Giacarta: dove la “green transition” ha l’aspetto del trasferimento di massa – Articolo di Pierandrea Turchiuli

L’insostenibilità dei comportamenti umani è evidente in Indonesia, dove metà della popolazione della capitale sarà costretta a migrare nell’entroterra a causa dell’innalzamento del livello del mare

Le attività umane hanno alterato il 75% delle superfici continentali, il 50% dei corsi d’acqua ed il 40% degli ambienti marini. Gli esseri umani esauriscono le risorse che gli ecosistemi sono in grado di fornire, in media, nei primi cinque mesi dell’anno, mentre per il resto del tempo prelevano ricchezze che non gli spettano e che in futuro saranno sempre meno disponibili.

Non si parla solo di oro od altri metalli preziosi, ma dell’aria che respiriamo e dell’acqua che ci mantiene in vita.

È in atto una crisi ecologica globale, di cui le emergenze climatiche sono solo un aspetto.

Esistono luoghi del mondo in cui sta scomparendo persino la terra su cui diverse generazioni di umani hanno abitato, ignorando la loro dipendenza dall’ambiente e dalle altre specie.

SALVARE IL SALVABILE

La fusione dei ghiacci polari accelerata dal surriscaldamento globale è uno dei più gravi effetti del cambiamento climatico perché, oltre ad alterare i livelli di salinità e di acidità dei mari, ne sta causando il rapido innalzamento.

Il livello medio degli oceani è cresciuto di oltre venti centimetri nell’ultimo secolo ed in futuro continuerà a crescere proporzionalmente all’aumento delle temperature terrestri.

A partire dagli anni novanta le città costiere di tutto il mondo si sono trovate a far i conti con un problema difficile da risolvere, quello del contenimento delle masse d’acqua marina che, in maniera sempre più invasiva, si fanno strada tra le vie ed i palazzi dei centri abitati.

A Miami Beach il piano stradale è stato elevato di oltre un metro, a Venezia è stato costruito il sistema di paratie Mose, New Orleans sta sprofondando nel delta del Mississippi, ma è Giacarta la città in cui si è annunciata una misura realmente senza precedenti: il trasferimento di massa.

La capitale indonesiana sarà sommersa da oltre due metri e mezzo nel Mare di Giava entro il 2050 e, per questa ragione, il governo ha diffuso la notizia di un piano da 54 miliardi di euro, dei quali 29 saranno spesi per la costruzione di dighe ed altre infrastrutture per salvare l’antica capitale ed i restanti 35 saranno necessari a finanziare la fondazione di Nusantara, la nuova città che ospiterà la popolazione trasferita nel cuore della foresta pluviale.

LA SINERGIA DISTRUTTIVA TRA IL SOVRAPPOPOLAMENTO E LA SUBSIDENZA

Giacarta è la prima città costiera al mondo ad aver annunciato una misura così drastica perché è il teatro di una sinergia fatale tra il livello del mare in costante crescita e il sovrappopolamento, che dimostra ancora una volta come l’uomo faccia ricorso ai “servizi ecosistemici” (dall’inglese ecosystem services) senza rispettare dei criteri minimi di sostenibilità ambientale e senza preoccuparsi di dare alle prossime generazioni la possibilità di godere degli stessi benefici.

La capitale ospita dieci milioni di persone, ma gli acquedotti municipali sono in grado di distribuire acqua ad appena il 40% di esse. Il restante 60% della popolazione urbana è stato costretto a soddisfare il proprio fabbisogno di acqua potabile costruendo pozzi ed autoclavi per attingere alla falda freatica direttamente dal proprio giardino.

L’installazione di pozzi ed autoclavi è una pratica tollerata dalle leggi indonesiane e, soprattutto, è giustificata dalla necessità fondamentale che intende appagare -il famigerato diritto all’acqua- ma l’intensità con cui si è fatto ricorso alle risorse idriche ha dato vita al fenomeno della subsidenza: il terreno su cui sorge Giacarta si sta accomodando, sempre più secco, sotto il peso delle infrastrutture urbane ad un ritmo di venticinque centimetri l’anno.

Nel mese di maggio 2021, durante un’ispezione condotta dalle autorità locali presso ottanta edifici di una via del centro, è risultato che ben cinquantasei erano provvisti di impianti di pompaggio di acqua dal sottosuolo e che trentatré di essi erano stati installati illegalmente.

La situazione è fuori controllo e sta modificando radicalmente la vita di milioni di persone, nonostante negli ultimi anni siano stati proposti molti interventi che avrebbero potuto salvare la città, come sistemi di raccolta delle acque piovane ed infrastrutture per il trattamento e la potabilizzazione dell’acqua dei ventisette fiumi che scorrono tra i quartieri della città.

Soluzioni simili sono state puntualmente bocciate e solo ora ci si è accorti che, se fossero state implementate, avrebbero potuto funzionare tra loro come elementi di una strategia generale di risposta alle esigenze delle diverse aree urbane.

Le autorità hanno deciso di intervenire solo dinnanzi all’irreparabile, stanziando quaranta miliardi di euro nella costruzione del Great Garuda, una laguna artificiale composta da diciassette isole artificiali e da una diga che attraversa la Baia di Giacarta per trentadue chilometri progettate per contenere il livello del mare e salvare la capitale dalla catastrofe.

Proprio in quell’area che per prima rischia di essere sommersa fino a pochi decenni fa sorgeva rigogliosa una foresta di mangrovie, un ecosistema unico per la sua capacità di contrastare i moti ondosi e la cui importanza è stata irrimediabilmente trascurata.

Le mangrovie sono state distrutte perché lasciassero spazio a porti e ad altre infrastrutture necessarie a far fiorire l’economia della città, ma lo sfruttamento esagerato dell’ambiente naturale ha esposto la metropoli ad un rischio idrogeologico enorme che, purtroppo, si  è trasformato in una spietata realtà.

A detta di numerosi esperti, a Giacarta si sta commettendo un altro grave errore: si stanno erigendo infrastrutture tecnologicamente inadatte a stare al passo con le evoluzioni imprevedibili del cambiamento climatico. Le dighe, le isole artificiali, i sistemi di drenaggio sono “soluzioni grigie”, tentativi ostinati di erigere barriere per contenere gli elementi naturali, come se gli effetti del cambiamento climatico possano essere imbrigliati dal cemento armato. Gli esperti dell’istituto olandese di ricerca Deltares (https://www.deltares.nl/en/news/stop-pumping-groundwater-save-sinking-jakarta/) sono molto scettici circa l’efficacia della mega costruzione, perché si tratta di una soluzione temporanea, in grado di contrastare le maree, forse, per i prossimi trent’anni, ma inefficace ad arrestare la subsidenza della porzione settentrionale della città.

IL TRASFERIMENTO NEL VERDE NON È UNA TRANSIZIONE VERDE

I piani di transizione verde, come il Green Deal europeo, prevedono l’implementazione di processi, politiche e programmi aventi gli obiettivi generali di migliorare la società, stimolare la produzione e proteggere l’ambiente. Leave no one behind, la promessa delle Nazioni Unite che costituisce il substrato dei 17 obiettivi di sviluppo sostenibile,è uno slogan che non fa riferimento esclusivamente alle persone, bensì a tutti gli elementi degli ecosistemi, interconnessi tra loro.

Tutti i piani di transizione ecologica condividono il fine di imprimere un cambio di paradigma nel modo di vivere di miliardi di cittadini, attribuendo la priorità alla protezione dell’ambiente, alla società e, in ultimo, all’economia.

In questo contesto, la scelta indonesiana appare in totale controtendenza.

Bisogna tener conto dei limiti di una simile scelta, come la disponibilità di spazio, finanziamenti ed altre risorse necessarie per trasferire una capitale, ma la realtà è che il Borneo ha perso 6 milioni di ettari tra il 2000 ed il 2017 a causa della produzione intensiva di palma da olio e cellulosa e, come se ciò non rappresentasse un dato degno di essere considerato, si è deciso di privare la Natura di altri 2560 chilometri quadrati.

In Indonesia si continua a cavalcare l’onda del carbonio e dello sfruttamento esagerato di risorse naturali.

Giacarta è il centro finanziario in più rapido sviluppo al mondo e, stando alle dichiarazioni del presidente Yoko Widodo, la fondazione della nuova città rappresenta un’opportunità irripetibile che il Paese intende cogliere per continuare a progredire nei prossimi anni.

Tuttavia, il 49% dei cittadini indonesiani vive con meno di due dollari al giorno e il 44% della forza lavoro del Paese è impegnata nell’agricoltura, mentre il galoppante sviluppo finanziario arricchisce una élite ristretta, che ha ben poco da condividere con il resto della popolazione.

La coesistenza delle due città esporrà i cittadini meno abbienti al rischio di emarginazione nella metropoli più vecchia che, con tutta probabilità, non sarà in grado di offrire le stesse opportunità di quella in fase di realizzazione.

L’Unione Europea e le altre potenze mondiali sono impegnate in una pionieristica rincorsa verso la massima efficienza e la massima efficacia delle proprie politiche ecologiche, ma questa scalata verso la sostenibilità sembra aver assunto i connotati di un gioco geopolitico: è in corso una competizione ad essere i primi della classe in materia di transizione ecologica o, meglio, a dettare gli standard a cui il resto del mondo deve adeguarsi.

Molti paesi del mondo avrebbero bisogno di alleati strategici che li accompagnino verso l’obiettivo globale di salvarsi dalla catastrofe, ed invece quelli che dovrebbero essere fratelli maggiori si lasciano inseguire senza voltarsi indietro.

15 maggio 2022

Pierandrea Turchiuli

pierandrea.turchiuli@gmail.com