I cinque falsi miti che boicottano le fonti rinnovabili

Suggeriamo la lettura di questo interessante articolo sui cinque falsi miti che boicottano le fonti rinnovabili pubblicato da huffingtonpost.it 10.04.2022

Troppo costose e inaffidabili? Gli istituti di ricerca dicono il contrario: ora è il momento di accelerare. Articolo di Andrea Barbabella

Gli avvenimenti degli ultimi mesi – la crisi dei prezzi delle commodity energetiche e la guerra in Ucraina – stanno rendendo grottesco il dibattito nostrano sull’energia. Lontano anni luce dalla presa di posizione della Commissione europea che, con la recente comunicazione REPowerEU: azione europea comune per un’energia più sicura, più sostenibile e a prezzi più accessibili, ha fissato i lineamenti della strategia comune per intervenire sull’aumento dei prezzi dell’energia nel contesto del conflitto bellico in corso.

Detto in estrema sintesi, l’approccio proposto dalla Commissione e condiviso da tutte le maggiori economie europee (a cominciare dalla Germania, uno dei Paesi assieme all’Italia più colpiti dalla situazione attuale), esclude del tutto ipotesi di rilancio di tecnologie come carbone e nucleare, neppure citate nel documento. Si punta invece tutto sull’anticipazione dei target climatici del 2030 e in particolare su un fortissimo impulso alla transizione ecologica per ridurre drasticamente, non solo diversificare, l’approvvigionamento di combustibili fossili. Secondo la Commissione, misure eccezionali per sbloccare subito i potenziali delle rinnovabili e dell’efficienza energetica consentirebbero, già entro la fine del 2022, di tagliare di 40 miliardi di metri cubi il consumo di gas (quasi un terzo di tutto il gas importato nell’Unione Europea dalla Russia).

E l’Italia? A tenere banco sono i temi della diversificazione delle fonti (sacrosanta, ma non risolve il problema dell’alta dipendenza dall’estero e dei rischi connessi), la riapertura di vecchie centrali a carbone e addirittura il sempre verde rilancio del nucleare. Questo ritardo culturale è alimentato da una serie di falsi miti, che in parte si fondano su una scarsa conoscenza dell’argomento, in parte su alcune informazioni corrette fino a qualche anno fa, ma mai aggiornate. Perché quello che non è noto al largo pubblico è che nell’ultimo decennio, proprio grazie all’incredibile sviluppo delle tecnologie rinnovabili, in particolare nel comparto della generazione elettrica, il mondo dell’energia è cambiato. Proviamo a capire perché.

Falso mito n°1: le rinnovabili possono essere tecnologie solo “marginali” e “di nicchia”

Il falso mito numero 1 è che le fonti rinnovabili siano tecnologie di nicchia che non possono competere con i fossili sui grandi numeri e rappresentare oggi una soluzione concreta alle crisi in corso. Chi afferma che la soluzione passi proprio dalle rinnovabili apparirebbe quindi come un sognatore, del tutto inadeguato ad affrontare la grande sete di energia delle nostre economie. Da questa idea discende naturalmente che, per affrontare l’attuale crisi, dovremmo ragionare innanzitutto di gas e carbone (e magari di nucleare), che sarebbero tecnologie serie, mentre di rinnovabili ce ne potremmo occupare più in là, quando saranno un po’ cresciute e potranno cominciare a contare qualcosa.

Questo primo falso mito trae le sue radici dal fatto che fino a non moltissimi anni fa le fonti rinnovabili per la generazione elettrica, con l’eccezione dell’idroelettrico e poco altro, rappresentavano effettivamente una piccola nicchia all’interno di un mercato dominato dai fossili. E ancora oggi, se guardiamo al mix della generazione elettrica mondiale, le fonti rinnovabili valgono ancora meno del 30% della produzione complessiva.

Ma in realtà da diversi anni nel mercato mondiale della generazione elettrica gli impianti alimentati da fonti rinnovabili rappresentano il mainstream, mentre quelli a gas e carbone sono diventati una nicchia, potremmo dire per appassionati. Secondo gli ultimi dati dell’Agenzia Internazionale dell’Energia (www.iea.org/reports/world-energy-investment-2021/executive-summary), nel 2020 nel mondo gli investimenti complessivi in nuovi impianti di produzione elettrica sono stati pari a 513 miliardi di dollari. Di questi quasi 360 sono andati alle rinnovabili, mentre poco più di 150 a fossili e nucleare.

Secondo l’ultimo rapporto dell’Agenzia Internazionale per le Fonti Rinnovabili, sempre nel 2020 nel mondo sono state realizzate centrali elettriche per circa 310 miliardi di kilowatt (cioè gigawatt, in sigla GW). Di queste circa l’80%, pari a 260 GW, è costituito da impianti rinnovabili, in larghissima parte da eolico e fotovoltaico, e meno del 20% da fonti fossili (con il nucleare che è praticamente a zero). Dal 2010 al 2020 la potenza installata di centrali alimentate da combustibili fossili e nucleare è passata da 140 GW a meno di 50 GW; nello stesso lasso di tempo la potenza di nuovi impianti rinnovabili è cresciuta da neanche 90 GW a quasi 270 GW. Ovviamente una centrale di eolico o di fotovoltaico, i principali attori di questa incredibile crescita, in termini di energia prodotta è meno performante di una centrale alimentata con combustibili, perché non può lavorare a pieno regime ma solo quando ci sono sole e vento. Ma anche con questo limite, in termini di producibilità annua le rinnovabili hanno oramai ampiamente superato i combustibili fossili. 

Falso mito n°2: le rinnovabili sono troppo costose

Il secondo falso mito è che le rinnovabili siano ancora troppo costose e, per questo, farebbero aumentare le bollette di famiglie e imprese. Il corollario è che non possiamo permetterci le rinnovabili se non a piccole dosi: chiudere impianti termoelettrici a gas o carbone sostituendoli con pale eoliche o fotovoltaico sarebbe disastroso per le nostre bollette. E, ancora, che se volessimo davvero ridurre le bollette di famiglie e imprese, il sistema migliore sarebbe quello di tornare al nucleare che, si sa, è il modo di produrre energia più economico al mondo…

In questo caso si tratta di due elementi distinti, anche se spesso richiamati insieme nel dibattito. Il primo, il fatto che le rinnovabili siano troppo costose, anche questa volta trae le sue radici dalla situazione in cui versavano queste tecnologie oramai diversi anni fa. In parallelo all’aumento del loro peso su mercato mondiale, anche grazie agli incentivi erogati nel corso degli anni, tutte le rinnovabili, ma in modo particolare l’eolico a terra e il fotovoltaico, hanno progressivamente e molto velocemente cominciato a ridurre i propri costi. Oggi entrambe queste tecnologie sono in grado di produrre elettricità a circa 40 centesimi di dollaro per kilowattora. Per avere un termine di paragone, il costo medio di generazione di un kilowattora prodotto da un impianto termoelettrico varia, a seconda del combustibile e delle tecnologie, da un minimo di 50 a un massimo di 150 centesimi. Questo ovviamente prima della crisi dei prezzi dei combustibili fossili (adesso potremmo immaginare che il costo del termoelettrico è spostato verso l’alto di almeno altri 100 centesimi).

Questi valori variano un po’ da regione a regione, in funzione della disponibilità di vento e sole, del costo delle materie prime, di quello della manodopera, ma anche della tecnologia impiegata, etc. In ogni caso il risultato nel complesso non cambia e tutte le più aggiornate analisi comparative disponibili confermano eolico e fotovoltaico come le tecnologie più economiche per produrre elettricità. Questo vale anche per l’Italia e in realtà ben prima dello scoppio del conflitto. Il dato è molto affidabile anche perché non è frutto di una stima, ma è il risultato uscito dalle ultime aste nazionali, che sono state vinte da eolico e fotovoltaico a circa 65 centesimi di euro per kilowattora (in Italia sono un po’ più costose della media mondiale, a causa di vari fattori come il costo della manodopera, la complessità e la lunghezza degli iter autorizzativi, etc.).

Per il nostro Paese si tratta di un valore in linea con i costi di dispacciamento di una centrale a gas, che negli ultimi anni, a parte qualche eccezione sia verso l’alto che verso il basso, hanno oscillato all’incirca tra 50 e 70 centesimi, arrivando poi nel 2021 a una media di 125 centesimi di euro (e a marzo di quest’anno è stata superata addirittura la media dei 300 centesimi di euro per kilowattora). Nella situazione attuale, peraltro, nessuno pensa che i prezzi del gas, che con l’attuale meccanismo di mercato in Italia determina quelli dell’elettricità, almeno nei prossimi anni torneranno a valori pre-2021, mentre quelli delle rinnovabili potrebbero avere ancora margini di riduzione importanti.

Per quanto riguarda il secondo elemento, ossia la convinzione che l’elettricità prodotta con il nucleare sia la più economica al mondo, anche in questo caso si tratta di un retaggio di una bandiera che veniva sventolata tanti anni fa dai fautori di questa tecnologia ma che poi, nella realtà, si è dimostrata del tutto infondata. La questione dei veri costi dell’energia prodotta dall’atomo è stata per diversi decenni oggetto di ampi dibattiti. Questo essenzialmente a causa dell’opacità del settore e del suo legame con la filiera nucleare militare. I prezzi a cui i singoli operatori vendevano l’energia elettrica sul mercato erano infatti spesso falsati dal fatto che alcuni costi della filiera, a cominciare da quelli di messa in sicurezza e chiusura del ciclo nucleare (lo smaltimento delle scorie per cui ancora oggi non disponiamo di una soluzione definitiva), non erano sostenuti da loro ma, ad esempio, gravavano direttamente sulla collettività attraverso la fiscalità generale.

L’atteggiamento ottimistico dell’industria del nucleare è ben testimoniato dalla storia del reattore francese di terza generazione entrato in esercizio a Olkiluoto in Finlandia a dicembre 2021: la fase di costruzione iniziata nel 2005 avrebbe dovuto concludersi nel 2009, ma i tempi di realizzazione si sono quadruplicati mentre i costi, dagli originari 3,2 miliardi di euro, si sono all’incirca triplicati. Sempre prima della crisi dei prezzi dell’energia, l’Agenzia Internazionale dell’Energia stimava un costo del kilowattora prodotto dall’atomo di 150 centesimi di dollaro contro i 110 del gas, i 55 del fotovoltaico e i 50 dell’eolico a terra (valori del “costo livellato dell’energia”, un indicatore utilizzato a livello internazionale proprio per confrontare diverse tecnologie).

Falso mito n°3: con le rinnovabili si rischia di rimanere al buio

Il terzo falso mito è che sia impossibile realizzare un sistema di generazione basato integralmente o quasi sulle rinnovabili e in grado, al tempo stesso, di garantire la sicurezza dell’approvvigionamento. La loro non programmabilità (producono quando c’è sole e vento, non quando lo decidiamo noi) renderebbe, infatti, impossibile assicurare il soddisfacimento della domanda di energia in ogni ora del giorno e in ogni stagione dell’anno.

In realtà questa critica è da tempo priva di fondamento, per vari motivi. Ad esempio la differenziazione delle fonti: esistono anche fonti rinnovabili programmabili come l’idroelettrico o le biomasse e al tempo stesso sole e vento sono disponibili in orari e in periodi dell’anno diversi e in parte si integrano. Poi c’è lo sviluppo di sistemi di accumulo: non solo batterie ma anche ad esempio serbatoi idrici. Infine lo sviluppo delle reti intelligenti e delle comunità energetiche che permettono di gestire in modo ottimale questa non programmabilità e realizzare sistemi ad altissima penetrazione di fonti rinnovabili in tutta sicurezza (ovviamente con un po’ di investimenti).

Per fare un caso estremamente concreto e vicino a noi, Terna, la società che gestisce la rete elettrica nazionale e che ha il compito primario di garantire la sicurezza degli approvvigionamenti, ha recentemente presentato l’aggiornamento del proprio piano industriale, proponendo uno scenario di sviluppo della rete quasi del tutto in linea con l’obiettivo europeo della neutralità climatica. Questo vorrà dire arrivare al 2030 con quasi i due terzi dei consumi elettrici soddisfatti da fonti rinnovabili, rispetto a poco più di un terzo attuale: quindi non 100% ma decisamente un bel salto in avanti. Per far questo il piano prevede almeno di triplicare in pochi anni la potenza installata di eolico e fotovoltaico. Per garantire la sicurezza necessaria sono previsti 18 miliardi di euro di investimenti da realizzare entro la fine del decennio in corso, ad esempio per potenziare i sistemi di accumulo esistenti o realizzarne di nuovi.

È possibile spingersi ancora oltre, e dovremo farlo se vorremo evitare di precipitare nel caos climatico. Ma fino a dove ci potremmo spingere? Oramai numerosi studi di organizzazioni accreditate a livello internazionale ed europeo hanno dimostrato che è possibile realizzare un sistema di generazione elettrico anche 100% rinnovabile e si sono moltiplicate le roadmap. Ma non si tratta solo di studi e modelli. Come dimostra ad esempio già oggi la Norvegia, Paese in cui il 99% del fabbisogno di elettricità è soddisfatto dalle fonti rinnovabili. O come il Brasile, che ha una domanda di energia elettrica quasi doppia rispetto all’Italia soddisfatta per ben l’85% da fonti rinnovabili.

Infine che puntare al 100% di elettricità verde in pochi anni sia possibile ce lo dimostra anche la recente decisione del Governo tedesco che, proprio per rispondere all’attuale crisi in corso, ha dichiarato di voler accelerare sulla strada della decarbonizzazione del settore elettrico, passando da una situazione attuale paragonabile a quella italiana con meno del 40% di elettricità da rinnovabili, al 100% di rinnovabili entro il 2035, installando ogni anno quasi 40 GW di nuovi impianti eolici e fotovoltaici (per intenderci, noi in Italia negli ultimi anni abbiamo installato in media 1 GW).

Falso mito n°4: non abbiamo spazio sufficiente

IL quarto falso mito riguarda lo spazio: non ne avremmo a sufficienza per coprire in modo significativo i nostri consumi di elettricità con le rinnovabili e, quindi, perseguendo questo obiettivo danneggeremmo l’ambiente. Quindi proprio in nome della tutela dell’ambiente dovremmo smetterla con questa idea di deturpare un paesaggio unico come quello italiano riempendolo di pale eoliche e distese di pannelli fotovoltaici.

Questo mito dimentica che le tecnologie rinnovabili servono, in primo luogo, proprio a evitare il collasso del sistema climatico globale, che è la principale minaccia ambientale di questa epoca, e con esso della nostra civiltà. Inoltre la disponibilità di sole e di vento supera di gran lunga quella di tutte le fonti fossili esistenti sul pianeta, e soprattutto non inquina e non si esaurisce nel tempo.

E poi davvero la crescita delle rinnovabili implica il sacrificio del nostro bel paesaggio? Immaginiamo per un momento di voler soddisfare tutto il nostro fabbisogno di energia elettrica solo con pannelli fotovoltaici che sono la forma di generazione rinnovabile che richiede più spazio in assoluto. L’ipotesi è irrealistica anche perché, proprio per avere un sistema sicuro ed efficiente, bisogna diversificare quanto più possibile anche le tecnologie rinnovabili. Ma facciamo finta che sia vero. Quanta parte del nostro bello stivale dovremmo ricoprire di pannelli? Diciamo che se dovessimo sostituire l’attuale produzione nazionale di elettricità con questa tecnologia, avremmo bisogno di qualcosa come 200 mila ettari di superficie solarizzabile. Meno dello 0,7% della superficie nazionale. Ossia nemmeno un decimo della superficie che oggi è ricoperta da edifici, strade, parcheggi, impianti industriali etc. Oppure, se volete un altro paragone, appena il 5% della superficie agricola che attualmente non è utilizzata (magari perché poco produttiva o troppo costosa da coltivare).

Falso mito n°5: le rinnovabili creano disoccupati

il quinto e ultimo falso mito riguarda l’occupazione: le rinnovabili distruggeranno moltissimi posti di lavoro (e tutti i soldi andranno in Cina!). Si sente dire che i fautori delle rinnovabili sono in realtà pericolosi nemici del popolo, che vogliono affamare. Perché se adesso ci mettiamo a piantare pale eoliche e seminare pannelli fotovoltaici ci toccherà chiudere le centrali termoelettriche a gas e a carbone che sfamano centinaia di famiglie.

In realtà si tratta di due modelli di business, come dicono gli esperti, molto diversi tra di loro. Nel modello fossile i soldi con cui paghiamo l’energia servono in gran parte per comprare il combustibile fossile consumato ogni giorno, alimentando le economie dei Paesi che lo hanno e ce lo vendono (e che spesso non è che di questo denaro facciano proprio buon uso…). Solo una piccola parte dei guadagni che derivano dalla vendita dell’energia viene spesa per realizzare gli impianti e per retribuire le persone che vi lavorano.

Nel modello di business rinnovabile, invece, la gran parte dei soldi viene spesa tutta all’inizio per realizzare e installare gli impianti, con una parte minore che serve a garantirne la manutenzione ordinaria. Non è facile quindi fare un confronto, ma la stragrande maggioranza degli studi realizzati fino a oggi, ritiene che il modello rinnovabile sia in realtà a più alta intensità di occupazione e che consenta di lasciare sul territorio maggiore ricchezza (e in modo più diffuso). Chiudere centrali termoelettriche e sostituirle con fonti rinnovabili presenta quindi un bilancio occupazionale favorevole. Già oggi secondo le ultime stime del GSE gli occupati a tempo pieno nelle rinnovabili elettriche in Italia sono circa 40 mila persone a cui si aggiungono oltre 50 mila occupati nel comparto delle rinnovabili termiche. 

Un altro punto in discussione è importante: a chi vanno i soldi delle rinnovabili? Alla Cina leader di eolico e solare? Intanto c’è da dire che una parte importante di lavoro nel business delle rinnovabili è progettare, mettere a terra gli impianti e manutenerli tutti gli anni o quasi e questi lavori difficilmente possono essere dislocati in Cina. Ma in realtà anche la costruzione degli impianti (e di tutta la componentistica connessa) non è sempre facilmente e convenientemente dislocabile all’estero.

Nel caso dei generatori eolici c’è innanzitutto un problema di dimensioni. Sarebbe saggio ed economicamente sensato spedire in giro per il mondo pale in acciaio e vetroresina lunghe più di 100 metri? Non molto a quanto pare. Ed è per questo che i grandi gruppi che producono queste tecnologie hanno molte filiali sparse in giro per il mondo che producono gli aerogeneratori e li distribuiscono su aree economicamente e logisticamente gestibili. In pochi sanno che in Italia nella sola fabbrica di turbine eoliche di Taranto, della multinazionale spagnola Vestas, se ne producono già oggi molte più di quante ne vengono ogni anno messe a terra nel nostro Paese, che quindi in realtà sarebbe un esportatore netto di questa tecnologia. E ovviamente anche se la proprietà è spagnola le ricadute economiche e occupazionali sono locali, con gli occupati e le catene di approvvigionamento che insistono su quei territori.

Un po’ diverso è il discorso sulla produzione di pannelli fotovoltaici, ma anche in questo caso, come risulta dall’analisi del Politecnico di Milano (documento del Ministero dello sviluppo economico “PNRR – Interventi per la filiera delle rinnovabili”), la forte dipendenza dalla Cina è limitata al solo wafer di silicio (oltre il 90%), che è solo una parte, certamente importante, del pannello. Mentre la realizzazione delle celle e dei moduli e degli inverter che servono per collegarli alla rete per oltre il 90% avviene in imprese, estere o nazionali, sul territorio nazionale. Ovviamente si potrebbe fare di più e meglio. Ed è per questo che sulle tecnologie per la transizione e per le fonti rinnovabili, se davvero volessimo svilupparle ai ritmi che servirebbero, per massimizzare anche i vantaggi economici dovremmo anche ragionare magari di buttare giù una specie di Piano industriale nazionale per la transizione…

FONTE: I cinque falsi miti che boicottano le fonti rinnovabili (di A. Barbabella) – HuffPost Italia (huffingtonpost.it)