application correcte des dispositions relatives à l’UEM, présidant l’Eurogroupe, étant l’interlocuteur privilégié de la Banque centrale européenne et répondant de son action devant le Parlement européen (éventuellement composé uniquement des députés de la zone euro) est également une proposition dictée par le bon sens, qui renforcerait à la fois l’efficacité et le caractère démocratique des institutions européennes. Toutefois, l’idée de confier cette fonction au commissaire en charge des affaires économiques (actuellement, le français Moscovici) pose des problèmes analogues de nature institutionnelle et de possibles conflits d’intérêts :

a) le président de l’Eurogroupe est lui aussi désigné par les États membres sans intervention du Parlement européen, tandis que, bien qu’étant initialement désigné par les États membres, le commissaire en charge des affaires économiques reçoit l’approbation du Parlement européen et est responsable devant ce dernier à l’instar de tous les membres de la Commission européenne ;

b) en tant que membre de la Commission européenne, le commissaire chargé des affaires économiques exerce un droit d’initiative législative à l’égard de l’Eurogroupe. Exercer simultanément le droit de proposition propre à la Commission européenne et la fonction de médiation propre au président de l’Eurogroupe pourrait occasionner un conflit d’intérêts entre les deux fonctions (étant donné que le président de l’Eurogroupe doit, institutionnellement, rechercher un compromis afin de faciliter la conclusion d’un accord sur une proposition de la Commission européenne). En outre, la fonction de supervision de l’application des dispositions du traité, propre à la Commission européenne, pourrait être influencée par sa désignation par les États membres, que le Commissaire aux affaires économiques serait contraint de sanctionner en cas de violation des dispositions européennes.

La comparaison faite traditionnellement avec la double casquette du haut représentant pour la politique étrangère (Federica Mogherini), qui est à la fois vice-président de la Commission européenne et président du conseil « Affaires étrangères » n’est pas pertinente. En effet, d’une part, la Commission européenne ne possède pas le pouvoir d’initiative législative dans le domaine de la politique étrangère et le Conseil « Affaires étrangères » délibère à l’unanimité dans la très grande majorité des cas, raisons pour lesquelles d’éventuels conflits d’intérêts entre les deux fonctions sont exclus. D’autre part, le Conseil « Affaires étrangères » prend habituellement des décisions de nature exécutive, et non législative, comme l’envoi de missions de paix ou d’observation des élections sensibles, la définition de stratégies politiques à l’égard d’un pays tiers ou l’imposition de sanctions à des pays qui ne respectent pas les droits de l’homme. Dans de tels cas, le haut représentant pour la politique étrangère exerce des fonctions de nature exécutive, tant en sa qualité de vice-président de la Commission qu’en celle de président d’une formation du Conseil.

Par conséquent, tandis que la fonction de haut représentant pour la politique étrangère ne comporte pas de conflits d’intérêts potentiels avec celle de vice-président de la Commission européenne, il pourrait en aller autrement dans les relations entre la fonction de président de l’Eurogroupe et celle de Commissaire en charge des affaires économiques et financières.

1.4.) Le renforcement de la zone euro et la création d’une ligne budgétaire

Le président Juncker est essentiellement préoccupé par l’unité des 27 pays au sein de l’Union européenne et n’est pas favorable au « dédoublement » de l’Union en deux cercles concentriques. Il n’exclut pas que des initiatives soient mises en œuvre par des groupes plus restreints de pays, mais il ne propose pas un renforcement institutionnel de la zone euro (voir le troisième scénario du Livre blanc de la Commission sur l’avenir de l’Europe). Par conséquent, Juncker n’a pas proposé la création d’un budget autonome pour la zone euro financé par des impôts européens, comme le suggérait le président Macron, mais uniquement d’une ligne budgétaire dédiée à la zone euro dans le cadre du budget de l’Union européenne. Conformément à son intention d’agir à traités constants, Juncker propose en réalité la création d’un instrument financier de stabilisation macroéconomique dans le cadre du budget de l’Union européenne, qui puisse être utilisé en faveur des pays disposant de la monnaie unique (alors que la création d’un budget autonome pour la zone euro financé par des impôts européens nécessiterait la modification des traités).

1.5.) La démocratisation de l’Union européenne.

Fidèle à son approche générale consistant à agir dans le cadre des traités existants, Juncker se déclare favorable à la poursuite de l’expérience des « Spitzenkandidaten » lors des prochaines élections européennes et manifeste, en son propre nom et avec prudence, son soutien à la proposition plus déterminée du président Macron et d’autres dirigeants européens de créer des listes transnationales pour les élections de 2019. Dans son discours, Juncker exprime son appui à l’organisation de conventions démocratiques de citoyens européens, comme proposé par le président Macron, afin de poursuivre le débat sur l’avenir de l’Europe en 2018. Les autres propositions de Juncker pour la démocratisation de l’Union portent sur l’utilisation des clauses passerelles pour accroître le vote à la majorité et sur la fusion des fonctions de président de la Commission et de président du Conseil européen, dont nous avons déjà souligné la difficulté.

2) Les propositions politiques.

Dans son discours sur l’état de l’Union et dans sa lettre d’intention adressée au président du Parlement européen et au président du Conseil, Juncker énumère une série de propositions significatives que la Commission européenne s’engage à présenter en partie dans le courant de l’actuelle législature (18 prochains mois) et en partie à l’horizon 2025 (même si Juncker ne peut engager la prochaine Commission européenne qui sera renouvelée en 2019). Juncker a recours à la méthode traditionnellement utilisée par la Commission européenne dans le cadre de l’élaboration de ses programmes de travail (à savoir la « feuille de route » qui expose la teneur essentielle des diverses propositions et leurs dates de présentation). Une analyse rédigée par la task force de la Commission européenne souligne, et ce n’est pas un hasard, que 80% des propositions formulées le 27 septembre par le président Macron coïncident avec les propositions avancées par Juncker dans le programme de travail de la Commission européenne.

Un examen détaillé des propositions annoncées par Juncker dans son discours et dans sa lettre d’intention adressée aux présidents des deux institutions européennes n’a pas sa place dans cet article. Il convient toutefois de mettre en évidence la volonté du président Juncker d’avoir recours au droit d’initiative de la Commission européenne pour renforcer la croissance économique et les investissements (en particulier par un train de mesures dans le domaine du marché unique numérique), réaliser une Union européenne de l’énergie par des propositions ambitieuses en matière de changements climatiques, élaborer une nouvelle stratégie pour la politique industrielle de l’Union européenne (malgré l’insuffisance des compétences prévues par le traité) et consolider le marché intérieur. En particulier, il importe de mettre en exergue l’intention du président Juncker de présenter un train de mesures intitulé « justice fiscale » pour la création d’un espace TVA unique et une proposition autorisant l’imposition des bénéfices générés par les multinationales grâce à l’économie numérique. Vu les critiques dont le président Juncker a fait l’objet pour avoir permis dans le passé les pratiques permissives du Luxembourg en matière de régime fiscal applicable aux multinationales, il s’agit d’un juste retour des choses. Dans le domaine de la politique sociale, Juncker se borne à proposer la proclamation par les institutions européennes du socle européen des droits sociaux, ainsi que la création d’une autorité européenne du travail afin de renforcer la coopération entre les autorités nationales et d’autres initiatives en faveur d’une mobilité équitable, telles que le numéro de sécurité sociale européen. Sans minimiser la portée symbolique d’une nouvelle charte européenne des droits sociaux, on ne peut que difficilement affirmer que cette initiative concrétise l’objectif d’une Europe plus sociale, comme annoncé dans la Déclaration de Rome du 25 mars 2017. D’autres mesures à caractère législatif, et, partant, contraignantes pour les États membres seraient nécessaires sur le plan social pour regagner le soutien des citoyens à l’égard du projet européen. Citons notamment l’institution d’un revenu minimum européen et/ou la création d’une allocation européenne de chômage, mesures déjà proposées par certains pays de l’Union et par le Parlement européen. Il ne fait aucun doute que l’insuffisance de l’actuel budget européen et le manque de nouvelles ressources propres sont des obstacles majeurs à la mise en œuvre de telles mesures, qui pourraient néanmoins être financées provisoirement par des contributions financières des États membres, à condition que ceux-ci soient exemptés de l’obligation de respecter le critère des 3% du déficit annuel de leur budget national. Les propositions de Juncker dans le domaine du renforcement de l’Union économique et monétaire sont davantage significatives. Elles prévoient la transformation de l’actuel Mécanisme européen de stabilité (MES) en un véritable Fonds monétaire européen géré par le futur ministre européen des Finances, ainsi que la création d’une ligne budgétaire consacrée à la zone euro prévoyant une aide financière aux réformes structurelles nationales, ayant une fonction de stabilisation macroéconomique de la zone euro et facilitant la convergence économique des pays qui ne disposent pas encore de la monnaie unique. Toutefois, dans la mesure où les propositions de Juncker se basent sur les traités actuels, la création de tels instruments financiers sera confrontée au caractère limité de l’actuel budget européen et ne saurait représenter l’embryon d’un futur budget « fédéral » européen, requérant, a fortiori, l’institution préventive de nouvelles ressources propres. Les propositions de Juncker relatives à la politique migratoire et à un espace de justice et de droits fondamentaux basé sur la confiance mutuelle méritent également une mention particulière. Citons notamment dans ce cadre le train de mesures en matière de lutte contre le terrorisme qui devrait renforcer la sécurité des citoyens européens et contribuer à une meilleure perception par ceux-ci de la valeur ajoutée du projet européen. Soulignons également l’initiative législative programmée pour l’automne 2018 visant à améliorer le respect de l’État de droit dans l’Union européenne. Sur ce plan, les institutions européennes avaient perdu une partie de leur crédibilité en renonçant jusqu’à présent à lancer la procédure prévue par l’art. 7 du traité à l’encontre de la Hongrie et de la Pologne afin de constater l’existence d’une violation grave et persistante par ces États membres des valeurs de démocratie et d’état de droit. Il est certain que la nécessité d’obtenir l’unanimité au Conseil européen pour constater l’existence d’une telle violation limite fortement le caractère dissuasif de l’article 7 du traité, mais l’incapacité d’intervenir pour défendre les droits fondamentaux dans l’Union européenne a fortement miné la crédibilité de l’Union dans sa dénonciation des violations du même genre commises par des pays tiers. Par conséquent, l’initiative annoncée par le président Juncker est positive.

3) Conclusions.

Cette brève analyse des propositions formulées par le président Juncker dans son discours permet de conclure que ses propositions institutionnelles n’ont que peu de probabilités de voir le jour en raison des obstacles politico-institutionnels difficilement surmontables sans une révision des traités (suppression des clauses restrictives et des incompatibilités entre les dispositions en vigueur). La seule exception concerne la création d’une ligne budgétaire pour la zone euro dans le cadre de l’actuel budget de l’Union européenne. Cette proposition réitère en réalité sous une autre forme la suggestion de création d’un instrument financier à l’intention des pays de la zone euro, préconisée dans le « Blueprint » de la Commission européenne de novembre 2012. Il en va par contre autrement pour les propositions portant sur la teneur des politiques, dont l’adoption pourrait constituer un élément significatif de la relance du projet européen (même si l’institution d’un instrument contraignant dans le domaine de la politique sociale continue à faire défaut, alors qu’il permettrait aux citoyens européens de percevoir la valeur ajoutée de l’Union européenne dans la lutte contre le chômage et l’exclusion sociale). Le discours du président de la Commission européenne n’est donc pas « le baroud d’honneur d’un fédéraliste obstiné » (3), mais plutôt une tentative visant à rendre à la Commission européenne le rôle « monnetien » d’initiative législative et d’interprète privilégié de l’intérêt européen. Toutefois, les propositions les plus marquantes de Juncker ont été reléguées au second plan par les propositions encore plus ambitieuses formulées par le président Macron dans son discours à la Sorbonne du 27 septembre. Le président Macron ne s’étant pas borné aux interventions pouvant être réalisées à traités constants, mais s’étant projeté dans la perspective des deux prochaines élections européennes et, partant, à l’horizon 2025, ses recommandations sont plus ambitieuses que celles de Juncker, aussi bien sur le plan institutionnel que politique, étant donné qu’elles visent à créer une souveraineté européenne et à modifier les structures institutionnelles actuelles (budget distinct pour la zone euro, réduction du nombre de commissaires, élection de la moitié du Parlement européen sur des listes transnationales, création d’une force d’intervention et d’un budget commun pour la défense, création d’une véritable corps de police commun aux frontières externes de l’Union). Ce n’est pas un hasard si le président Juncker a transmis aux chefs d’État et de gouvernement un document rédigé par sa task force pour la stratégie politique, dans lequel il souligne l’importante convergence des propositions des deux dirigeants (80% des propositions de Macron auraient déjà été proposées ou seraient incluses dans le programme de travail de la Commission présenté par Juncker) et précise que les propositions les plus ambitieuses du président Macron requièrent une modification des traités et, donc, des délais d’exécution plus longs. Quoi qu’il en soit, ainsi que nous l’avons indiqué, les propositions institutionnelles du président Juncker nécessitent en réalité elles aussi des modifications des traités destinées à supprimer les clauses de sauvegarde et les incompatibilités présentes dans les dispositions du traité de Lisbonne.

Notes de bas de page :

  1. En réalité, même si la Commission européenne n’a jamais avancé de propositions formelles de modification des traités, le président Delors et son équipe de négociateurs ont obtenu des modifications significatives des traités en vigueur aussi bien lors de la conférence intergouvernementale ayant débouché sur l’Acte unique (extension des compétences communautaires, augmentation du nombre des dispositions soumises au vote à la majorité, accroissement des pouvoirs du Parlement européen, introduction de l’intégration différenciée sur le marché unique (art. 100, par 4, TCE) que durant celle de Maastricht consacrée à l’Union économique et monétaire.
  2. Il serait difficilement envisageable que la Commission européenne retire aujourd’hui sa proposition relative au programme Erasmus, comme le fit la Commission Delors en 1986, parce que le Conseil avait demandé une réduction de plus de 50% du budget du programme. De la même manière, la Commission pourrait difficilement obtenir aujourd’hui l’adoption du projet Galileo qui, au moment de sa présentation, s’était heurté à l’opposition de plusieurs Etats membres (Allemagne, Royaume-Uni, Pays-Bas et Danemark) représentant une minorité de blocage.
  3. Voir l’article de Riccardo Perissich « UE: l’ultimo urrà del Presidente Juncker » du 23/09/2017 (http://affarinternazionali.it/2017/09/ue-urra-pe-juncker/).

Paolo Ponzano – Professeur de gouvernance européenne et d’histoire de l’intégration européenne au Collège européen de Parme.

Vers une technologie Solaire Thermodynamique (CSP) plus propre et moins couteuse

solare_termodinamico_sali_fusiSolaire thermodynamique; une technologie du futur, ou déjà une réalité?
Nisrine Kebir, membre du comité scientifique du CETRI a visité l’usine d’Archimede Solar Energy à Massa Martana (Perouse – Italie), et voici sa réflexion sur cette technologie interesseante.

Le développement des sources des énergies propres au service de la préservation de l’environnement ne cesse de s’accélérer avec le changement climatique qui devrait s’accentuer dans les prochaines années. Néanmoins, la gestion et la valorisation des systèmes de production de ces énergies en fin de vie deviennent un souci majeur. Toujours est-il que plusieurs études se font sur les modes de décomposition et de recyclage des panneaux photovoltaïques ou de l’éolienne, mais qu’on est-il de la technologie solaire thermodynamique (CSP)?

Bien que l’installation soit simplement recyclable après démantèlement, l’élimination écologique des huiles synthétiques ou minérales faisant partie du processus de production représente une préoccupation environnementale de taille, en raison de leur caractère extrêmement polluant vis-à-vis du sol et de l’eau. C’est delà que la société Archimede Solar Energy (ASE) née en 2007 a fait un pas en avant vers la recherche de solutions réduisant l’impact de la technologie sur l’environnement.

Cette dernière a développé conjointement avec le centre de recherche italien ENEA un brevet pour un cycle combiné qui utilise exclusivement les sels fondus comme fluide caloporteur, ce qui a rendu l’utilisation de ces huiles dispensable, pour cette technologie.

Angelantoni
Gianluigi e Federica Angelantoni

D’ailleurs, le nom de la société s’inspire du génie Archimédien ayant historiquement utilisé des miroirs ardents pour défendre la ville de Syracuse en Sicile, contre les romains en 213 avant J.C, il y a plus que 2000 ans.

D’autant plus que le cœur biodégradable de ce système moderne à sels fondus est économique et disponible en grande quantités étant un simple mixte de nitrate de sodium et de potassium. En plus, il est à très faible risque d’inflammation et d’incident d’exploitation, sans oublier le fait que l’huile synthétique doit être changée régulièrement soit un pourcentage approximatif de 2% à 3% de l’ensemble du volume de la centrale annuellement, ce qui amplifie davantage le risque. En ce qui concerne le processus thermodynamique, le maintient de la température du fluide caloporteur au niveau opérationnel désiré est assuré grâce à la tubo_ricevitore-solare-angelantonistructure et la conception ingénieuse des tubes des récepteurs solaires développés par ASE sous licence ENEA, et qui garantissent des performances optique, thermique et de stabilité spéciales. Ces récepteurs solaires sont caractérisés principalement par une technologie qui rassemble des matériaux hétérogènes à savoir:

?? Le verre borosilicate doté d’un revêtement antireflet déposé sur les surfaces interne et externe. Un traitement hydrophobe de la surface externe est en mesure d’incrémenter la résistance du revêtement antireflet aux agents atmosphériques et de compléter la technologie de l’enveloppe protectrice.

? ?L’acier inoxydable austérique sélectionné pour optimiser la résistance à la corrosion.

? Le CERMET pour aider à maximiser l’absorption de l’irradiation solaire et minimiser son émission garantissant ainsi un facteur de conversion d’énergie solaire en énergie thermique élevé.

?? Un revêtement nano composite composé d’une couche supérieure en matière céramique avec un haut pouvoir antireflet aux radiations visibles et d’une couche inférieure en matière métallique permettant de réfléchir les radiations infrarouges.

En résumé, on peut dire qu’une telle technologie a permis de simplifier la configuration de l’installation conventionnelle en éliminant l’échangeur de chaleur du système thermique d’accumulation vu que le fluide qui circule dans le champ solaire du système est identique. Elle a permis aussi de réduire le volume des réservoirs de stockage de deux tiers grâce aux températures atteintes qui s’élèvent à 580 C° au lieu de 400 C°, ce qui se traduit par des baisses de coût avoisinant les 30%.archgimede solar

Cette technologie, en fait, a déjà été testée en 2010 sur un système de 5MWp installé par ENEL a Priolo, symboliquement prés de la ville de Syracuse, et en 2013 sur un DEMO-Plant de recherche d’une puissance de 2MW installé localement au niveau d’une plateforme de la société Archimede Solar dans la ville italienne de Massa Martana. Actuellement, une centrale thermodynamique «CSP» à sels fondus est en cours de construction en Chine d’une puissance de 450 MW, prévue d’être opérationnelle en 2017.

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Jeremy Rifkin était à Bruxelles avec la Commission Juncker

Jeremy Rifkin était à Bruxelles pour tenir une série de discussions avec la Commission Juncker (nouvellement créée) et les nouveaux dirigeants du Parlement européen.
A cette occasion, était une réunion avec la radio
TV Oorobarl, et d’expliquer les principes de la nouvelle économie de partage, qui est le sujet de son nouveau livre, Economie coût marginal de zéro
Au-delà de la capitale, vers une économie partagée
06’18 « 11/11/2014
Le retour du Prophète économie / 1
« Le rêve européen / 2
Jeremy Rifkin est maintenant vantant une nouvelle révolution | 3
Avec l’économie numérique sera de réduire les coûts et la croissance sera plus de vitesse / 4
Nous avons rencontré un économiste au Parlement européen / 5
Jeremy Rifkin est retourné en Europe une nouvelle prophétie 6 /
Mais cette fois, on peut dire que votre vision du monde a déjà commencé à mettre en œuvre / 7
Et maintenant, vous voulez sortir de l’avant / 8
Le coût marginal de la Communauté, zéro, est le centre de Nboitkm. Mma signifie / 9
Il est le titre de mon nouveau livre, et ne doit pas être effrayant / 10
Il est facile de comprendre le sens du coût marginal de la communauté, zéro / 11
Actuellement, trois milliards de personnes connectées à Internet dévoile / 12
« Produits de consommation | 13
Et pas le vendeur, pas l’acheteur, pas le propriétaire, et ne tiennent pas compte, mais produit de consommation / 14
Personnes produites et ont partagé leur propre musique / 15
Sur l’Internet à un coût proche de zéro, et que l’industrie de la musique Ptjaozhm / 16
Partager leurs nouvelles et des médias / 17
 »
Après de nombreux ouvrages, dont « La fin du travail», «économie de l’hydrogène
Et
 »
Et à un certain moment, chacun d’eux devient
 »
Le coût marginal est proche de zéro, et que Ptjaozhm pour les journaux / 18
Les gens produisent des vidéos sur YouTube, contournant ainsi la TV / 19
Dynamics sont les mêmes. Nous parlons maintenant avec plusieurs dirigeants européens / 20
… Ici, au Parlement européen réuni le régime du président Schulz, le nouveau comité / 21
Pourquoi demandez-vous des dirigeants européens pour assurer accélérer ces processus / 22
Je suis d’accord avec l’austérité, et avec les réformes du marché du travail et de l’impôt / 23 marché
Mais si nous nous sommes arrêtés Anz cette limite, il ne sera pas suffisant / 24
Nous assistons à la baisse de la seconde révolution industrielle / 25
Chaque révolution économique apporte avec elle de nouvelles technologies dans les domaines des télécommunications / 26 champ
Nouvelles sources d’énergie, et un nouveau moyen de transport / 27
Nous sommes toujours liés à un réseau central connectivité / 28
Sources d’énergie anciennes tels que le carburant, Almstanat, et l’énergie nucléaire / 29
Et les moyens de transport, comprenant le vieux combustion interne / 30 moteurs
Nous ne pouvons plus produire de coordination avec ces moyens, et l’économie est plus progressant / 31
Les jeunes ne trouvent pas de nouveaux emplois dans ce Aldharov / 32
Ye voir le réseau de communications clé Anternit Kaanasra / 33
En Allemagne, comme vous le savez, je l’ai informé la chancelière allemande Depuis son arrivée / 34
L’Allemagne a maintenant 27% de l’énergie verte Almtaatjaddedh, soleil et le vent / 35
Et commencé à mettre en place Anternit énergie / 36
Je BDAO dans le développement du réseau électrique et de développer le réseau d’énergie et Anternit numérique intelligent / 37
Donc, il peut être pour des millions de personnes de produire leur propre énergie verte, les coopératives de personnel / 38 pour l’électricité
Et il a été envoyé au réseau électrique et à l’Internet révèle numérique / 39
Heck et Del énergie électrique à travers l’Allemagne et l’Europe / 40
Comment pouvons-nous assurer une concurrence / 41
Moyens chacun connecté à l’Internet révèle / 42
Human tout combiné dans environ 10 ans
Vous pouvez utiliser toutes ces grandes données provenant de ces trois / 43 réseaux
Et chacun d’entre nous peut être un produit de consommation / 44
Et la production et l’échange de produits et de nos services / 45
Que faible coût marginal sur le marché / 46
Ou coût marginal proche de zéro dans cette mutuelle émergents / 47 économie
Diffusez nos voitures, la participation de nos appartements, nos maisons, nos vêtements et nos outils / 48
Cela se fait déjà à la jeunesse de cette génération / 49
Mais ici nous avons des questions très importantes ici / 50 Adresse
Nous devons nous assurer que ceux-ci émergent Internet des choses / 51
Aurons-nous tous l’utilisation, les connexions sont neutres / 52 réseau
Et il est pas approprié par le nombre limité d’entreprises et d’usines / 53
Nous nous assurons données personnelles / 54 la sécurité
Doit être, toutes les créations et contenu, garantis. Ntkhadd et nous ont à se méfier du terrorisme-mail / 55
… Je l’ai écrit que ce serait la fin du capitalisme / 56
Je ne dis pas qu’il ne le fait pas
«Je dis que le capitalisme va voir un changement / 57
Parce que le système capitaliste est en train de donner naissance à un nouveau bébé / 58
« Partage de l’économie dans les zones communes / 59
Cela signifie la création d’un parent / 60
Jusqu’à présent sur le capital les entreprises doivent s’adapter à cette nouvelle commande de naissance / 61
Ce Bngdath, lui permettant de respirer, le laisser grandir. Et au cours des 25 prochaines années / 62
Nous allons avoir économistes Ndamin prospérer et l’un de l’autre côté / 63
Parent, le capitalisme et le nouveau contrôle des naissances, qui désormais mûri / 64
Nous constatons déjà, notre jeunesse / 65
Passer une partie de leur vie dans le marché de l’immobilier, dans l’économie d’échange et d’autres produisent et l’échange / 66
Non seulement les vidéos et les nouvelles de leur propre, mais aussi leur propre / 67 énergies renouvelables
Autopartage leurs produits imprimés système à triple dimensions, le partage dans leur voiture par / 68
« Coût marginal Société de zéro
Dans mon livre
Ce soi-disant né
 »
Partager leurs maisons et de leurs maisons par / 69
Donc, il est déjà économique avec le nouveau double Enbat / 70 génération numérique
« Il ya dix ans, je écrit un livre« Le rêve européen / 71
«Je suis ma possession ce livre / 72
Était attendu à surperformer l’Europe, les États-Unis d’Amérique a salué Nmodj / 73 croissance économique
Dix ans plus tard, nous sommes ici en face de cette crise économique / 74
Nous essayons très difficile de sortir de cette crise / 75
Celui qui a demandé, où se trouve Kte / 76
Je vais vous dire où vous se trouve déjà / 77 Kte
Je ai un problème dans les derniers stades de la seconde révolution industrielle / 78
Saluant les prix du carburant et du carburant a continué d’augmenter / 79
Dans le même temps, nous utilisons Alticnologia / 80
Comme la combustion interne et centrale moteurs Electricité / 81
Ils ont perdu leur productivité / 82
Ce que nous voyons maintenant est la somme de l’infrastructure de la révolution industrielle / 83
Comme les technologies et énergies / 84
Télécommunications, l’énergie et le transport savaient prospère / 85
Par conséquent, nous nous trouvons, nous tous dans une position inconfortable très / 86
Il est considéré comme un point de transit entre les deux révolutions industrialisés / 87
Bien que l’Europe mène maintenant la troisième révolution industrielle / 88
Anternit réseau de communication, qui se réunit les énergies renouvelables Pantrnett / 89
Et de stock Blogisticah transports / 90-connexes
L’Union européenne se dirige maintenant à la substance Internet / 100
Voilà le rêve Aruba pour la deuxième phase de son voyage / 101
«Je l’ai écrit
L’Union européenne veut parler de nouveaux investissements et des infrastructures / 102
Et sur la façon d’intégrer un marché unique / 103
Thalta et comment nous pouvons numériser Europe / 104
Nous avons regroupé. Maintenant, chacun d’eux avec une certaine / 105
Et voici ce que fait Christdt demain matin
. Avec la nouvelle commission, il y aura une nouvelle ère / 106
.jeremy Rifkin, je vous remercie beaucoup / 107
Soyez le bienvenu. Merci

Jeremy Rifkin à Paris pour l’économie collaborative ce 4 juin 2015

4 Juin 2015 à Paris – Économie collaborative : l’entreprise se réinvente ici, lors d’une journée thématique World Forum for a Responsible Economy. A ne pas manquer, les témoignages de 10 experts internationaux, dont Jeremy Rifkin.

La Troisième Révolution Industrielle en marche: revue de presse du Master Plan pour la Région Nord-Pas de Calais

 
Un mois aprés le World Forum de Lille et de la révélation du Master Plan confié à Jeremy Rifkin par la Chambre de commerce et d’industrie de la région Nord de France et le Conseil régional du Nord-Pas de Calais, découvrez la revue de presse des initiatives au coeur de la Troisième Révolution Industrielle

Jeremy Rifkin présente le Master Plan de la Troisième Révolution Industrielle pour la Region du Nord Pas de Calais

 
Le 25 octobre Jeremy Rifkin a presentè le Master Plan de Troisième Révolution Industrielle à conclusion du World Forum de Lille.
 
5000 persons venues à Lille de toute la France ont assistè à son discurs final et tributè à l'economiste americain un applause chaud et prolongè à la conclusion de son discours.

Le Caporalato sur Cash Investigation de France 2: esclavage moderne en Italie

 
Pour les consommateurs, la baisse du montant de leur Caddie serait mieux, forcément mieux. Mais le bonheur des uns ne ferait-il pas le malheur des autres? Cette pression sur les prix a-t-elle un coût pour la main-d'oeuvre qui récolte, ramasse ou pêche les aliments?

Le Nord-Pas-de-Calais prépare sa révolution industrielle

 
Jeremy Rifkin va aider la région Nord-Pas-de-Calais à préparer sa révolution industrielle. Un chantier sans précédent, une première en France.

La Troisieme Revolution Industrielle est en marche dans la Region Nord/Pas de Calais

 
La Chambre de commerce et d’industrie de région Nord de France et le Conseil régional Nord-Pas de Calais ont confié à Jeremy Rifkin l’élaboration d’une feuille de route (Masterplan) engageant la région vers la transition énergétique.
 

 

Angelo Consoli, président du CETRI-TIRES, Cercle Europeenne pour la Troisieme Revolution Industrielle, fait partie des groupes de travail pour la preparation du Masterplan.

STOP VIVISECTION: un million de signatures pour mettre fin à l’expérimentation animale

 
Chers amis,
 
La directive européenne 2010/63 "relative à la protection des animaux utilisés à des fins scientifiques", a ignoré les voix qui se sont élevées contre l’expérimentation animale

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