Jeremy Rifkin: “La globalizzazione morta e sepolta: la distanza sociale sarà la regola”

REPUBBLICA HA INTERVISTATO JEREMY RIFKIN SUL DOPO CORONAVIRUS. ECCO COSA NE È EMERSO…

Il guru dell’economia applicata all’ecologia: “Nella storia le trasformazioni epocali sono sempre state precedute da disastrose epidemie”. “Dovrà cambiare la governance mondiale, il futuro è nel Glocal e nelle Bioregioni”. Intervista di Eugenio Occorsio

Affari&Finanza – REP – 30 marzo 2020
«Beh, ci siamo arrivati all’abbattimento delle energie fossili e della CO2 nell’atmosfera che sono anni che vado predicando. Diciamo che avrei preferito di grandissima lunga che ci si arrivasse per altre vie». Trova il modo per un attimo d’autoironia a denti stretti Jeremy Rifkin, il guru mondiale dell’economia applicata all’ecologia. Però puntualizza subito il suo vero pensiero: «Spero che lei e la sua famiglia stiano bene. Questa è un’immane tragedia che lascia sgomenti. E quando sarà finita la carneficina faremo i conti con una crisi economica senza precedenti».

Mentre parliamo al telefono con il professore, chiuso come tutti nella sua casa (iperconnessa) di Washington, le agenzie battono la previsione di Morgan Stanley per il Pil americano: -30% nel secondo trimestre. Non solo nulla sarà come prima, ma non torneremo mai alla normalità, ha scritto il direttore dell’Mit Technology Review, Gideon Lichfield. Lei è d’accordo?

«Sicuramente sì. Bisognerà studiare nuove modalità di comportamento, studio, lavoro, vita sociale, per mantenere sempre una distanza di sicurezza l’uno dall’altro. E dovranno essere studiati di nuovo i teatri, gli stadi, i cinema, gli aerei, perché contengano meno gente e meno ammassata. Però io vado ancora più in là. Tanto per cominciare sarà necessario uno screening globale, come ha fatto la Corea, con test anti-corona per tutti. I dati andranno depositati, trovando qualche forma di tutela della privacy, in una piattaforma modello Blockchain a disposizione delle autorità anche internazionali. Fino a quando non sarà completata quest’operazione, dobbiamo rassegnarci: il virus resterà fra di noi, e visto che non si potrà mantenere il lockdown in eterno per non piegare definitivamente l’economia mondiale, bisognerà aspettare qualche remissione per riaprire (parzialmente) le porte, rassegnandosi comunque a richiuderle in fretta appena le terapie intensive degli ospedali segnaleranno qualche anomalo aumento degli accessi. Ma come dicevo, la rivoluzione dovrà andare ancora oltre, ridisegnando la governance mondiale».

Vuol dire che siamo alla Waterloo della globalizzazione, come lei pure avvertiva da tempo?

«La globalizzazione così come l’abbiamo conosciuta è morta e sepolta. E’ ora di prendere decisamente confidenza con il termine glocal. Io sono direttamente coinvolto in un progetto della commissione europea, parallelo e in parte propedeutico al “Green deal” lanciato dalla presidente Ursula von der Leyen. Si tratta delle “bioregioni”, cioè aree anche sovranazionali con particolare omogeneità e vocazione, dal punto di vista industriale, agricolo, culturale. Stiamo cercando di delinearne i confini per valorizzare le attività, le produzioni, gli scambi, all’interno di esse. Beninteso, visto che le tecnologie lo consentono, con il massimo dell’apertura e delle connessioni con il resto del mondo. La prima area campione che abbiamo analizzato è la “Haute-France”, la dorsale da Lione su fino a Dunquerque, una “rust belt” storica per la quale si può immaginare uno sviluppo industriale altrettanto importante e ovviamente più moderno. Abbiamo già riscontri favorevoli e i primi risultati in termini di investimenti. Altre aree per le quali abbiamo già studiato interventi specifici riguardano i Paesi Bassi e il Lussemburgo. Proprio in questi giorni ci stavamo concentrando sull’Italia. A proposito, quali “bioregioni” individuerebbe lei, quale reale differenza c’è oltre al clima fra il nord e il sud?»

Nasce il nazionalismo ecologico?

«Macché, non mi fraintenda. Le istituzioni politiche restano al loro posto nella pienezza dei loro poteri. Solo che vengono affiancate da un comitato di esperti, realisticamente che vivono nell’area interessata, potrebbero essere 300 persone fra accademici, sindacalisti, gente di cultura, insomma chi conosce il posto. Ad essi viene assegnato un periodo, diciamo dieci mesi, per fare le sue proposte. La presidente von der Leyen stava per rendere pubblico questo progetto, ma poi siamo stati tutti travolti da questa sciagurata pandemia. Anche negli Stati Uniti stavamo lavorando a un progetto analogo. Qui le bioregioni sono cinque, dai grandi laghi del nord al deserto della California. Abbiamo delle palesi difficoltà con la Casa Bianca però lo spartiacque è stato varcato con l’elezione nel novembre 2018 di una generazione di congressisti guidata da Alexandria Ocasio-Cortez, giovani e grintosi come solo i giovani sanno essere. E hanno un fortissimo seguito di opinione pubblica presso i loro coetanei e anche più piccoli».

Insomma, si potrebbe cogliere l’occasione di questa pausa tragica e forzata per ripensare completamente il nostro modello di sviluppo?

«Esattamente. Nella storia, le grandi trasformazioni epocali sono sempre state precedute da disastrose epidemie, compresa la rivoluzione industriale dell’inizio dell’Ottocento e andando indietro nei secoli dei secoli. E ogni volta si ripensa agli errori fatti. Qui, non per ripetermi, l’errore, chiamiamolo così per non usare termini più apocalittici, si chiama cambiamento climatico. Gli eventi estremi – incendi, alluvioni, maremoti, siccità, carestie – ormai arrivano con cadenza pluriannuale anziché ogni cinquant’anni come un tempo. E comportano sempre una fuga e una migrazione scomposta di uomini, animali e virus, che per sopravvivere – i virus – si attaccano disperatamente agli altri esseri viventi. Così si diffondono nel mondo».

Non dobbiamo più viaggiare?

«Parlo di fughe e migrazioni di massa. Però sì, a pensarci: lo sa con le teleconferenze quanto si risparmia in viaggi di lavoro, quanto inquinamento, stress, tempo sottratto alla famiglia? Perché qui torniamo sempre al punto di base: l’uomo deve diminuire lo spreco e il consumo di combustibili fossili. Non sono così ingenuo da pensare che il cambiamento avvenga in tempi immediati, però gli orizzonti temporali cominciano a stringersi, diciamo che ci restano vent’anni e non di più a disposizione. Non bisogna pensare a un impoverimento diffuso, semmai il contrario. La svolta da parte dei fondi pensione pubblici e privati di prelevare centinaia di miliardi di dollari dei loro investimenti dal settore dei combustibili fossili e dalle industrie collegate e reinvestirli nell’economia verde, già ha segnato l’avvento dell’era del capitalismo sociale. Ora abbiamo questa amarissima occasione: era meglio non averla, come dicevo all’inizio, però cerchiamo di coglierla. Anche perché tutte le grandi rivoluzioni industriali sono state caratterizzata dalla disponibilità di mezzi di comunicazione, di tecnologie e di fonti di energia. Se nell’800 c’era la stampa a caratteri mobili oggi abbiamo il web, e la stessa tecnologia ci dà la spinta necessaria con mille risorse dall’Internet of things alla digitalizzazione delle fonti rinnovabili. Nulla sarà più come prima, è vero, ma cerchiamo di far sì che sia migliore».

Il prof. Jeremy Rifkin in foto nel suo ultimo incontro a Roma lo scorso 22 ottobre 2019 nell’Aula Magna dell’Università Lumsa, con il suo direttore europeo Angelo Consoli e il coordinatore generale Antonio Rancati, davanti a 250 studenti, professori e opinion leader per parlare dell’educazione per Un Green New Deal globale e La Terza Rivoluzione Industriale: una Sharing Economy…