Una G.R.A.N.D. notizia: arriva l’Academy del Green New Deal per le banche e le imprese ispirata alla visione di Rifkin e al Green Deal europeo.

Dopo la pubblicazione del libro di Jeremy Rifkin sul Green New Deal e la decisione della Commissione presieduta dalla von der Leyen di affidare il rilancio dell’Europa a seguito del periodo più turbolento e controverso della sua storia, il CETRI ha deciso di pescare a piene mani nel proprio comitato scientifico internazionale e multidisciplinare per la creazione di una struttura di consiglio e orientamento per le queste nuove politiche “green”. Ecco come nasce la G.R.A.N.D. – Green Rifkin-oriented Academy for the New Deal.

Per capire meglio la sua genesi, la sua struttura e le sue potenzialità in sostegno di decisori politici e finanziari, abbiamo domandato al coordinatore dell’operazione, dr. Marco Sambati, di illustrare con un approfondito articolo questa iniziativa innovativa e attualissima. che mira a portare al centro della programmazione economica l’iniziativa più innovativa e importante della storia dell’Europa del secondo dopoguerra, definita dalla stessa von der Leyen come il corrispondente per importanza storica in Europa di quello che fu l’uomo sulla luna per gli Stati Uniti d’America.

I cambiamenti climatici e il degrado ambientale sono una minaccia enorme per l’Europa e il mondo e per superare queste sfide la Commissione Europea lo scorso 11 dicembre con la sua Comunicazione COM (2019) 640 – The European Green Deal ha presentato la nuova strategia per la crescita e per aiutare l’industria europea a guidare la duplice transizione verso la neutralità climatica e verso la leadership digitale.

Per difendere la leadership industriale dell’Europa, la nuova strategia industriale contribuirà a realizzare tre priorità fondamentali: mantenere la competitività mondiale dell’industria europea, garantire condizioni di parità, a livello nazionale e mondiale, rendere l’Europa climaticamente neutra entro il 2050 e plasmare il futuro digitale dell’Europa

La roadmap per rendere sostenibile l’economia dell’UE gode di un finanziamento iniziale di 1.000 miliardi di euro e comprende anche il complesso e controverso Just Transition Fund, volto a mobilitare investimenti per almeno 100 miliardi di euro nel periodo 2021-2027 a favore delle regioni più esposte alle ripercussioni negative della transizione a causa della loro dipendenza dai combustibili fossili o da processi industriali ad alta intensità di gas a effetto serra, oltre che i criteri di attribuzione dei finanziamenti nel quadro del New Deal verde di cui parla Jeremy Rifkin nel suo più recente libro “Il Green New Deal Globale” pubblicato circa 9 mesi fa.

Il Green New Deal coinvolgerà ogni settore dell’economia, dall’ICT alle telecomunicazioni, dall’industria elettronica alle società elettriche ed energetiche, dal trasporto alla logistica, dall’edilizia al settore immobiliare, dal settore manifatturiero al commercio al dettaglio, dal settore alimentare a quello agricolo fino a quello dei servizi. La realizzazione della nuova infrastruttura interconnessa, intelligente ed economia digitale verde renderà possibili nuovi modelli di business e nuovi tipi di occupazione, aumentando l’efficienza e la produttività, riducendo l’impronta di carbonio ed abbassando il costo marginale di produzione, distribuzione e consumo dei beni e servizi.

Il Green New Deal è basato su una infrastruttura a banda larga e comunicazione digitale, edifici a saldo energetico positivo e zero emissioni interconnessi per nodi, veicoli elettrici autonomi alimentati da energie rinnovabili che corrono su strade intelligenti, con stazioni di ricarica elettrica ed impianti ad accumulo ad idrogeno. Secondo una stima della Commissione europea, il valore della data economy passerà dal 2,4% nel 2018 al 5,8% del Pil Ue nel 2025 per un totale di 829 miliardi di euro; ancora, si prevede che in Europa il numero di professionisti nel settore digitale raddoppierà nel 2025 con 10,9 milioni di esperti rispetto a 5,7 nel 2018. Con questi dati alla mano, sembra impossibile ignorare il ruolo della digitalizzazione quale opportunità cruciale per il raggiungimento degli SDGs e per un paradigma sostenibile di lungo periodo. Per la sua profonda connessione con tutti e 17 gli SDGs, la rivoluzione digitale può essere infatti considerata lo strumento principale a supporto di una transizione green su scala globale.

La transizione energetica creerà nuove figure professionali e richiederà la riqualificazione della forza di lavoro esistente. La Fondazione per lo sviluppo sostenibile, in collaborazione con l’istituto di ricerca CLES, ha condotto uno studio che ha evidenziato quali sarebbero gli effetti al 2025 di un Green New Deal in Italia con interventi su 5 ambiti strategici della green economy, quali l’efficientamento energetico, le energie rinnovabili, l’economia circolare, la rigenerazione urbana e la mobilità sostenibile; 800 mila nuovi posti di lavoro e 240 milioni di euro di valore aggiunto.

La Banca Europea per gli Investimenti ha deciso che dal 2021 cesserà di finanziare tutti i progetti nelle fonti fossili, compreso il gas, focalizzandosi sull’energia pulita e rinnovabile e che metterà a disposizione mille miliardi di euro di investimenti sostenibili nei settori dell’ambiente e dell’azione per il clima nel decennio 2021-2030 ed i maggiori fondi di investimento e fondi pensione, stanno disinvestendo dalle combustibili fossili per investire in energie rinnovabili, in quanto i gestori dei fondi ritengono che le imprese ed i progetti sostenibili assicurino un rendimento di lungo periodo più elevato.

Con l’Agenda 2030 delle Nazioni Unite e l’Accordo di Parigi sul clima la comunità internazionale ha sancito l’importanza e l’urgenza di adottare misure concrete per mitigare e contrastare gli effetti negativi del cambiamento climatico, con l’obiettivo di impostare un modello di sviluppo economico più sostenibile dal punto di vista ambientale e sociale.

La recente pandemia legata al virus Covid-19 ha messo peraltro in luce l’alta vulnerabilità del nostro modello di sviluppo rispetto a shock esogeni ed a eventi estremi ed ha messo in rilievo l’importanza di investire nella digitalizzazione dell’economia e ha dimostrato la centralità delle infrastrutture digitali. L’accesso a un’infrastruttura digitale veloce e affidabile si è rivelato fondamentale per garantire servizi essenziali nei settori dell’amministrazione, dell’istruzione, della salute e della medicina, nonché per monitorare e controllare la pandemia. La crisi sanitaria emersa ha avuto effetti significativi sui bilanci delle banche, ma l’effetto potrebbe essere ancora più rilevante se i segnali negativi sugli indicatori economici e finanziari non facciano nascere la consapevolezza che è necessario procedere ad un nuovo modello di business e ad una nuova strategia. C’è infatti un tema sempre più alla ribalta con maggiore frequenza nei consigli di amministrazione di grandi gruppi, istituzioni finanziarie, fondi pensione e nei think tank di tutto il mondo che influenzerà la caduta dei mercati al ribasso e grandi recessioni globali; stiamo parlando dei stranded assets nei settori legati ai combustibili fossili.

La Citigroup e Mark Carney, governatore della Bank of England, furono tra i primi a dare l’allarme ancora nel 2015, ma adesso anche la Banca Mondiale ha sottolineato come stia rapidamente cambiando il panorama finanziario e le regole del gioco nella comunità degli investitori, in considerazione che il costo delle energie rinnovabili sono diminuiti a tal punto da essere ora pari o inferiori al costo marginale della produzione di energia convenzionale, come sottolineato dalla banca d’affari Lazard. Nel settembre 2018, la PRA (Prudential Regulation Authority) della Bank of England, ha pubblicato i risultati di un’indagine condotta sul 90% del settore bancario del Regno Unito, che rappresenta in assets 11.000 miliardi di sterline (12.700 miliardi di euro circa). La PRA ha scoperto che il 70% delle banche del paese riconosce che il cambiamento climatico rappresenta un rischio per una vasta gamma di attività in quasi tutti i settori ed ha iniziato a valutare come la transizione verso un’economia a basse emissioni di carbonio sia indispensabile e debba influire sul modello di business delle imprese con le quali le banche sono esposte.

Il problema è che, nonostante la consapevolezza del rischio, solo il 10% delle banche sta attualmente gestendo i rischi finanziari sottostanti al cambiamento climatico, non prendendo consapevolezza della velocità che tale cambiamento sta influendo in tutti i settori dell’economia globale, anche tramite la creazione di potenziali stranded assets nel settore dei combustibili fossili ed in quelli strettamente collegati. Si rende pertanto necessario, al fine di ridurre i rischi e i danni causati da stranded assets, promuovere progetti più in linea con la diminuzione delle emissioni globali di gas serra e preparare le giuste competenze per una transizione ad un modello più sostenibile e solidale.

La finanza sostenibile dovrà prevedere, nella ricerca ed analisi delle scelte di investimento, accanto ai classici indicatori economici e finanziari quelli che vengono declinati in termini di “SRI” (Sustainable and Responsible Investment) ovvero criteri ambientali, sociali e di governance (o ESG, dall’inglese Environmental, Social and Governance), con analisi riguardanti gli aspetti di sostenibilità. In generale occorre indirizzare gli impieghi, in modo coerente e con un approccio di medio-lungo periodo, verso investimenti di imprese impegnate a trasformare i propri modelli di business e mitigare i propri impatti ambientali, a livello locale o globale o entrambi, con particolare attenzione alle PMI che spesso riscontrano difficoltà di accesso al mercato dei capitali.

Dall’altro lato abbiamo le PMI che hanno un ruolo chiave nel tessuto industriale europeo e forniscono i due terzi dei posti di lavoro e sono essenziali e determinanti per il successo del nuovo approccio industriale. La strategia del Green New Deal mira ad aiutare proprio le PMI a guidare la duplice transizione, verso la neutralità climatica e verso la leadership digitale, il che significa anche garantire loro anche l’accesso alle giuste competenze. Per sviluppare le capacità delle PMI in vista della duplice transizione, la rete europea delle imprese avrà la necessità dell’ausilio di appositi consulenti in materia di sostenibilità che dovranno accompagnarle nella scelta delle nuove tecnologie digitali, di modelli di economia circolare, di mobilità elettrica e ad idrogeno da fonti rinnovabili e sistemi di ricarica, di edilizia NZEB, di accesso ai finanziamenti, nonché la condivisione e l’adozione delle migliori pratiche per accelerare la loro crescita e la competitività in un mercato sempre più globale. Da una ricerca di HSBC Navigator sul commercio internazionale che ha coinvolto oltre 200 imprese italiane che puntano a diventare più sostenibili, è emerso che il 25% non possiede le competenze per farlo; secondo tale studio nei prossimi 5 anni la principale sfida che le imprese italiane stimano di dover affrontare in tema di sostenibilità sarà proprio la carenza di supporto e consulenza nella materia, che consenta loro di gettare le basi per le necessarie progettualità, al fine di una nuova visione nella scelta degli investimenti e di un nuovo modello di business efficiente e a basse emissioni di carbonio

Il Green New Deal è quindi un’occasione per valutare l’opportunità di un nuovo modello di crescita e di business, e a tal proposito, il Cetri (Circolo europeo per la terza rivoluzione industriale) ha voluto costituire un gruppo di esperti (il GETRI o Gruppo di esperti di terza rivoluzione industriale), in partnership con il Pro-rettore alle politiche energetiche dell’Università La Sapienza, il Prof. Livio De Santoli, ed intende promuovere la GRAND (Green Rifkin-based Accademy for a New Deal) http://cetri-tires.org/press/grand/ al fine di formare quei profili professionali che possano essere di supporto alle imprese ed amministrazioni che intendono perseguire un modello di sviluppo sostenibile.

L’Academy si rivolge principalmente al mondo delle banche, con l’obiettivo di formare un green coach in grado di assistere la clientela sia sotto l’aspetto tecnico che quello finanziario occupandosi dei temi della ricerca ed innovazione, della digitalizzazione e decarbonizzazione, delle smart grid e della mobilità sostenibile, delle stampanti 3D e degli impianti ad accumulo ad idrogeno, dell’economia circolare e del blockchain, ecc.; si potrebbero prevedere programmi formativi diversi nei contenuti e nella durata in relazione al gruppo di lavoro di riferimento (area sostenibilità, area commerciale, area fidi, management, ecc.). La metodologia dovrebbe partire dalla definizione degli obiettivi formativi, intesi come divario esistente tra le conoscenze e le competenze possedute da un soggetto o un gruppo di lavoro e quelle che dovrebbe possedere per raggiungere standard di prestazioni riconosciute ottimali rispetto alle strategie, per procedere successivamente all’analisi dei fabbisogni formativi necessari in relazione al gruppo di lavoro e poi passare alla definizione del format e dei contenuti del piano. L’Academy potrebbe inoltre fornire, una conoscenza generale oltre che vari focus specifici su tutti gli strumenti finanziari, comunitari e nazionali ed anche di natura fiscale per il finanziamento degli interventi del Green New Deal, sia per le imprese che per le amministrazioni locali, al fine di consolidare le competenze e conoscenze sui temi della sostenibilità per tenere il passo con le innovazioni normative, tecnologiche e di prodotto ed offrire così alla clientela soluzioni più innovative ed appropriate ai nuovi scenari della digitalizzazione e decarbonizzazione, con conseguente protezione del capitale e ritorno degli investimenti nel medio termine

Ma l’Academy si rivolge anche direttamente al mondo delle imprese, o meglio delle associazioni di categoria che stanno operando concretamente per lo sviluppo sostenibile del proprio territorio, per offrire le stesse competenze sui temi della digitalizzazione ed innovazione tecnologica sopra riportate e consentire quella trasformazione necessaria verso la transizione energetica indispensabile per la loro competitività

L’Academy si rivolge poi anche alle singole Regioni ed a tutti gli enti locali per fornire le giuste competenze per una pianificazione energetica per quanto attiene all’uso razionale dell’energia, il risparmio energetico e l’utilizzo delle fonti rinnovabili e per promuovere un cambiamento dello stile di vita verso una economia decarbonizzata, digitale, circolare, distribuita e con una mobilità sostenibile e condivisa, secondo le indicazioni provenienti dalla Commissione Europea con la sua recentissima Comunicazione 2019-640 per un Green New Deal Europeo. L’obiettivo è quello di elaborare dei masterplan per la decarbonizzazione sull’esempio di quanto già realizzato in regioni guida in Europa (Francia, Olanda, Lussemburgo), atto a garantire un passaggio ad un’economia “carbon neutral” entro il 2050. I Master Plan permetteranno alle imprese delle singole regioni di aumentare vertiginosamente la loro efficienza economica aggregata attraverso tutte le catene di valore aggiunto, aumentando la loro produttività e riducendo i loro costi marginali e l’impronta ecologica, contribuendo a renderle leader nel nuovo paradigma economico e nella nuova società ecologica.

Come abbiamo accennato, solo il 10% delle banche sta attualmente gestendo i rischi finanziari sottostanti al cambiamento climatico, non prendendo consapevolezza della velocità che tale cambiamento sta influendo in tutti i settori dell’economia globale, tanto che emerge che per diverse banche è molto più appropriato finanziare una buona impresa “brown” che un’impresa che investe nel green, ma con un rating o scoring più basso, in considerazione del maggior costo ai fini del “patrimonio di vigilanza” con il quale si intende la quantità di denaro che la banca è obbligata ad accantonare a fronte delle sue attività di rischio, generalmente rappresentate dai prestiti.

Tale linea di azione sembra però alquanto poco condivisibile per una serie di motivazioni che andremo ad elencare.

Il cambiamento climatico è considerato il principale fattore di rischio per i prossimi anni: di conseguenza, concedere finanziamenti a imprese che non stanno al passo con la transizione ecologica potrebbe portare a grosse perdite e all’impossibilità di recuperare il credito erogato. La stessa EBA (European Banking Authority), ente europeo di sorveglianza sulle banche, ha previsto, nelle nuove linee guida, che gli istituti applichino i criteri ESG al momento del finanziamento e sta valutando se il capitale necessario agli istituti finanziari per far fronte ai potenziali rischi legati agli investimenti potrebbe essere ridotto quando forniscono credito e prestiti a progetti sostenibili.

In tale contesto, alla fine del 2016 anche la stessa Commissione europea ha istituito un gruppo di esperti di alto livello sulla finanza sostenibile; il 31 gennaio 2018 tale gruppo ha pubblicato la Relazione finale contenente un pacchetto di raccomandazioni rivolte al settore finanziario per sostenere la transizione verso un’economia più green.

Tra le diverse azioni proposte si sottolineano le seguenti:

  • tassonomia” della sostenibilità, che mira a istituire un sistema unificato a livello europeo di classificazione che sia in grado di individuare quali attività possano essere considerate sostenibili, in quanto contribuiscono all’attenuazione e all’adattamento ai cambiamenti climatici, nonché agli obiettivi ambientali e sociali;
  • norme e marchi per i prodotti finanziari sostenibili, che, basandosi sulla tassonomia, vuole creare delle etichette (label) per i prodotti finanziari green che consentano agli investitori di individuare gli investimenti che rispettano i criteri ambientali o di basse emissioni di carbonio;
  • sostenibilità nei requisiti prudenziali, per integrare il rischio climatico e gli altri fattori ambientali per la ricalibrazione dei requisiti patrimoniali delle banche e delle imprese di assicurazione. L’ipotesi è quella di potere introdurre un “green/social supporting factor” che prevedano per gli investimenti sostenibili un trattamento di favore dal punto di vista degli accantonamenti prudenziali.

Sulle base dei risultati e delle informazioni contenuti nella relazione finale del Gruppo, il 24 maggio 2018 la Commissione Europea ha adottato le prime misure che daranno al settore finanziario un ruolo di primaria importanza per contrastare i cambiamenti climatici e conseguire un’economia più verde. Il pacchetto legislativo comprende tre proposte di Regolamento:

  • Proposta di regolamento sull’istituzione di un quadro per agevolare gli investimenti sostenibili: introduce un primo quadro per la definizione della tassonomia delle attività sostenibili per individuare i criteri per determinare il grado di sostenibilità di un investimento e che vincolerà le future definizioni di prodotti finanziari sostenibili;
  • Proposta di regolamento relativa all’informativa sugli investimenti sostenibili e sui rischi di sostenibilità e che modifica la direttiva (UE) 2016/2341: introduce nuovi obblighi di trasparenza (disclosure) per gli investitori istituzionali (ad esempio i gestori di patrimoni, le compagnie di assicurazione, i fondi pensionistici e i consulenti finanziari) per integrare i fattori ambientali, sociali e di governance (ESG) nel loro processo decisionale;
  • Proposta di regolamento che modifica il regolamento (UE) 2016/1011 sui parametri di riferimento a basse emissioni di carbonio e parametri di riferimento positivi per l’impatto sul carbonio: introduce due nuovi indici di riferimento (per gli strumenti finanziari e per i contratti finanziari o per misurare la performance dei fondi di investimento) che tengono conto di alcuni aspetti di sostenibilità ambientale: il low carbon benchmark e il positive carbon impact benchmark; si tratta di due parametri di riferimento per identificare, rispettivamente, le imprese che investono in tecnologie a basso impatto ambientale e quelle che, grazie alle loro attività, riescono a ridurre le emissioni nette complessive di anidride carbonica.

La Commissione europea ha poi pubblicato, lo scorso 8 marzo 2018, un comunicato al Parlamento Europeo, al Consiglio Europeo e alla BCE per definire un piano di azione per finanziare la crescita sostenibile e, al punto 8 dell’Action Plan è stato riportato che, “La Commissione valuterà la praticabilità di includere i rischi associati al clima e ad altri fattori ambientali nelle politiche di gestione dei rischi degli enti e di calibrare eventualmente i requisiti patrimoniali delle banche”. Tale punto racconta quanto Bruxelles si stia focalizzando sulla finanza sostenibile, partendo da alcune stime che, almeno la metà degli attivi delle banche nella zona euro sono attualmente esposti a rischi connessi ai cambiamenti climatici.

Occorre poi fare un ulteriore considerazione: l’IFRS 9 (International financial reporting standards), i nuovi principi contabili internazionali che le banche italiane sono obbligati a seguire per la redazione del bilancio dal 2018, prevedono che le banche effettuino accantonamenti non solo per i crediti già deteriorati (non performing loans), ma bensì anche per quelli che potrebbero deteriorarsi in futuro; di fatto, quindi gli istituti di credito devono prevedere accantonamenti anche per i crediti in bonis, stimare le perdite attese (expected credit loss) e metterle a bilancio e che, non è più richiesto il manifestarsi di un evento o di un segnale esplicito di perdita effettiva per il riconoscimento di un onere. Il nuovo approccio si presenta come un modello prospettico dove la stima delle perdite attese deve essere effettuata ricorrendo ad informazioni che includano non solo dati storici ed attuali, ma anche prospettici. Tale premessa sta a sottolineare che quella che oggi è una impresa brown con un buon rating, ma che non intenda scegliere di effettuare investimenti sostenibili ed a basse emissioni di carbonio, potrebbe, per quanto evidenziato finora, trovarsi con un problema di redditività e di competitività, e la banca che le ha concesso il finanziamento potrebbe dall’altro maturare grosse perdite e l’impossibilità di recuperare il credito erogato. o quanto meno procedere ad un maggior accantonamento di capitale a seguito del peggior rating/scoring dell’impresa. Dall’altra, l’impresa inizialmente con un rating/scoring inferiore, che però ha scelto una politica di investimento green, per tutte le considerazioni fatte finora, garantirebbe nel tempo maggiore redditività e ritorno degli investimenti, con conseguente miglioramento del rating/scoring e minor assorbimento di capitale.

C’è poi da sottolineare inoltre un’iniziativa partita recentemente da Cerved, società italiana di data analysis e rating creditizio, che ha avviato la raccolta di un questionario costituito da 50 domande con alcune delle sue aziende, sulla base del quale verrà assegnato un punteggio un punteggio da 0 a 100, ponderato in base ai giudizi sui valori analizzati in termini di ESG (Environmental, Social and Governance).

Scopo di questa analisi è creare un nuovo strumento vantaggioso sia per le imprese che per le banche, ma non tanto per le società più grandi che sono già obbligate a redigere un bilancio di sostenibilità, ma per tutte le altre imprese, per le quali la legge non prevede per il momento obblighi di certificazione. Il tavolo tra banche italiane e Cerved dovrebbe prevedere la definizione di un green discount factor, ovvero una riduzione degli interessi da pagare per il finanziamento calibrata sulla base del punteggio ESG ottenuto dalle singole aziende. L’operazione non è giustificata da una improvvisa visione ecologista delle banche italiane: ma alla base di questa scelta vi sarebbero invece solide motivazioni di carattere economico-finanziario, che di fatto la rendono ancora più credibile. L’obiettivo principale infatti è evitare di creare nuovamente altri stock di crediti deteriorati (non-performing loans, NPL), che hanno già portato molti impatti negativi nei bilanci delle banche.

Da ultimo si vuole prendere come esempio da seguire per altre istituzioni, quanto intrapreso di recente dalla Simest con il bonus green; in particolare le aziende italiane esportatrici più sostenibili, che presenteranno una certificazione standard ISO 14001, vedranno ridursi la percentuale di garanzia da fornire per ottenere i prestiti, in quanto ciò comporterà un miglioramento del rating, con conseguenza un minor accantonamento di capitale per la banca e minor costi del finanziamento per l’impresa.

MARCO SAMBATI