La strategia energetica che non c’è e il silenzio dell’Italia – Prof. Livio de Santoli

Energie. Per mitigare l’aumento dei costi delle bollette bisogna puntare
ancora di più sulle energie rinnovabili e sull’efficienza energetica (5 gennaio 2021)

Articolo del prof. Livio de Santoli, Prorettore alla Sostenibilità Università La Sapienza di Roma, Presidente Coordinamento FREE e Socio onorario Cetri-Tires.

La questione della tassonomia verde sembra interpretare il significato del
meteorite del film Don’t Look Up. La risposta superficiale e vuota delle
istituzioni di fronte ad un disastro annunciato. E’ sempre più evidente
come nel nostro Paese l’assenza di una strategia energetica abbia assunto
aspetti imbarazzanti. Si aspetta da mesi un Pniec che non arriva, forse
segno di una difficoltà ad assumere decisioni chiare. Tipo: quanta capacità
di rinnovabile al 2030, magari individuando il target al 2025, e come
raggiungerla; quali programmi e quali strumenti per l’efficienza
energetica; quale ruolo del gas nella transizione; la posizione sul
nucleare. Un’assenza incomprensibile perché il tema dell’energia deve
essere il driver delle politiche industriali nazionali in epoca di
finanziamenti del NextGenerationEU. Ma anche perché occorre partecipare con
un mandato chiaro al dibattito sulle tappe obbligate della
decarbonizzazione al 2030 e al 2050. Il nostro Paese deve chiarire,
assumendosene le responsabilità, se e come considerare il gas e il nucleare
fonti necessarie per promuovere la transizione ecologica, e quali modifiche
intende apportare alla formulazione del prezzo dell’energia, inasprendo o
alleggerendo una dipendenza diretta dal gas. I due aspetti vanno affrontati
insieme, in modo coerente, anche se sia per la tassonomia verde (gli
investimenti della finanza sostenibile), sia per le proposte contro il caro
energia le posizioni dei diversi Stati diversi Stati non sono univoche.

Si impone una modifica rilevante del mercato elettrico, con revisione della
relativa Direttiva che però segna il passo rispetto alle altre su fonti
rinnovabili ed efficienza energetica. Il problema è decidere come
affrontare nel modo più efficace possibile, a livello comunitario e a
cascata a livello nazionale, la crescente produzione di energia da fonti
rinnovabili e come proteggere in questo sviluppo gli utenti finali. In
definitiva, decidere di diminuire il livello di incertezza per gli
investimenti in impianti che utilizzano fonti rinnovabili, già penalizzati
sul fronte del permitting.

La riforma dell’attuale meccanismo di formazione dei prezzi nel quale il
prezzo del gas metano rappresenta una funzione di merito, una volta
accertata la necessità di accelerare l’autonomia energetica a livello
comunitario, diventa necessaria per provvedere in modo strutturale ad
assorbire le impennate geopolitiche del gas. Andrà valutata attentamente
l’efficacia del metodo della contrattazione a pronti, ed in particolare del
pay as bid, viste anche le deludenti esperienze di altri Paesi. Tenendo
conto che questo meccanismo, definito «a prezzo discriminatorio», è basato
su valutazioni effettuate sul breve periodo, risulta inadatto ad orientare
investimenti in impianti con ritorni sul lungo periodo tipici della
produzione rinnovabile, che invece deve poter contare su valutazioni molto
diverse, come i contratti di vendita con le aste competitive, i contratti a
lungo termine PPA e l’autoconsumo collettivo.

LA SOLUZIONE STRUTTURALE in grado di mitigare l’effetto della volatilità
del prezzo del gas sulle bollette energetiche potrà pertanto esserci solo
quando sarà prevalente il peso dei contratti a lungo termine. Inoltre – per
rispondere alle imprudenti proposte della Presidenza del Consiglio sugli
extra-guadagni dell’idroelettrico – in un mercato dove il prezzo marginale
viene determinato dalle offerte dei cicli combinati alimentati a gas, le
produzioni rinnovabili che partecipano al mercato del giorno prima potranno anche ricevere una remunerazione con margini crescenti con il prezzo del gas, ma, essendo l’energia venduta a prezzo fisso in anticipo rispetto alla consegna, e con contratti di durata minima annuale, per loro gli effetti negativi supereranno nel tempo quelli positivi. Il rincaro delle materie prime può inoltre far aumentare i costi capitali anche degli impianti rinnovabili, e l’impatto sul costo di generazione renderanno meno
remunerativi i loro investimenti.

Occorre in definitiva ridimensionare il ruolo del gas per investire sempre
di più su rinnovabili ed efficienza energetica, eliminando le incertezze.
Soluzioni come aumento della produzione del gas in Italia o l’arrivo di
navi gasiere cariche di metano liquefatto GNL, in una sorta di
controreazione negativa (più il metano è caro, più conviene reindirizzare
in Europa le cisterne di GNL dall’Asia all’Europa) non sono soluzioni
strutturali a cui fare affidamento. Un’ipotesi concreta, invece, è quella
di facilitare lo sviluppo di contratti elettrici di lungo termine basati su
tecnologie verdi, che coprano un periodo di 5-10 anni (ora il periodo di
trading più lungo sul mercato dei futures è 3 anni). Ciò sarebbe essenziale
per stimolare nuovi investimenti in fonti rinnovabili, efficienza
energetica e elettrificazione dei consumi finali.

SUL FRONTE DELLA TASSONOMIA delle tecnologie che Bruxelles considera verdi (nucleare e gas) la spaccatura tra Paesi è ancora più evidente. Nonostante le richieste di azioni di contrasto al cambiamento climatico della COP26 che suggeriscono l’eliminazione graduale dei sussidi alle fossili, e nonostante una netta presa di posizione del Recovery Fund e della BEI che
non ammettono più finanziamenti alle fonti fossili, ora qui si discute di
poter assegnare finanziamenti per la transizione energetica al gas e al
nucleare. È una questione politica, ovviamente, con la politica
assoggettata agli interessi delle imprese energetiche, ben rappresentati
per motivi opposti da Germania e Francia, che tentano di ottenere
finanziamenti rispettivamente per la costruzione del gasdotto Nord Stream 2 e di centrali nucleari sempre più costose.

I DUE FRONTI DI FATTO HANNO RESO VANO l’accordo approvato nel 2019 tra Stati e Parlamento europeo cui non è stato più dato seguito. L’ultima
parola spetta al Consiglio, ed è una decisione politica dove, si spera, che
gli interessi delle lobby lascino il passo a mediazioni fatte sulla base di
considerazioni tecniche indipendenti e non a quanto purtroppo già espresso dal Joint Research Centre, il think tank interno della Commissione, troppo piegato a pratiche di greenwashing. Semmai dovesse invece proseguire il suo cammino per la strada annunciata in questi giorni, il documento limiti il periodo temporale (non oltre il 2030) e definisca emissioni specifiche immediate, stringenti ed univoche per tutte le tecnologie (diciamo 100 grammi di CO2 per ogni kWh prodotto). Gli impianti nucleari dovrebbero essere considerati «do not significant harm» solo se il Paese ospitante può garantire che non danneggino l’ambiente, compreso lo smaltimento sicuro delle scorie nucleari (risulta che solo la Svezia abbia affrontato e risolto il tema del deposito dei rifiuti radioattivi). Ma non basta. In teoria, la tassonomia dovrebbe essere definita seguendo criteri scientifici per un sistema di classificazione in linea con lo sviluppo tecnologico, orientando gli investitori verso le fonti sostenibili.

OCCORRE CHE LA CLASSIFICAZIONE rispetti alcuni parametri di valutazione relativi agli obiettivi climatici (mitigazione del riscaldamento globale e adattamento alle sue conseguenze) e ambientali. Ed allora si spieghino bene fattibilità e costi del nucleare in quanto innovazione tecnologica e venga definito il beneficio ottenuto con la tecnologia nucleare sulla transizione all’economia circolare (riuso o riciclo dei materiali e riduzione della produzione di rifiuti), uno degli obiettivi ritenuti più significativi.
Indipendentemente dal fatto che ciascun Paese possa continuare a investire
nell’una o nell’altra delle opzioni, la sostenibilità delle soluzioni non
può essere merce di scambio, né – si spera – rappresentare simbolicamente
il meteorite di Leonardo Di Caprio.

Articolo Livio de Santoli – 5 gennaio 2022: La strategia energetica che non c’è e il silenzio dell’Italia | il manifesto