Tassonomia dell’UE: il nucleare e il gas non possono essere una scelta per la transizione energetica, ecologica e sociale

Articolo di Marco Sambati, consiglio direttivo CETRI-TIRES – 14 gennaio 2022

Il nostro centro studi europeo CETRI-TIRES ha incaricato il dott. Marco Sambati coordinatore della G.R.A.N.D. (Green Rifkinian Academy for a New Deal) l’Academy nata per fornire una conoscenza delle strategie europee sul Green New Deal e sull’idrogeno verde, di analizzare se il nucleare e il gas possano essere considerati in maniera favorevole nella tassonomia dell’Unione europea e se rappresentino una soluzione intelligente per la transizione energetica, energetica e sociale.

In queste ultime settimane abbiamo assistito ad un dibattito politico molto vivace dopo l’annuncio del vicepresidente esecutivo della Commissione Europea, Valdis Dombrovskis, nel corso della conferenza stampa che si è svolta al termine dell’Ecofin, di inserire il nucleare e il gas nella tassonomia verde, a cui ha fatto seguito poi un’intervista al Ministro della transizione ecologica, Roberto Cingolani, circa l’opportunità di guardare al nucleare di quarta generazione, come una tecnologia nella lotta al cambiamento climatico, nel processo di decarbonizzazione e nell’approvvigionamento energetico dell’Italia. La Commissione ha inviato agli Stati membri la nuova bozza del regolamento sulla tassonomia etichettando quindi il gas e il nucleare come tecnologie verdi ai fini della finanza sostenibile e, nello specifico, la bozza prevede che gli investimenti nel nucleare siano etichettati come green, a patto che i progetti abbiano ben definiti il piano di sviluppo, i fondi e il sito di stoccaggio dei rifiuti radioattivi e che abbiano ricevuto i rispettivi permessi di costruzione prima del 2045, mentre per considerare il gas negli investimenti verdi, le nuove centrali devono obbligatoriamente sostituire impianti più inquinanti, producendo emissioni inferiori ai 270 g di CO2equivalente per KW e ottenere le relative autorizzazioni entro il 31 dicembre 2030. L’atto dovrà essere adottato nella versione definitiva entro la fine di gennaio, per poi passare al vaglio del Parlamento e del Consiglio dell’Unione europea.

La scelta di inserire il nucleare e il gas nella nuova bozza del regolamento della tassonomia sembra essere dettata essenzialmente dalla politica sulla spinta delle lobby fossili che hanno grandi interessi in gioco e di paesi come la Francia, la Repubblica Ceca e la Finlandia che contano molto sul nucleare, ma analizzando gli aspetti tecnologici, economici, sociali ed ambientali tale scelta risulta poco convincente e soprattutto non risulta in linea con i nuovi obiettivi europei sul clima, a cui l’Italia dovrà attenersi, che prevedono un taglio del 55% delle emissioni di gas climalteranti rispetto ai livelli del 1990 entro il 2030 e la neutralità climatica entro il 2050.

Si parla nel dibattito di nucleare di quarta generazione, la cui energia è ricavabile dalla scissione di atomi molto pesanti, quali l’uranio, il plutonio e il torio, i quali rispetto a quelli della terza generazione dovrebbero garantire maggiore economicità, sicurezza ed affidabilità, riduzione delle scorie radioattive. Il GIF (Generation IV International Forum), un organismo internazionale fondato nel 2000 dal Dipartimento dell’energia degli Stati Uniti d’America (DOE) ed a cui hanno aderito 13 paesi oltre all’EURATOM, ha selezionato sei tipi di reattori che possono soddisfare gli obiettivi sopra elencati e su cui concentrare gli sforzi di ricerca e sviluppo: tre reattori termici e tre reattori autofertilizzanti a neutroni veloci; si tratta di progetti che da vent’anni non hanno trovato finanziamenti, né pubblici né privati, di dimensioni tali da consentire un loro decollo, indipendentemente da ogni valutazione sulla rispondenza tra lo schema di progetto e l’effettiva conseguibilità degli obiettivi tecnologici sopra indicati. Di fatto, ad oggi, non esistono ancora impianti nucleari di quarta generazione e, qualora si preveda lo sviluppo di mini reattori o modulari, con una potenza di 300 megawatt di elettricità molto meno rispetto ai tipici reattori che hanno una potenza da 1.000 a 1.600 megawatt, in tal caso avremmo criticità di sicurezza anche maggiori, senza tener conto che il loro costo è sensibilmente più alto per kilowattora rispetto a quello delle energie rinnovabili e il cui costo è destinato a ridursi ulteriormente e, anche l’affermazione che i reattori nucleari, piccoli o grandi che siano, possono essere un complemento adeguato alle fonti di elettricità variabili, quali l’energia eolica e il fotovoltaico, non è corretta in quanto i reattori hanno alti costi fissi e bassi costi variabili (combustibile e spese di manutenzione).

Inoltre, poiché parliamo sempre di fissione nucleare, resta il problema dello smaltimento delle scorie radioattive; l’Italia ha spento tutti e quattro i reattori nucleari sul proprio territorio nazionale alla fine degli anni ’80 e solo il 5 gennaio 2021, la SOGIN, l’azienda pubblica italiana che ha il compito di smantellare le centrali e di mettere in sicurezza le scorie nucleari, ha pubblicato la carta nazionale delle aree potenzialmente idonee al deposito dei rifiuti nucleari (CNAPI) un piano che però ora deve essere messo in atto, per non incorrere in nuove procedure di infrazione. Ad oggi non si è ancora arrivati alla scelta del sito dove sarà costruito il deposito delle scorie, che costerà 900 milioni di euro e dovrà contenere 95.000 metri cubi di rifiuti radioattivi. Da non trascurare poi l’eventualità di incidenti a seguito di fuoriuscita di sostanze radioattive racchiuse nei depositi e nelle strutture di contenimento o nel trasporto delle stesse sostanze, per non escludere eventuali attacchi terroristici o eventi calamitosi estremi agli impianti.

C’è poi un altro aspetto molto significativo che riguarda i tempi di realizzazione di una centrale nucleare che dalla fase di progettazione a quella di entrata in funzione impiegano circa 14 anni, quali il reattore di Olkyluoto 3 di Areva in Finlandia la cui costruzione era stata avviata nel 2005 e il cui costo previsto da contratto era di circa 3,2 miliardi di euro; il reattore doveva entrare in funzione nel 2009 ma dopo diversi rinvii è stato acceso il 21 dicembre 2021, con 12 anni di ritardo e costi triplicati (8,5 miliardi di euro). Stessa sorte è toccata al reattore di Flamanville in Normandia, i cui lavori sono stati avviati nel 2006, atteso per la fine del 2022, dopo rallentamenti che hanno fatto accumulare un ritardo di dieci anni e un costo più che triplicato.

La Commissione europea ha anche previsto nella nuova bozza del regolamento della tassonomia che anche il gas possa essere inserito, a certe condizioni, nella finanza sostenibile; seppure è vero che il gas emette meno CO2del carbone, ma rimane sempre un combustibile fossile con un importante ruolo climalterante e, va necessariamente prevista una sua graduale dismissione per non compromettere gli obiettivi europei della legge sul Clima. Considerato poi anche il recente aumento dei prezzi e, quindi l’esposizione dell’Italia e, della stessa Europa, dalla dipendenza energetica del gas da altri paesi produttori, è sempre più opportuno accelerare la transizione energetica verso le rinnovabili e l’idrogeno verde, per una questione anche indipendenza energetica. Institutional Investors Group on Climate Change – IIGCC https://www.iigcc.org/, associazione che raggruppa colossi del risparmio gestito con più di 360 tra fondi di investimento, fondi pensione e società del risparmio gestito, tra i quali Allianz, Amundi, Goldan Sachs, HSBE e che gestiscono complessivamente fondi per 49.000 miliardi di euro, ha inviato una lettera aperta ai paesi europei per chiedere che il gas non venga inserito nella cosiddetta tassonomia verde, sottolineando che l’inclusione del gas è incompatibile con l’obiettivo della neutralità climatica, ma solo come fonte verso la transizione energetica nel breve termine e che rischia di spostare gli investitori verso iniziative che minano alla lotta al cambiamento climatico.

Se poi vogliamo analizzare l’aspetto economico, ci accorgiamo che LCOE (Levelized Cost of Energy) ovvero il ricavo medio per unità di elettricità generata necessario a recuperare i costi di costruzione e gestione di un impianto di generazione durante un presunto ciclo di vita finanziaria e di funzionamento, sulla base di uno studio di Lazard per un nuovo impianto nucleare, emerge che, in un confronto base – vale a dire senza tenere conto dei sussidi, dei costi del carburante o del prezzo della CO2 – che il fotovoltaico su scala utility è quello che registra la riduzione più rapida con un LCOE medio che parte da un minimo di 28-37 dollari il MWh (film sottile) ad un massimo di 30-41 dollari/MWh (silicio cristallino). Ma il record di convenienza spetta ancora una volta all’eolico a terra con un LCOE con un minimo di 26 dollari/MWh.

Qualora poi si aggiungono sussidi governativi (il rapporto include quelli statunitensi), il costo dell’eolico onshore e del solare su larga scala continua a essere competitivo con il costo marginale della generazione di carbone, nucleare e gas a ciclo combinato. Con valori di media di 27 dollari/MWh per fotovoltaico e 25 dollari/MWh per eolico, 42 dollari/MWh per il carbone, 29 dollari/MWh per il nucleare e 24 dollari/MWh per il gas.

Passiamo ora ad analizzare l’aspetto sociale e, nello specifico quello occupazionale. Secondo diversi studi ed analisi risulta dimostrato che vengono creati molti più posti di lavoro adottando un modello green che uno fossile. Nell’elaborazione dei Piani di Terza Rivoluzione Industriale di Jeremy Rifkin adottati in diversi paesi d’Europa, si introducono nuovi metodi di calcolo per misurare l’intensità occupazionale delle nuove tecnologie e dei nuovi modelli economici ed energetici; quando si fa una pianificazione economica esistono precise metodologie di calcolo dell’intensità occupazionale del capitale investito. Secondo tale metodo, il settore energetico tradizionale fossile genera 8,5 posti di lavoro per milione di euro di PIL, mentre gli altri settori impiegano una media di 16,3 persone. Se, inoltre, si introducessero all’interno dei piani industriali anche i principi dell’economia circolare gli effetti sarebbero ancora più significativi. Secondo infatti i calcoli di Zero Waste America ad esempio, la redditività di oggetti conferiti al riuso è dell’ordine del 40 volte maggiore di quella di oggetti conferiti a scopo di riciclo e conseguentemente la stessa proporzione in più di posti di lavoro.

Da ultimo analizziamo l’aspetto ambientale e se vogliamo accelerare sul taglio delle emissioni e raggiungere i nuovi obiettivi europei per il clima che prevedono un taglio del 55% delle emissioni climalteranti rispetto a quelle del 1990 entro il 2030 e la neutralità climatica entro il 2050, è necessario concentrarci sull’efficienza energetica e la riduzione dei consumi energetici, sull’aumento delle rinnovabili e delle opportunità legate all’idrogeno verde nel processo di decarbonizzazione dell’industria, dei trasporti, della produzione di energia elettrica e dell’edilizia.

Secondo uno nuovo studio della Oxford University, intitolato Empirically grounded technology forecasts and the energy transition, una transizione energetica accelerata probabilmente ci farà risparmiare diversi trilioni di dollari su scala globale. In sintesi, evidenzia la ricerca, se tecnologie come eolico, fotovoltaico e batterie continueranno a seguire le loro attuali tendenze di crescita esponenziale, si potrà sviluppare un sistema energetico vicino alle zero emissioni nette di CO2 in 25 anni; tra i settori in crescita, si cita anche la produzione di idrogeno verde con elettrolizzatori. Queste stime della Oxford University contrastano con chi invece ritiene che la transizione energetica sarà molto onerosa, a causa, in particolare, degli investimenti necessari per riconvertire un intero sistema di infrastrutture e impianti e degli incentivi richiesti per sostenere le nuove energie alternative.

La proposta è quindi di accelerare la transizione energetica e la decarbonizzazione escludendo il nucleare dalle possibili fonti alternative e procedendo ad una riduzione graduale del gas nel mix energetico delle fonti di energia, aumentando l’efficienza energetica, l’utilizzo delle rinnovabili e dell’idrogeno verde, adottando il modello di energia distribuita e diffusa suggerito da Jeremy Rifkin che trova la sua massima espressione nelle comunità delle energia rinnovabili ad idrogeno e nei prosumer e non quello oligopolistico delle fossili concentrato nelle mani di pochi e che ci allontana in maniera preoccupante dell’obiettivo di limitare a 1,5 gradi il riscaldamento globale. Ciò premesso, risulta evidente per tutte le ragioni di carattere tecnologico, economico, sociale ed ambientale, di escludere il nucleare dalla nuova tassonomia europea e, e per quanto concerne il gas, ammesso ancora il suo impiego solo per una fase di transizione, è assolutamente necessario escluderlo dalla tassonomia, visto già gli incentivi di cui godono attualmente gli impianti turbogas attraverso il capacity market approvato nel giugno 2019 e che prevede uno stanziamento stimato di circa 1-1,4 miliardi di euro all’anno per i prossimi 15 anni creando distorsioni al mercato elettrico; il suo inserimento nella finanza sostenibile risulterebbe peraltro in chiara contraddizione con le indicazioni della legge sul clima che richiedono una riduzione delle emissioni.

Da ultimo è necessario sottolineare quanto riportato da un report di Legambiente Scacco matto alle fonti rinnovabili che evidenzia la lentezza del rilascio delle autorizzazioni, la discrezionalità nelle procedure di valutazione di impatto ambientale, le norme regionali disomogenee che ritardano i tempi per ottenere l’autorizzazione di un impianto eolico ad esempio a 5 anni contro i 6 mesi prevista dalla normativa. C’è quindi la necessità, se si vuole rispettare gli obiettivi fissati a livelli europeo che prevedono una riduzione del 55% delle emissioni al 2030, di installare 70 GW di potenza da fonti rinnovabili, di avere un quadro normativo composto da regole chiare e semplici da applicare e che diano tempi certi alle procedure, un aggiornamento delle linee guida rimaste ferme al DM del 10 settembre 2010 e il varo di un Testo Unico che semplifichi l’iter di autorizzazione degli impianti, definendo in modo chiaro ruoli e competenze dei vari soggetti dello Stato e diano tempi certi alle procedure. La cosa incredibile è che la potenza richiesta a Terna per la connessione alla rete degli impianti di energia rinnovabile è di circa 100 GW, superando pertanto di 40 GW l’obiettivo fissato al 2030, e che Terna ha dato già il parere positivo all’allaccio in rete della maggior parte degli impianti richiesti, ma il processo autorizzativo è solo all’inizio e senza un’adeguata semplificazione si ritarda la transizione energetica, la decarbonizzazione e lo sviluppo delle hydrogen valley e, non ultimo, la richiesta di chi vuole il nucleare e il gas nella tassonomia per giustificare che le rinnovabili non sono sufficienti al mercato elettrico.   

Articolo di Marco Sambati, consiglio direttivo CETRI-TIRES – 14 gennaio 2022