La ripartenza dopo il Covid-19: un’opportunità da non perdere per il Green Deal europeo

Dopo la pubblicazione del libro di Jeremy Rifkin sul Green New Deal la Coimmissione Europea ha pubblicato una Comunicazione per un Green Deal Europeo che riprende i capisaldi delle raccomandazioni di Rifkin per una svolta green nelle strategie economiche europee. La Presidente Von der Leyen ha dato un risalto straordinario a questa nuova strategia affermando in sede di presentazione al Parlamento europeo il giorno 11 dicembre 2019, che si trattava dell’equivalente per gli europei dell’Uomo sulla luna per gli Stati Uniti d’America. Purtroppo poi l’emergenza Coronavirus ha fatto rallentare i processi di approvazione delle direttive e di tutti gli altri atti legislativi del Green Deal.

Oggi proprio su questo argomento il magazine on line Eticaeconomia, ha pubblicato una riflessione dell’economista Edilio Valentini, membro del Comitato Scientifico del CETRI-TIRES e della Academy per il Green New deal, che contiene ottimi spunti per una ripresa Green dopo la crisi del COVID 19.

Abbiamo ritenuto utile dare spazio in forma sintetica a questa riflessione anche sul CETRI Magazine mentre in fine articolo si può trovare il link all’originale completo integrale dell’articolo.

L’urgenza di contrastare la crisi sanitaria causata della diffusione del Covid-19 e, soprattutto, di limitarne gli impatti negativi sulle economie di tutto il mondo rischia di porre in secondo piano i problemi connessi all’emergenza climatica. Il pericolo è che con l’ansia di far ripartire i sistemi produttivi ed arginare la recessione nella quale stiamo precipitando si possa perdere l’occasione di condurre la ripresa economica sul sentiero della sostenibilità.

Come ha ricordato Donato Speroni nell’editoriale dell’Asvis del 17 aprile scorso, già dopo la crisi del 2008 la paura di perdere nell’immediato qualche altro decimale di Pil spinse il nostro Paese a non cogliere l’occasione per una riconversione green del sistema produttivo. Uno studio condotto nel 2009 da HSBC su più di 20 piani nazionali per la ripresa economica testimonia che solo il 15,8 per cento delle risorse ad essi destinate può essere ricondotto a misure di contrasto ai cambiamenti climatici. In particolare, in base al Climate Change Index predisposto dall’HSBC, dei 103,5 miliardi che l’Italia prevedeva di destinare alla ripresa economica solo 1,3 miliardi (cioè meno dell’1,3%) erano classificabili come investimenti green, soldi peraltro indirizzati interamente al settore ferroviario. Alla luce di quanto sostenuto in diversi studi economici (uno su tutti: il recentissimo articolo di Hepburn, O’Callaghan, Stern, Stiglitz e Zenghelis sull’Oxford Review of Economic Policy) altre scelte ci avrebbero consentito di arrivare meglio attrezzati al cospetto delle sfide poste dall’attuale crisi climatica e, probabilmente, avrebbero potuto garantirci anche una crescita economica più sostenuta di quella registrata nel decennio appena passato.

Certo, oggi le cose sono molto diverse da allora: c’è un maggiore sostegno da parte dell’opinione pubblica e, soprattutto, c’è una nuova generazione che ha capito benissimo cosa sono i cambiamenti climatici e chi dovrà pagarne i relativi costi. Questa generazione, che non ha ancora avuto modo di far valere appieno il peso delle proprie idee attraverso lo strumento democratico del voto, sta facendo sentire con forza la sua voce ed è al fianco di quei politici e di quegli scienziati che da tempo sostengono l’introduzione di politiche incisive per l’ambiente e per il clima.

Inoltre, per la prima volta nella storia, la Commissione Europea insediatasi alla fine dello scorso anno ha posto l’ambiente al centro della sua azione politica e ha lanciato un Green Deal europeo che si prefigge di investire mille miliardi per fare dell’Europa un’economia verde che riesca a raggiungere la neutralità carbonica nel 2050. Fra le prime azioni concrete per l’attuazione del Green Deal, il mese scorso il Consiglio Europeo ha adottato il regolamento che stabilisce la tassonomia in base alla quale riconoscere il requisito di sostenibilità per l’ammissibilità ai finanziamenti europei. La strada europea verso la sostenibilità sembra quindi tracciata ed anche le decisioni più recenti sembrano confermare la volontà di non volerla abbandonare.

Alla luce di questi elementi è legittimo sperare che non si ripetano gli errori del passato e che l’attuale crisi economico-sanitaria possa alla fine trasformarsi da problema in opportunità. Eppure gli elementi di preoccupazione non mancano, tanto che lo scorso 14 aprile 12 ministri dell’ambiente dell’Unione Europea hanno ritenuto opportuno lanciare un appello, sottoscritto da molti rappresentanti di forze politiche, imprenditoriali, sindacali e delle associazioni, per una alleanza – la European Alliance for a Green Recovery – che ponga la sostenibilità sociale ed ambientale alla base delle politiche e delle azioni per la ripresa dalla pandemia causata dal Covid-19. Questo appello viene in risposta alle richieste di paesi come la Polonia, fortemente dipendenti dal carbone, e di alcuni europarlamentari, perlopiù conservatori, che vorrebbero un ripensamento del Green Deal i cui costi, a loro dire, sarebbero eccessivamente gravosi nell’attuale contesto di crisi economica.

L’argomento utilizzato dai detrattori delle politiche climatiche europee è, per quanto parziale e per nulla lungimirante, particolarmente semplice e per questo comunicabile in maniera molto efficace: il Green Deal europeo sottrae risorse che altrimenti potrebbero destinarsi al settore sanitario e agli aiuti a lavoratori, famiglie e imprese in difficoltà. Questo ragionamento, senza dubbio semplicistico, non è del tutto privo di fondamento ed impone una riflessione sulla possibilità che nello scenario post Covid-19 ci possa essere uno spiazzamento fra la spesa – sia pubblica che privata – richiesta per fronteggiare la crisi economica e quella necessaria a garantire la lotta ai cambiamenti climatici.

La recessione, infatti, porterà una sostanziale riduzione delle entrate pubbliche che, come sostenuto di recente dal Fondo Monetario Internazionale ed anche nell’articolo di Bruno Bises sul Menabò del 15 aprile scorso, sarà difficile da quantificare finché non si comprenderanno meglio la durata e la portata dell’emergenza sanitaria. A causa del minor gettito fiscale molte delle spese programmate, comprese quelle necessarie al raggiungimento degli obiettivi di mitigazione e adattamento ai cambiamenti climatici, potrebbero saltare o essere rimandate. Questo rischio, come ci ricorda il rapporto 2020 delle Nazioni Unite “Financing for Sustainable Development”, sarà più elevato nei paesi maggiormente colpiti dalla pandemia e con le finanze pubbliche già in difficoltà.

Il rapporto delle Nazioni Unite mette anche in guardia rispetto alle conseguenze negative che possono determinarsi a causa della pesante caduta del prezzo del petrolio e delle altre materie prime innescata dalla crisi economico-sanitaria. Se i prezzi dei combustibili fossili rimanessero bassi per un lungo periodo di tempo sarebbe ostacolato anche il coinvolgimento dei capitali privati nel processo di riconversione energetica in quanto le imprese potrebbero rimandare le loro decisioni di investimento in energia da fonti rinnovabili.

Allo stesso modo, la contrazione economica sta comportando una riduzione della domanda dei permessi per l’emissione di CO2 all’interno dell’EU Emissions Trading System, il sistema europeo che ne regolamenta lo scambio e, come si vede nella Figura 1, ne ha già fatto scendere il prezzo di circa il 25% rispetto alla quotazione media dello scorso anno e dei primi mesi del 2020. Anche in questo caso, la prospettiva di prezzi bassi per le emissioni di CO2 potrebbe rendere meno convenienti gli investimenti privati in tecnologie a minore impatto ambientale e, soprattutto, il cosiddetto switching, ossia il passaggio della produzione di energia elettrica dal carbone al meno inquinante gas naturale.

Fonte: elaborazione propria su dati scaricati da https://www.sendeco2.com/it/prezzi-co2

Sul versante della finanza pubblica, invece, una riduzione del prezzo dei permessi per l’emissione di CO2 genererebbe una ulteriore riduzione delle risorse che gli stati membri possono destinare al contrasto ai cambiamenti climatici e che, in base all’articolo 10(3) della Direttiva che regolamenta l’EU Emissions Trading System, possono essere attinte proprio dai ricavi ottenuti dalla vendita all’asta dei permessi (14,5 miliardi di euro nel 2019). Solo per fare un esempio, le risorse previste per l’Innovation Fund dell’Unione Europea – uno dei maggiori programmi al mondo per il finanziamento di tecnologie innovative low-carbon – derivano da un programma di vendita all’asta di 450 milioni di permessi dal 2020 al 2030. Nell’ipotesi che il prezzo dei permessi si mantenga anche in futuro sui livelli attuali, la riduzione del prezzo dei permessi rispetto ai valori pre-crisi varrebbe, solo per questo programma di spesa, circa 2,7 miliardi di euro di minori fondi.

Con meno risorse a disposizione e minori incentivi da parte del settore privato la difesa degli obiettivi programmati nel Green Deal dagli attacchi di chi non ha interesse ad abbandonare petrolio e carbone sarà senz’altro più dura di quanto non lo sia sempre stata. Sarà ancora più importante, quindi, far capire a cittadini e imprese perché è ancora prioritario investire nella green economy e quali sono i rischi ai quali andremo incontro se non lo faremo subito. Bisognerà ricordare con forza che, anche in questo caso, è necessario dare ascolto a quello che ci dicono gli esperti. Forse almeno questo, dall’esperienza del Covid-19, dovremmo averlo imparato tutti.

Edilio Calentini con Jeremy Rifkin

L’articolo integrale è leggibile a questo link:

https://www.eticaeconomia.it/la-ripartenza-dopo-il-covid-19-unopportunita-da-non-perdere-per-il-green-deal-europeo