SALVATE LA POVERA XYLELLA!

Un fantasma si aggira per l’Europa. Il fantasma della Xylella Fastidiosa, e della sua complice Sputacchina Bavosa!

Si, lo strazio è insopportabile e il senso di colpa ci attanaglia; perché la cattiveria umana sceglie una vittima per accanirsi su di essa non si capisce, ma di fronte alla scena di un essere indifeso, ridotto a una larva senz’anima dalle angherie della così detta specie superiore, ecco risorgere la pietas, come la chiamano i filosofi. E giù lacrime di coccodrillo, spesso troppo tardi. Fermiamoci! Facciamolo fin che siamo in tempo, o la zavorra di questa responsabilità ci trascinerà al fondo. Salviamo la povera

Xylella al microscopio

Xylella.

La misera bestiola, un batterio più piccolo di un granello di polvere, ha visto scatenarsi contro di lei prima una isterica ondata di prodotti anti batterici dai saponi, agli antibiotici, e poi, ad abundantiam, una valanga di fango mediatico (che non sapendo leggere e senza decoder, per sua fortuna si è risparmiata), seguita da un inferno di motoseghe, ruspe, escavatori, veleni potentissimi, innesti proditori a casa sua e ogni sorta di altra perversione; e questa frenesia devastatrice non ha colpito solo lei, ma ha anche travolto tutto ciò che dava segni di vita nel raggio di cento metri, a cominciare da una sua occasionale compagna di giochi, la summenzionata sputacchina. Per il solo fatto che una volta pare che la nostra (in avanti solo Xy), dopo una mattinata di chiacchiere da comari e un thè alla foglia d’ulivo, abbia chiesto all’amica un passaggio fino al verdumaio lì vicino, anche la miserina dal salto facile è entrata nel mirino della canea accusatoria, prontamente elevata a complice sodale di tutte le nefandezze attribuite al

sputacchina

batterino. In realtà si è solo voluto cogliere l’occasione per liberarsi anche di questo animaletto, reo in passato di aver dispensato la sua bava (da cui il nome) all’indirizzo di

tutti i politici e le troupe televisive che hanno popolato gli uliveti salentini negli ultimi mesi.

Ma procediamo con ordine. Tutto ebbe inizio quando uno spregiudicato costruttore di discoteche, bar, palafitte sulle spiagge e parcheggi di camper, fremendo di desiderio edificatorio sull’onda della bolla turistica salentina, si scatenò alla disperata ricerca di suoli dove sfogare la sua brama di cemento. Sull’orlo di una crisi di nervi per gli innumerevoli insuccessi, dovuti a fastidiosi lacci e lacciuoli urbanistico-paesaggistici e ai “vaffanculo” di ottusi contadini, riuscì finalmente a farsi cedere un antico uliveto a quattro soldi da un proprietario faticosamente rintracciato in Brasile, dove questi viveva ormai da anni. Il terreno, in evidente stato di abbandono, presentava, però, un vero e proprio bosco di ulivi altissimi e mal curati, con porzioni più di secco che di verde. Tagliare o espiantare? Impossibile: quelli della Regione non volevano. Qui l’illuminazione.

Grazie alla competenza informatica di sua figlia di 4 anni, il nostro si mise in contatto con una grossa multinazionale chimica dal nome rassicurante perché richiamava quello di un popolare attore italiano. Orbene, furbescamente si offrì, ovvero offrì il suo uliveto, come campo sperimentale per ricerche e quant’altro su cui il colosso avesse voluto esercitarsi, “e non fa niente che muoiono gli alberi, tanto li dovevo tagliare”, disse loro.

tempo di atterrare a Brindisi con un grosso quadrimotore da trasporto, ed ecco scendere strani furgoni blindati, incomprensibili macchinari e uomini in tenuta da catastrofe nucleare, col corredo di fusti neri privi di qualsiasi etichetta; in pochi minuti l’inquietante convoglio guadagna il fondo del nostro edificatore, sparpaglia uomini e attrezzature in ogni angolo e fa ……. Non si sa. Nessuno lo sa che cosa la combriccola spaziale abbia fatto nel mese e passa in cui ha bivaccato nell’uliveto. Fatto sta che, nel mistero con cui erano arrivati, ugualmente, durante una notte nebbiosa, smantellano tutto e svaniscono nel nulla. Nessuno li ha più visti o sentiti. Il nostro costruttore, accorso alla notizia della smobilitazione, quasi non crede ai suoi occhi: tutti gli alberi sono morti.

Intanto la povera Xy, che abitava lì da generazioni, si trova casa e ristorante chiusi, ma si convince che è colpa sua, che ha mangiato troppo, non ha lasciato mance a sufficienza e chissà da quanto non pagava affitto. Chiama l’amica bavosa e si fa portare in una nuova palazzina, rigorosamente a 100 metri di distanza (la sputacchina non ha la licenza per percorsi più lunghi).

Dalla sua il costruttore comincia a percepire inquietudine: e se qualcuno canta? Se cominciano a circolare voci? Anche perché comincia a circolare una foto aerea che mostra il suo appezzamento tutto disseccato, ma quello affianco bello florido. Come la spiega a quei ficcanaso di forestali o, dio ci scampi, se lo sanno gli ambientalisti. Quelli sono pure peggio! Si rivolge a un sedicente agronomo del posto, rinomato per andare in giro sempre con una cartellina contenente due relazioni standard, che dicono una l’esatto opposto dell’altra, da sottoporre alla scelta del cliente secondo necessità. Il giovanotto ha lui un’illuminazione: – chiamiamo l’Università. Il costruttore – e se quelli scoprono tutto? – il giovane – sarebbe la prima volta. E comunque abbiamo il paracadute: conosco un tizio, Federico si chiama, che se una ricerca non va bene ne inventa una contraria; e tutti gliela pubblicano -.

Anche l’università arriva in pompa magna, tirandosi appresso anche il CNR: bottiglie, campionatori, provini, sensori, ecc. Per fortuna del costruttore e del suo infido consigliere, tutti guardano in alto, verso i rami secchi, e non si accorgono di calpestare un terreno color rosa fuxia, che fra l’altro fa macchia col marrone del secco.

Fatalità vuole che proprio in quel momento Xy passi a prendere le ultime cose da casa vecchia; catturata in una provetta, dopo mesi di analisi di laboratorio, risulta l’unica cosa viva ritrovata, e come nel più classico dei film polizieschi, diventa il colpevole ideale.

Da lì in poi è una tormentata storia giudiziaria, in cui nessun avvocato riesce a smontare le accuse, anche perché gliene toccano solo d’ufficio. A nulla serve che un biologo molecolare, in verità rischiando la radiazione dall’ordine, coraggiosamente azzardi una prova dell’esistenza di Xy da tempo sufficiente a produrre una marea di genie diverse; che si trovino tutto intorno alberi che seccano non abitati da Xy e alberi con interi condomini di Xy ma che mantengono la chioma di un quindicenne; che funghi e muffe patogene tengano spesso compagnia a Xy nei giorni prima che si debba lasciare l’albero o che siano proprio loro, che si godono l’immunità, a invitare Xy a trasferirsi per la festa di fine ramo. E non serve neppure che Xy, in un patetico tentativo di sviare le accuse, si faccia prima trovare su un albero e poi se la svigni, lasciandolo sanissimo.

Ma l’accusa più grave di tutte è quella che promuove la povera Xy da batterio a virus, anche perché gli scienziati scatenati contro di lei sono tutti virologi e per giustificare il loro intervento profumatamente pagato, hanno bisogno di un virus e non di un semplice batterio.

Tutti gli scienziati che hanno tentato di evidenziare questi fenomeni, se la sono vista brutta: finanziamenti tagliati, sberleffi dalle pagine di telegiornali e riviste, accuse di essere loro gli untori, illustri comunicatori scientifici televisivi calati in Salento a mangiarsi le pucce, che con la bocca ancora piena di pane e olive tuonavano contro la non scienza; fino all’emanazione al loro indirizzo di TSO per incipiente cecità o sindromi psichiche. Le loro teorie trovavano spazio solo su riviste che parlavano anche di segni nel grano, visitatori alieni, scie chimiche, fusione nucleare e altre conclamate scempiaggini.

Intanto, complice un funzionario UE allergico all’olio di oliva, cresceva a dismisura la schiera dei taglialegna e cacciatori di Xy. I primi, motosega sempre al fianco e in moto, radevano al suolo tutto ciò che incontravano in posizione verticale sul loro percorso, che fosse segnato come da abbattere o no. Cartelli stradali, cassette della posta all’americana, e persino alcune pale eoliche, ne hanno fatto le spese. I secondi, reclutati in massa alla bell’e meglio utilizzando le più creative forme di contratto di lavoro, procedevano da sud a nord della puglia tenendosi per mano, sì da non lasciare fette di territorio non battute. Su ogni albero cercavano Xy.

Appena identificata la bestiola, la apostrofavano con un “eccoti, sei scappata fin qui”. A nulla valevano i tentativi della poverina di spiegare che lei non si muoveva da li da decenni, e che pagava regolarmente l’affitto e il padrone non si era mai lamentato, che no, non era saltata su un trattore o un camion per arrivare così lontano, che non sapeva nulla di stivali sporchi di terra o rametti venduti alla ricorrenza delle palme.

La sua casa era segnata, da abbattere. Non contenta, la squadra di delatori si organizzava: con centro la casa di Xy si allargavano a raggiera, piazzandosi avanti ad ogni albero che incontravano; con fare inquisitorio chiedevano al vegetale se intendesse ospitare Xy nei prossimi giorni, e al mancato diniego, una pennellata rossa a croce sul tronco e la pianta era spacciata anche lei. A 100 metri esatti dal primo albero (presumibilmente in onore del compianto Mennea) la strage si fermava, salvo trovare un altro infetto e ricominciare uguale.

E la povera Xy, che già nel mondo non godeva di buona fama, e tantomeno in Europa, saliva sempre più nella graduatoria delle responsabili di calamità, e veniva incolpata di altri reati: crisi economiche, cali di PIL, rallentamenti di gasdotti, cambi di casacche di politici e figuracce di amministratori.

Fino a convincersi essa stessa che è tutto vero, che è colpa sua, che quei poverini lavorano tutto il giorno ed è normale una bottarella di motosega la sera, che in fondo lo fanno per amore, che prima era diverso e poi tutto tornerà a posto e così via. E intanto medita di scappare in svizzera verso una clinica del fine vita.

E’ ora di dire basta a questo scempio, a questo massacro. Apriamo case di ricovero e difendiamola.
Aiutateci a salvare la Xylella dalla brutalità della moderna isterìa antibatterica.

Massimo Blonda con la collaborazione di Angelo Consoli

NOTA DELL’AUTORE
C’è veramente poco da scherzare sulla strage di ulivi a cui stiamo assistendo impotenti; una vera catastrofe. Ma c’è chi dice che l’ironia salverà il mondo. Io so solo che mi piace farla, forse per sfogare la frustrazione, soprattutto quando non so che altro smuovere per cambiare le situazioni, quindi ci provo anche col bavero listato a nero. Buon divertimento, se vi riesce. A proposito, in ciò che segue ogni riferimento a persone o fatti realmente accaduti è puramente casuale e frutto della distorta fantasia dell’autore, cioè mia. Non cercate verità. È tutto inventato.