Il Jobs Act e l’attacco all’art. 18 sono una truffa. Ce lo spiega benissimo questo articolo di Francesco Montorio introdotto in chiave TRI.

Una campagna mediatica instancabile a reti e giornali unificati continua a magnificarci le sorti magnifiche e progressive del Jobs Act, artefice di una nuova primavera occupazionale, liberalizzatore dell’ingessato mercato del lavoro e creatore di milioni di posti di lavoro. Ma è davvero così?
Assolutamente no. La verità è tutt’altra. Ma diventa difficilissimo comunicarla perchè la mistificazione di regime sul Jobs Act  ha ormai raggiunto livelli da propaganda goebbelsiana, difficilissima da contrastare con gli scarsi strumenti messi a disposizione dalla rete e i social media. Ci provano in pochi, eroici difensori della legalità costituzionale e dei principi sacrosanti di difesa della dignità e dei diritti del lavoro introdotti dallo Statuto dei lavoratori negli anni 70 e da allora sottoposti a un attacco concentrico da parte delle forze del neo liberismo. Fra quei pochi, l’esperto giuslavorista milanese Francesco Montorio, da ultimo con un articolo su Il fatto Quotidiano che riproduciamo in parte qui sotto per comodità di lettura. In questo articolo si chiariscono perfettemente gli aspetti di precarizzazione ulteriore del mercato del lavoro “a tutele crescenti” che in un esercizio degno della più rigorosa neo lingua orwellian-renziana, usa la parola “tutele” in un contesto che le tutele le smantella, e in definitiva introduce e generalizza una nuova tipologia contrattuale. quella del lavoro a tempo “indeterminabile” in cui molti dei nuovi posti di lavoro millantati sono a chiamata temporanea, alcuni solo per una mattinata … Nel raccomandare la lettura dell’articolo, vorrei offrire una ulteriore chiave interpretativa di carattere ambientale ecologico. Le norme del Jobs Act sono tutte ispirate ad un malinteso di fondo, quello secondo cui per creare occupazione sia necessario liberare il mercato del lavoro dalle sue “rigidità” (così come gli adepti del liberismo post-miltonfriedmaniano amano chiamare le norme di protezione sociale e ambientale). In altre parole, secondo questi ultraliberisti all’amatriciana in Italia non si creerebbe occupazione perchè un eccesso di regolamentazione scoraggerebbe le imprese dall’assumere per non sobbarcarsi costi aggiuntivi importanti e prolungati nel tempo. Niente di più falso! In Italia non si assume perchè c’è una crisi economica che morde forte e le imprese non ricevono ordini, non fanno contratti, e dunque non hanno bisogno di assumere, anzi, nel circolo vizioso creato dalla crisi hanno bisogno di licenziare. E più licenziano, più si deprime l’economia, più si deprime l’economia  e meno investimenti ci sono, meno investimenti ci sono e più si licenzia. E l’infernale circolo vizioso si sublima e si replica in modo esponenziale. Per creare occupazione è necessario invertire questo infernale circolo vizioso (lo capisce anche un bambino). E per far questo bisogna incoraggiare investimenti in settori ad alta intensità occupazionale e a (più) bassa intensità finanziaria. Adesso il caso vuole che i settori a più alta intensità occupazionale siano quelli dell’energia rinnovabile, dell’efficienza energetica, delle tecnologie energetiche di Terza Rivoluzione Industriale (proprio quelle contro cui Renzi e chi lo ha preceduto si sono accaniti con precisione scientifica). Questo tipo di pianificazione economica generale non ha nulla a che vedere con il “mercato del lavoro” e le sue regole, ma con il mercato tout-court. In altre parole il Jobs Act è sbagliato in tutto, perchè non doveva essere un provvedimento del Ministero del Lavoro, ma di quello dello Sviluppo Economico. Inoltre (e qui allarghiamo il discorso ad altri scellerati provvedimenti del governo Renzi, ma anche dei  governi precedenti e successivi). Se consideriamo le norme del Jobs Act in combinato disposto con quelle del cosiddetto Decreto Sblocca Italia (basato sempre sullo stesso malinteso del Jobs Act che le norme di tutela ambientale costituiscano un deterrente all’assunzione), vedremo che il favore concesso a impianti a energie fossili e inceneritori, è ulteriormente depressivo per l’occupazione, perchè le energie fossili hanno una produttività occupazionale per unità di capitale investito dalle 10 alle 20 volte inferiore a quella delle energie rinnovabili, e di tutte le altre tecnologie digitali della Terza Rivoluzione Industriale, come ci spiega magistralmente Rifkin nell’omonimo libro.  In altre parole Renzi ha chiuso il ciclo di distruzione delle energie rinnovabili cominciato con il famigerato decreto Romani che, nel 2011, in un altro esercizio di neolingua Orwellian-berlusconiano,  smantellò il settore delle rinnovabili lanciato con il conto energia del Ministro Pecoraro Scanio nel precedente governo Prodi e che che aveva prodotto, come in Germania, decine di migliaia di nuovi posto di lavoro qualificati e stabili perchè legati al territorio. Se a ciò aggiungiamo che anche nel governo Prodi, il Ministro dello Sviluppo Economico Bersani lavorava per i fossili e per il nucleare, e aveva smantellato invece di sostenerla, l’industria di produzione delle rinnovabili rassegnando il paese ad un destino di compratore di pannelli fotovoltaici dalla Germania o dalla Cina, vedremo in che modo la tempesta perfetta fossile-ultraliberista abbia distrutto centinaia di migliaia di posti di lavoro creando quel regime di precarietà funzionale alle élites finanziarie che hanno bisogno di un alto tasso di disoccupazione da agitare come ricatto contro i lavoratori per indurli ad accettare condizioni di lavoro sempre peggiori. In realtà, l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori è solo una norma anti discriminatoria per proteggere con il reintegro nel posto di lavoro anzichè con un semplice indennizzo, un lavoratore oggetto di discriminazioni a causa del suo impegno sindacale. Ma aldilà di fattispecie discriminatorie, le imprese avevano già tutti gli strumenti per liberarsi di lavoratori in esubero rispetto alle richieste del mercato o colpevoli di comportamenti gravi (giusta causa e giustificato motivo). Allora si capisce meglio come tutto questo infoiamento ideologico contro l’articolo 18 non sia altro che un esercizio intimidatorio contro il sindacato e i lavoratori più attivi nella difesa dei diritti. Perchè nessun imprenditore che avesse avuto un contratto da un milione di euro per realizzare un tetto fotovoltaico, o un sistema di domotica e sensoristica solare, sarebbe così pazzo da rinunciare ad assumere i lavoratori necessari ad incassare il suo guadagno, solo perchè c’è l’articolo 18. Per creare occupazione bisogna introdurre modelli economici ad alta intensità di lavoro, come quelli delle rinnovabili e delle tecnologie della TRI. Il Jobs Act, così come tutti i provvedimenti del governo Renzi e di tutti coloro che lo hanno preceduto fin dal 2008, va esattamente nella direzione contraria, quella di creare disoccupazione e precarietà nel supremo interesse delle lobby fossili e finanziarie che dettano l’agenda alla politica. Con questo articolo cominciamo a toglierci le prime fettine di prosciutto dagli occhi, ma fate piano, che vedere la luce troppo rapidamente dopo essere stati sommersi nelle tenebre per troppo tempo può abbagliare e fare male agli occhi. E al cervello.
Angelo Consoli
Presidente CETRI-TIRES (Circolo Europeo per la Terza Rivoluzione Industriale).
Foto Roberto Monaldo / LaPresse 26-11-2014 Roma Politica Flash Mob dei giovani Cgil contro il Jobs Act Nella foto Il flash mob davanti a Palazzo Chigi

 

Articolo 18 e Jobs act: licenziati in qualsiasi momento, reintegrati praticamente mai.

di Francesco Montorio (*)
Il Jobs act ha introdotto nel nostro ordinamento il contratto di lavoro a tempo “indeterminabile”. In pratica, dal 7 marzo 2015 si può essere licenziati in qualsiasi momento e senza particolari motivazioni. “Conquista” vanto di Renzi: Noi abbiamo infranto il tabù dell’art. 18.
A ben guardare, però, anche per i lavoratori con un “vecchio” contratto a tempo indeterminato le tutele erano già state fortemente compresse: a più di 6,5 milioni di persone si applica l’articolo 18 dello statuto dei lavoratori, così come svilito da tutto l’impianto sostanziale e processuale della riforma Fornero del 2012. Per loro, il reintegro è un evento eccezionale e la procedura per ottenerlo è una “corsa a ostacoli”. Infatti occorre districarsi tra i casi di non facile interpretazione nei quali lo si può ottenere. Come l’”insussistenza” del fatto contestato nel motivo soggettivo o (addirittura) la “manifesta insussistenza” del fatto posto nel licenziamento per motivo oggettivo. Percorrendo un procedimento penalizzante per il lavoratore (che si avvia con la comunicazione che lo stesso riceve “per conoscenza”), con tempi ristretti per predisporre un’adeguata “difesa” e quel tentativo di conciliazione nelle Direzioni territoriali del lavoro (ora Itl), tanto inutile quanto doloroso per il lavoratore (interessante ascoltare chi lo ha provato). Per arrivare poi al primo grado di giudizio “sdoppiato”, con una prima fase a “rito sommario” (che sembra ben congegnata per sfavorire quell’accertamento sulla insussistenza o manifesta insussistenza, uniche chances lasciate al lavoratore per il reintegro).
Sempre con riguardo ai “vecchi” assunti, a queste difficoltà si aggiunge un ulteriore, grave, elemento di incertezza nei licenziamenti per giustificato motivo oggettivo, anche se riconosciuti “manifestamente infondati” (quindi illegittimi per la stessa, già limitante, normativa). Qui, infatti, a differenza delle altre fattispecie previste, non si prescrive al giudice il comportamento da tenere, si rinvia alla sua discrezionalità. Così l’articolo 1, 42° comma lettera b, dopo aver declinato una serie di comportamenti che il giudice deve adottare (condannare, annullare, sanzionare, dichiarare, eccetera) al 7° c precisa che il giudice “può altresì applicare la predetta disciplina nell’ipotesi in cui accerti la manifesta insussistenza (…). Può, non deve. Come dire chiaramente al lavoratore: “Attenzione, il tuo reintegro non sarà mai certo, anche nel caso tu riuscissi a dimostrare quanto tutto sia manifestamente infondato”. Le possibilità di reintegrazione sono oramai ridotte al minimo. Ragionevole pensare che molti desistano dal far valere le proprie ragioni e che l’80 % dei casi di licenziamento si risolvano con un accordo (conferenza stampa Renzi del 1° settembre 2014).
Il tutto senza alcun reale sistema sanzionatorio a fungere da deterrente anche ai più spregiudicati comportamenti aziendali. Come quando si accerta che il licenziamento è discriminatorio. Dove il giudice, con la stessa sentenza con la quale ordina la reintegrazione (mero ripristino della situazione illegittimamente alterata), condanna il datore di lavoro al risarcimento del danno in termini di mensilità e contributi che, in sostanza, verserebbe comunque al lavoratore dovendo ricostruirne la posizione. Nulla si aggiunge a quanto già dovuto. Anzi, addirittura, l’azienda può chiedere di dedurre eventuali compensi percepiti nel periodo di estromissione. E, solo se richiesto, il giudice condanna anche al risarcimento del danno non patrimoniale.

In questo panorama normativo, l’azienda, anche nell’ipotesi di giudizio, non ha nulla da perdere e può permettersi di andare avanti per anni, sino alla Cassazione. Nella peggiore delle ipotesi deve “solo” reintegrare il lavoratore, cioè ricostruire quanto ha illegittimamente interrotto. Per il lavoratore, nel frattempo, trascorrono anni di vita sospesa e di sofferenze ingiustamente patite anche dalla sua famiglia.

Per queste sofferenze, per gli anni di vita “persi”, non viene riconosciuto nulla. Proprio nulla. Così, quelle tutele conquistate “nel solco della Costituzione” sono oramai ridotte a mere parole. Parole vuote. Come “tutele crescenti”, monetizzazione del licenziamento. Come l’aggettivo “indeterminato”, che intende solo che il contratto non ha scadenza predefinita, non è, appunto, “determinato”. Senza tutele, il contratto di lavoro a tempo indeterminato è incerto, precario. Per questo, a tempo “indeterminabile”, perché privato di quella stabilità prima assicurata proprio dall’articolo 18, tabù infranto (già con la legge Fornero).

(*) Membro dei Giuristi Democratici e strenuo difensore della Costituzione come animatore del Comitato di Milano per il NO alla riforma costituzionale nel referendum del 4 dicembre 2016, ora fortemente impegnato per far conoscere la drammaticità delle Leggi di Monti e Renzi sui licenziamenti individuali e per sostenere il ripristino dell’art. 18.

Chi volesse leggere l’articolo intero completo dei relativi riferimenti video, può andare a questo link sul sito de Il Fatto Quotidiano: link: http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/10/04/articolo-18-e-jobs-act-licenziati-in-qualsiasi-momento-reintegrati-praticamente-mai/3892465/