Tassonomia Ue, la Commissione europea fa diventare “verdi” nucleare e gas. E divide il fronte del Green Deal – Bruxelles, 2 febbraio 2022

Come ricorda l’articolo che segue, la Commissione Europea ha ritenuto, di dover includere gas e nucleare, come tecnologie “di transizione” fra le tecnologie ammissibili a finanziamenti green in quanto “sostenibili” nell’atto delegato della Tassonomia. Ma tale atto doveva essere una decisione puramente tecnica che doveva specificare le caratteristiche tecniche delle tecnologie sostenibili ammesse nella lista della tassonomia “Green” e invece e ha deciso di allungare la lista di tali tecnologie includendo anche gas e nucleare con una evidente forzatura e tracimando dall’ambito squisitamente tecnico su quello politico, e quindi violando le procedure europee ed esponendosi ad un concreto rischio di impugnazione davanti alla corte europea di Giustizia (peraltro già annunciata dal Parlamento Europeo). Perché la Commissione ha preso questa decisione che mette a fortissimo rischio tutta la credibilità guadagnata con le politiche del Green Deal da due anni a questa parte? Perché la pressione delle lobby del gas e del nucleare si è fatta serratissima, praticamente insostenibile. E perché tanta pressione da parte delle lobby?
Perché i due settori dell’energia tradizionale, senza questo “aiutino” economico, sono praticamente morti. E evidentemente non vogliono morire. Ma quello che li sta uccidendo, non dobbiamo mai dimenticarlo, non è la decisione della Commissione Europea di andare verso politiche energetiche sostenibili, ma un’altra cosa estremamente più subdola: il mercato. Ci dice il Lazard Institute che il Costo Livellato dell’Energia (o LCOE secondo la terminologia inglese) oramai ha decretato che il nucleare è 6 volte più costoso per Mwh prodotto dell’eolico, e cinque volte più costoso del fotovoltaico. Quindi, anche senza considerare i rischi delle scorie e degli incidenti tipo Fukushima, Chernobil o Three Miles Island, perché dovremmo continuare a investire nel nucleare, quando gli investimenti nelle rinnovabili sono diventati molto più economici?

Perché la Commissione ha inserito queste tecnologie nella Tassonomia, e quindi i soldi che non ti da più il mercato, te li da l’Europa. Ma una fetta sempre più consistente delle istituzioni comunitarie si rende conto che questa forzatura va combattuta in tutti i modi per evitare di decredibilizzare l’azione dell’Europa.
La partita non è ancora finita e non è facile prevedere come si concluderà. Ma è ormai chiaro che mentre gas e nucleare, anche a volerle considerare sostenibili (e non lo sono), non possono comunque essere considerate tecnologie di transizione perché richiedono tempi lunghissimi di messa in opera.

Se infatti finanziassimo subito una centrale nucleare, essa costerebbe un minimo di 20 miliardi di euro e non sarebbe operativa prima del 2035, quando ormai dovremmo utilizzare esclusivamente energia rinnovabile accumulata con sistemi a idrogeno.
Insomma, arrivati a questo punto è ovvio che la transizione verso le rinnovabili può essere raggiunta efficacemente solo con le rinnovabili.
Queste cose vanno considerate prima di cedere alle lusinghe delle lobby e qualcuno deve continuare a richiamare l’attenzione su di esse.
Ed è questo che noi facciamo costantemente e continueremo a farlo, tenendo viva alta l’attenzione dell’opinione pubblica e dei consumatori su questi temi, un ruolo al quale non intendiamo rinunciare per nessuna ragione.
E adesso buona lettura.

Angelo Consoli

Verso il ricorso degli Stati in Corte Ue, e la battaglia all’Europarlamento

Fonte: Tassonomia Ue, la Commissione divide il fronte del Green Deal (askanews.it) Bruxelles, 2 febbraio 2022

La Commissione europea ha confermato la propria posizione favorevole, temporaneamente e a determinate condizioni, a classificare come ‘sostenibili’ il gas e il nucleare, in quanto fonti oggi necessarie ad assicurare la transizione energetica verso la ‘neutralità climatica’, l’obiettivo zero emissioni nette, fissato per il 2050.
La decisione, un ‘atto delegato complementare’ del regolamento Ue sulla Tassonomia, era già in gran parte nota dall’inizio dell’anno; e come ci si attendeva, è stata accolta dalle roventi critiche degli ambientalisti, dei Verdi al Parlamento europeo, e anche dei gruppi della Sinistra e dei Socialisti e Democratici, più una parte del Ppe. Fra gli Stati membri, Austria e Lussemburgo avevano già annunciato un ricorso in Corte europea di Giustizia, se il testo fosse stato formalizzato senza sostanziali modifiche, come in effetti è stato. Insieme a loro, anche la Spagna e la Danimarca avevano firmato recentemente una lettera contraria alla posizione della Commissione.

Anche la ‘Piattaforma sulla finanza sostenibile’, un gruppo di una cinquantina di esperti messo in piedi dalla stessa Commissione per farsi consigliare sulla Tassonomia, ha demolito dieci giorni fa le argomentazioni dell’inclusione del nucleare e del gas.
L’Esecutivo Ue ha raggiunto un accordo politico sul testo, ma non tutti i suoi membri hanno votato a favore. La Commissione non ha voluto indicare chi si è opposto, ma si tratta di almeno tre o quattro commissari. Tra questi, il responsabile del Bilancio, Johannes Hahn, aveva annunciato nei giorni scorsi che lo avrebbe fatto, e sembra che abbia votato contro anche il responsabile del Green Deal, il vicepresidente esecutivo Frans Timmermans.

La Tassonomia (che significa ‘regole di classificazione’) mira a guidare gli investimenti privati verso le attività economiche che ‘contribuiscono sostanzialmente’ a conseguire la transizione energetica necessaria per raggiungere il traguardo zero emissioni al 2050. Allo stesso tempo, però, queste attività economiche non dovranno causare ‘danni significativi’ agli altri quattro obiettivi ambientali previsti (oltre agli obiettivi climatici) dal Regolamento generale Ue sulla Tassonomia: economia circolare, riduzione dell’inquinamento, protezione della biodiversità, tutela degli ambienti acquatici.
E’ proprio su questo punto – il rispetto del principio Dnsh (‘do not significant harm’) – che ci sono le maggiori critiche alla scelta della Commissione sul nucleare. Appare come ‘una cambiale in bianco’ la concessione, oggi, dello status di attività economica ‘sostenibile’, in cambio di un impegno che gli Stati membri dovranno prendere, a partire dal 2025, per la predisposizione entro il 2050 dei depositi geologici profondi in cui mettere le scorie altamente radioattive. Scorie che rappresentano un rischio ambientale gravissimo, e mai risolto in modo sicuro e definitivo, nonostante l’energia atomica esista da oltre 60 anni.

Gli investimenti considerati ‘verdi’ oggi potrebbero rivelarsi ‘significativamente dannosi’ domani, quando ormai saranno stati spesi, nel caso in cui i depositi geologici non funzionassero come si spera (sono ancora poco più di un’ipotesi di scuola, ancora non realizzata in nessuna parte del mondo), o qualora vi fossero fughe altamente radioattive da scorie nucleari prodotte prima del fatidico 2050.
Inoltre, la Commissione non ha effettuato alcuna analisi d’impatto riguardo alla proposta sul nucleare: non ha analizzato, ad esempio, il rischio che siano dirottati verso questo comparto gli investimenti che potrebbero e dovrebbero andare in priorità alle rinnovabili.
Un’altra critica molto forte all’Esecutivo Ue, che viene soprattutto dal Parlamento europeo e che potrebbe motivare una opposizione all’atto delegato maggiore del previsto (anche in una parte del centro destra), è quella di aver ignorato o aggirato le prerogative dei co-legislatori.
L’atto delegato dovrebbe limitarsi strettamente all’ambito tecnico, e a decisioni di esecuzione che esplicitino ciò che è implicitamente già contenuto nelle scelte politiche del regolamento legislativo. Qui invece la Commissione ha forzato la mano, è andata oltre i poteri ad essa delegati, e ha travestito da decisione tecnica una scelta politica fondamentale e divisiva, per gli Stati e per il Parlamento europeo, com’è quella di considerare ‘sostenibile’ l’energia nucleare.
Per quanto riguarda il gas, la Commissione ha confermato che sono ammessi nella Tassonomia tutti gli impianti che producono meno di 100 grammi di CO2 per kWh; è un limite molto basso, già previsto dal Regolamento generale, e può essere raggiunto solo da installazioni che usino sistemi di sequestro e stoccaggio della CO2 (‘Carbon Capture and Storage’, Ccs), o con l’uso massiccio di gas a basso contenuto di carbonio (‘low carbon’). Questa condizione non è soggetta a una scadenza temporale (‘sunset clause’). In sostanza, impianti di questo tipo non solo sono considerati compatibili, ma forniscono un ‘contributo sostanziale’ all’obiettivo della neutralità climatica.
Ma, oltre a questo, la Commissione propone poi di considerare temporaneamente ‘verdi’, fino al 2030, anche gli investimenti destinati a impianti che hanno un impatto più pesante sul clima: quelli che producono fino a 270g di CO2 per kWh, oppure che riescono a mantenere una media annuale di 550 kg di CO2 per kWh, calcolata su vent’anni (la seconda condizione è sostanzialmente analoga alla prima, ma permette agli operatori una maggiore flessibilità).
In questo modo, però, la Commissione ha azzerato la distanza fra i due valori limite, 100g e 270g di emissioni per kWh, che nel preesistente regolamento sulla Tassonomia sono indicati rispettivamente come soglia per definire il ‘contributo sostanziale’ di una fonte energetica all’obiettivo climatico, e tetto oltre il quale si produce un ‘danno significativo’ agli altri obiettivi ambientali.
Queste contraddizioni potrebbero essere fra i punti più importanti su cui basare il probabile ricorso in Corte europea di Giustizia contro la decisione della Commissione, che potrà partire non appena l’atto delegato sarà in vigore, fra sei mesi, quando scadrà il periodo previsto per lo ‘scrutinio’ (quattro mesi più due di possibile proroga, se richiesta) da parte del Parlamento europeo e del Consiglio Ue.
Una volta formalizzato dalla Commissione, l’Atto delegato è sottoposto a questo scrutinio in cui può essere solo approvato o bocciato, non emendato, dai co-legislatori: a maggioranza qualificata dal Consiglio (almeno 20 paesi che rappresentino almeno il 65% della popolazione Ue) e a maggioranza assoluta (353 voti) dal Parlamento europeo.
Visti gli attuali rapporti di forza fra gli Stati membri, una bocciatura da parte del Consiglio Ue è praticamente esclusa, ma esiste la possibilità che in Parlamento si raggiunga e si superi la soglia dei 353 voti. E resta comunque pressoché certa, nel caso in cui il Parlamento non riesca a opporsi, la prospettiva del ricorso in Corte di Giustizia.
C’è poi un problema sulle possibili conseguenze che la decisione su gas e nucleare potrebbe avere in altri ambiti normativi europei. La Tassonomia riguarda gli investimenti privati, ma potrebbe avere conseguenze in futuro anche per quelli pubblici: l’Ue deve ancora adottare uno nuovo standard per i propri ‘green bond’, le obbligazioni europee, comprese quelle emesse dagli Stati membri, che oggi escludono gas e nucleare; potrebbero esserci forti pressioni da parte di certi paesi per includerli, allineandosi alle decisioni dell’Atto delegato.
Inoltre, appare piuttosto probabile che la imminente revisione del Patto di stabilità sulle regole Ue per i bilanci degli Stati membri contenga una eccezione, una ‘golden rule’ per gli investimenti ‘verdi’, da escludere dalle nuove norme sulla riduzione del debito pubblico. Alla Francia interesserebbe molto poter comprendere in questa eccezione gli ingenti investimenti pubblici che saranno necessari per il nucleare nel Paese, per prolungare la vita delle tante vecchie centrali ormai a fine ciclo.
Per quanto contraddittorio possa sembrare, il nuovo Atto delegato della Tassonomia non interferirà invece con le regole più rigorose che la Commissione sta già applicando alle sue emissioni di eco-bond sui mercati per finanziare il Recovery Plan ‘Next Generation EU’. In questo caso, resterà valida la decisione, presa l’anno scorso, di non considerare il gas e il nucleare per gli eco-bond che continueranno a essere emessi fino alla fine del Recovery Plan, nel 2026. E non ci saranno conseguenze neanche per i piani nazionali del Recovery, i Pnrr, in cui il 37% degli investimenti dovrà essere destinato a obiettivi ambientali, che non comprendono gas e nucleare.
La Commissione di Ursula von der Leyen sta correndo un grosso rischio: quello di dividere il fronte favorevole al suo Green Deal, e di spaccarsi anche al proprio interno, come abbiamo visto nel voto di oggi. Ma, soprattutto, rischia ora di perdere credibilità sui mercati finanziari.
L’ambizione della Commissione era di fare della sua Tassonomia lo ‘standard aureo’ mondiale degli investimenti verdi, il punto di riferimento per la finanza globale. Con questa decisione, invece, rischia di condannare all’irrilevanza questo strumento, che doveva essere un garanzia di trasparenza e contro il ‘greenwashing’ (le rivendicazioni ambientali ingannevoli), e che viene ora denunciato esso stesso dalle organizzazioni ambientaliste come una operazione di ‘greenwashing’ istituzionale.

Lorenzo Consoli per Askanews, Bruxelles, 2 febbraio 2022