Un’Europa Digitale Smart e Green: Il Rifkin pensiero in poche pagine.

Il nuovo articolo  di Jeremy Rifkin, che aggiorna e sintetizza la visione del libro “Le’Economia a Costo Marginale Zero” e che  ispira la sua attività di consigliere dell’Unione Europea per le strategie economiche del prossimo quinquennio è stato tradotto in Italiano.

Il CETRI – TIRES è lieto di poterlo mettere a disposizione dei suoi attivisti perchè ne facciano tesoro e trovino argomenti e spunti per portare avanti la loro battaglia nella società, nelle Istituzioni e nel mercato.

Buona Lettura!

UNA EUROPA SMART
GREEN E DIGITALE

L’avvento dell’Internet delle cose,

l’inizio della Terza Rivoluzione Industriale

e il completamento del Mercato Unico dell’UE

2015 – 2020

Introduzione

L’economia europea sta rallentando, la produttività è in calo, e la disoccupazione rimane ostinatamente alta. La questione che viene sollevata con sempre maggiore urgenza è come riaccendere il “Sogno Europeo”. L’UE deve il suo successo ad una lungimirante serie di visioni economiche e sociali che hanno motivato gli Stati membri e la cittadinanza a continuare su un cammino comune.

Il trattato di Maastricht inteso a creare un’Unione politica; l’introduzione dell’euro, intesa a istituire un’Unione monetaria; l’ampliamento degli Stati membri, per creare una famiglia continentale di nazioni; e gli obiettivi 20-20-20, di transizione verso un’economia sostenibile a basse emissioni di carbonio. L’Unione europea si trova ora in un limbo senza una chiara visione della prossima tappa del suo viaggio.

Ma questo sta per cambiare. L’Unione europea si sta imbarcando in un audace nuovo corso che tra il 2015 e il 2020 mira a creare un mercato unico integrato ad alta tecnologia per il 21mo secolo, in grado di unire i suoi 500 milioni di cittadini e 28 Stati membri, rendendo l’Europa potenzialmente lo spazio commerciale più produttivo al mondo. Il piano si chiama Europa Digitale. La digitalizzazione dell’Europa implica molto di più che fornire banda larga universale, la connessione Wi-Fi gratuita, e un flusso di Big Data. L’economia digitale rivoluzionerà ogni settore commerciale, comporterà stravolgimenti nel funzionamento di quasi tutti i settori, porterà con sé nuove opportunità economiche mai viste in passato, ridarà lavoro a milioni di persone, e creerà una società più sostenibile basse emissioni di carbonio per mitigare il cambiamento climatico.

Per cogliere l’enorme portata del cambiamento economico in atto, abbiamo bisogno di comprendere le forze tecnologiche che danno origine a nuovi sistemi economici nel corso della storia. Ogni nuovo grande paradigma economico richiede la convergenza simultanea di tre elementi, ciascuno dei quali interagisce con gli altri per consentire al sistema di operare come un insieme: nuove tecnologie di comunicazione per gestire in modo più efficiente le attività economiche; nuove fonti di energia per alimentare in modo più efficiente le attività economiche; e nuove modalità di trasporto per far muovere in modo più efficiente le attività economiche.

Nel 19° secolo, la stampa alimentata da macchine a vapore, il telegrafo, l’abbondanza di carbone, e le locomotive sui sistemi ferroviari nazionali danno origine alla prima rivoluzione industriale. Nel 20° secolo, l’elettricità centralizzata, il telefono, la radio e la televisione, il petrolio a buon mercato, i veicoli con motore a scoppio, e le grandi reti stradali nazionali convergono per creare un’infrastruttura per la seconda rivoluzione industriale.

La Terza Rivoluzione Industriale

Oggi l’Europa sta ponendo le basi per la Terza Rivoluzione Industriale. La comunicazione digitalizzata e interattiva di Internet sta convergendo con un’ Internet dell’energia rinnovabile digitalizzata, unInternet dei trasporti automatizzati a guida GPS e della logistica, per la creazione della infrastruttura di una super-Internet delle Cose (IdC). Nell’Internet delle cose, ci saranno sensori integrati in tutti i dispositivi e apparati, che permetteranno loro di comunicare tra loro e con gli utenti di Internet, che fornisce fino ai dati momento sulla gestione, alimentazione, e lo spostamento delle attività economiche in una Europa digitale intelligente. Attualmente, 14 miliardi di sensori sono collegati a flussi di risorse, depositi, sistemi stradali, linee di produzione di fabbrica, reti di trasmissione di energia elettrica, uffici, case, negozi, e veicoli, e tengono sotto costante controllo le loro condizioni, le loro prestazioni e l’alimentazione del “Big Data” nell’Internet, della Comunicazione, dell’Energia e di Trasporti e Logistica. Entro il 2030, si stima ci saranno più di 100.000 miliardi di sensori che collegheranno l’ambiente umano e naturale in una rete intelligente globale distribuita. Per la prima volta nella storia, l’intera razza umana potrà collaborare direttamente, in una interazione capace di democratizzare la vita economica.

La digitalizzazione della comunicazione, energia, e trasporti comporta anche rischi e sfide, non da ultimo quelle relative alla neutralità della rete, alla prevenzione della creazione di nuovi monopoli privati, alla protezione della privacy personale, garantendo la sicurezza dei dati, e al contro della criminalità informatica del cyber-terrorismo. La Commissione europea ha già iniziato ad affrontare questi problemi, stabilendo il principio generale che “la privacy, la protezione dei dati e la sicurezza delle informazioni sono requisiti gratuiti per i servizi dell’Internet delle cose.”

In questa economia digitale allargata, imprenditori privati collegati nell’ Internet delle Cose possono utilizzare il Big Data e sistemi di analisi avanzati per lo sviluppo di algoritmi per accelerare l’efficienza, aumentare la produttività e ridurre drasticamente il costo marginale di produzione e distribuzione di beni e servizi, rendendo le imprese europee più competitive in un emergente mercato globale post-carbon. (Il costo marginale è il costo di produzione di un’unità aggiuntiva di un bene o di un servizio, dopo che sono stati ammortizzati i costi fissi di impianto.)

Il costo marginale di alcuni beni e servizi in un’Europa digitale potrebbe perfino arrivare a zero, consentendo a milioni di prosumer connessi nell’Internet delle cose di produrre e scambiare beni tra loro, in modo quasi gratuito. La generazione digitale sta già producendo e condividendo musica, video, notizie sui blog, informazione sociale, e-books gratuiti, corsi universitari on-line aperti, e altri beni virtuali a costi marginali prossimi allo zero. Il fenomeno del costo marginale quasi zero ha messo l’industria musicale in ginocchio, ha scosso l’industria televisiva, ha buttato fuori dal mercato giornali e riviste, e ha azzoppato il mercato dell’editoria libraria.

Ma se c’è chi soffre nell’industria tradizionale, col fenomeno costo del marginale zero si sono anche create miriadi di nuove imprese commerciali, tra cui Google, Facebook, Twitter, e YouTube, e migliaia di altre aziende di Internet, che riescono a fare profitti creando nuove applicazioni e realizzando le reti che permettono all’Economia della Condivisione di prosperare.

Gli economisti hanno riconosciuto che il costo marginale quasi zero ha avuto un forte impatto sull’industria dell’informazione ma, fino a poco tempo fa, hanno sostenuto che l’aumento di produttività dell’economia digitale non sarebbe rimasto confinato nel mondo del virtuale e non avrebbe mai potuto superare il muro invalicabile dell’economia reale, e dunque estendersi ai settori dell’energia e della produzione di beni e servizi fisici. Questo muro invalicabile, è stato ormai valicato. L’Internet delle Cose, che è in continua evoluzione, permetterà ad aziende convenzionali , così come milioni di prosumer, di generare e distribuire la propria energia da fonti rinnovabili, di usare veicoli elettrici e a idrogeno senza conducente, in servizi di car sharing automatizzati, e produrre una quantità crescente di prodotti fisici stampati in 3D a bassissimo costo marginale nell’economia di mercato, o a costo marginale quasi zero nell’economia della Condivisione Sharing Economy, proprio come già avviene nel settore dell’informazione.

L’Internet dell’energia rinnovabile

La maggior parte dell’energia che usiamo per riscaldare le nostre case ed utilizzare i nostri elettrodomestici, alimentare le nostre imprese, guidare i nostri veicoli, e gestire ogni parte dell’economia globale sarà generato quasi a zero costo marginale ed essere quasi zero nei prossimi decenni. Questo già avviene per diversi milioni di pionieri nell’UE che hanno trasformato le loro case e le loro imprese in micro impianti energetici distribuiti per produrre energia rinnovabile in loco.

La vertiginosa accelerazione dell’installazione delle energie rinnovabili è dovuta, in gran parte, al crollo verticale del costo di tali tecnologie. I costi fissi di produzione dell’energia solare ed eolica sono precipitati secondo curve esponenziali per più di 20 anni, non diversamente dai prodotti informatici. Nel 1977, il costo di generazione di un singolo watt di energia solare era $ 76. Nel 2015, il costo è crollato a $ 0,36. Dopo che i costi fissi per l’installazione di impianti solari ed eolici sono stati coperti, (cosa che avviene in un periodo variabile da appena due anni a otto) il costo marginale dell’energia generata è quasi gratuito. A differenza dei combustibili fossili e dell’uranio per l’energia nucleare, che sono merci costose quotate sui percati internazionali, il sole che batte sui tetti e il vento che accarezza gli edifici sono gratuiti. In alcune regioni d’Europa e d’America, l’energia solare ed eolica ha già raggiunto colsti eguali o inferiori a quelli dell’energia da combustibili fossili o nucleare.

L’impatto sulla società dell’energia solare ed eolica a costo marginale quasi zero è tanto più evidente se si considera l’enorme potenziale di queste fonti di energia. Il sole irradia 470 exa-joules di energia sulla Terra ogni 88 minuti, pari alla quantità di energia che gli esseri umani usano in un anno. Se potessimo sfruttare lo 0,1 per cento dell’energia solare che raggiunge la Terra, avremmo una quantità di energia sei volte superiore a tutta l’energia oggi utilizzata nell’economia globale. Come la radiazione solare, il vento è onnipresente e soffia ovunque nel mondo, anche se la sua forza e la frequenza variano. Uno studio della Stanford University sulla capacità eolica mondiale ha concluso che se riuscissimo a sfruttare il 20 per cento della forza del vento disponibile, potremmo generare sette volte più elettricità di quella attualmente consumata dall’intera economia globale. L’Internet delle cose consentirà alle imprese e ai prosumer di monitorare il loro consumo di energia elettrica negli edifici, ottimizzare l’efficienza energetica, e condividere le eccedenze di elettricità verde prodotta localmente su scala nazionale e continentale.

L’Internet dell’Energia si basa su cinque pilastri fondamentali, i quali devono essere introdotti simultaneamente se si desidera che il sistema operi in modo efficiente. In primo luogo, l’introduzione di tariffe vantaggiose e altri incentivi, per incoraggiare i pionieri a trasformare edifici e siti di loro proprietà in impianti di micro generazione distribuita di energia. Le tariffe incentivanti garantiscono un reddito superiore al valore di mercato per l’energia rinnovabile generata localmente e immessa in rete. In secondo luogo, la ristrutturazione secondo criteri di efficienza energetica degli edifici e di tutte le altre infrastrutture per renderli più efficienti, e l’installazione di impianti di energia rinnovabile, (solare, eolica, etc) per generare energia per il consumo immediato o per l’immissione nella rete elettrica con relativa compensazione. In terzo luogo, l’installazione di tecnologie di accumulo energetico, come l’idrogeno, le celle a combustibile, le batterie, il ripompaggio idrico etc, sia negli impianti locali di produzione che lungo le reti elettriche in modo tale da dare continuità ai flussi di elettricità verde intermittente e stabilizzarne picchi. In quarto luogo, l’installazione di contatori avanzati in ogni edificio, e l’introduzione di altre tecnologie digitali per trasformare la rete elettrica dalla connessione servo-meccanica a quella digitale capace di gestire una molteplicità di piccoli impianti di energia rinnovabile generata localmente in modo distribuito. In quinto luogo, bisogna prevedere l’allestimento nei parcheggi di stazioni di ricarica per veicoli elettrici e a idrogeno alimentate dall’internet dell’energia rinnovabile che possano non solo acquistare ma anche erogare elettricità alla rete elettrica.

La progressiva introduzione e integrazione dei suddetti cinque pilastri trasforma la rete elettrica da sistema centralizzato e alimentato da fonti fossili e nucleare, a un sistema distribuito alimentato dalle energie rinnovabili.

In questo nuovo sistema, ogni azienda, ogni quartiere, ogni abitazione, diventano produttori e consumatori di energia elettrica, condividendo il loro surplus con tutti gli altri sull’ Internet dell’energia in una rete intelligente che sta cominciando ad estendersi attraverso nazioni e continenti.

La democratizzazione dell’energia sta costringendo le società elettriche a ripensare le loro pratiche commerciali. Un decennio fa, quasi tutta l’elettricità tedesca era prodotta da quattro gigantesche aziende elettriche a integrazione verticale, (E.ON, RWE, EnBW e Vattenfall).

Oggi, queste aziende non sono più gli arbitri esclusivi della produzione di energia. Negli ultimi anni, I cittadini in campagna come in città, e le piccole e medie imprese (PMI), hanno creato cooperative elettriche in tutta la Germania. Praticamente tutte le cooperative elettriche sono riuscite e garantirsi i finanziamenti tramite prestiti a basso tasso d’interesse da parte delle banche per l’installazione di impianti per la produzione di energia solare, eolica e altre energie rinnovabili prodotte localmente. Le banche sono state più che felici di fornire i prestiti, con la garanzia che essi sarebbero stati rimborsati grazie al sovrapprezzo che le cooperative ricevono tramite il conto energia che permette loro di vendere elettricità verde alla rete elettrica. Oggi, la maggioranza dell’elettricità verde che alimenta la Germania viene generato da piccoli produttori associati in cooperative elettriche. Le quattro grandi società elettriche del paese producono meno del 7 per cento dell’elettricità verde che sta portando la Germania nella Terza Rivoluzione Industriale.

Mentre queste compagnie elettriche tradizionali integrate verticalmente si sono dimostrate molto efficaci nella generazione di energia elettrica a buon mercato dai combustibili fossili tradizionali e da nucleare, non sono state in grado di competere efficacemente con le cooperative elettriche locali le cui attività hanno saputo creare economie di scale in modo “laterale” anziché centralizzato e si sono dunque rivelate più adatte a gestire l’energia prodotta da migliaia di piccoli produttori in ampie reti collaborative. Peter Terium, Presidente della società energetica tedesca RWE, riconosce la massiccia transizione in atto in Germania dall’energia centralizzata all’energia distribuita e dice che le grandi aziende elettriche e energetiche “devono adeguarsi al fatto che, a lungo termine, i guadagni nella produzione di elettricità convenzionale saranno notevolmente inferiori a quanto abbiamo visto negli ultimi anni“.

Un numero sempre maggiore di aziende energetiche sono alle prese con la nuova realtà in cui la produzione dell’energia si sta democratizzando e si stanno vedendo costrette a cambiare il loro modello commerciale per accogliere la nuova Internet dell’Energia. In futuro, il loro reddito sarà sempre più dipendente dalla gestione del consumo di energia per i loro clienti. Le società elettriche mireranno a accumulare grandi quantità di dati attraverso in tutte le filiere a alto valore aggiunto dei loro clienti e utilizzeranno sistemi analitici per creare algoritmi e applicazioni intese a aumentare la loro efficienza energetica aggregata e la produttività e ridurre i loro costi marginali. I loro clienti, a loro volta, condivideranno i risparmi di spesa ottenuti attraverso la maggiore efficienza e produttività con le società elettriche tramite quelli che vengono chiamati “Performance Contracts” (= Contratti a prestazione).

In altre parole, le società elettriche trarranno beneficio dalla gestione virtuosa del consumo di energia, e dunque dal fatto di vendere meno anziché più elettricità, al contrario di quanto accade oggi.

L’Internet dei trasporti automatizzati a guida GPS e della logistica

La convergenza fra l’Internet della Comunicazione e l’Internet dell’Energia rende possibile la costruzione e la graduale introduzione dell’Internet dei Trasporti Automatizzati e della Logistica. L’insieme di questi tre Internet rappresenta rappresenta il cuore della piattaforma dell’Internet delle Cose per la gestione, l’energia e la movimentazione dei beni e delle merci in un’economia di Terza Rivoluzione Industriale. L’Internet della Logistica e del Trasporto Automatizzato è, basato su quattro pilastri fondamentali che, come per l’Internet Energia, devono essere introdotti simultaneamente per permettere al sistema di operare in modo efficiente. In primo luogo, come accennato in precedenza, le stazioni di ricarica dovranno essere installate dappertutto e consentire a automobili, autobus e camion di rifornirsi dappertutto e anche di immettere elettricità in rete. In secondo luogo, sensori devono essere inseriti in tutti i dispositivi attraverso le reti della logistica per permettere fabbriche, magazzini, grossisti, dettaglianti e agli utenti finali di avere i dati il più aggiornati possibile, sui flussi logistici che riguardano le filiere produttive. In terzo luogo, l’immagazzinamento e il transito di tutti i beni fisici dovrà essere standardizzato in modo che possano viaggiare e superare qualunque punto di passaggio senza impedimenti e ritardi, analogamente ai flussi di informazioni, che che vengono trasmessi in modo semplice ed efficiente attraverso il World Wide Web. In quarto luogo, tutti gli operatori lungo i corridoi logistici devono aggregarsi in reti di collaborazione per portare tutte le loro attività in uno spazio logistico condiviso per ottimizzare la spedizione delle merci, sfruttando le economie di scala laterali. Ad esempio, migliaia di magazzini e centri di distribuzione possono creare cooperative per condividere spazi inutilizzati, consentendo ai trasportatori di effettuare prelievi, trasporti e consegne secondo i percorsi più efficienti.

La piattaforma dell’Internet delle Cose fornirà dati logistici in tempo reale su prelievi e tempi di consegna, le condizioni meteorologiche, i flussi di traffico, e informazioni aggiornate sulle capacità di stoccaggio dei depositi sulla tratta prescelta. I Big Data e sistemi analitici avanzati verranno utilizzati per creare algoritmi e applicazioni atte a garantire l’ottimizzazione della efficienza energetica aggregata lungo i percorsi logistici e, così facendo, si aumenterà notevolmente la produttività riducendo al contempo il costo marginale di ogni spedizione.

Entro il 2030, almeno una parte delle spedizioni su gomma rotaia e vie d’acqua verrà probabilmente effettuata con i mezzi elettrici e a idrogeno, mezzi a guida automatizzata (driverless) e droni, alimentata da energie rinnovabili a costo marginale quasi zero, e gestita da sistemi analitici e algoritmi sempre più sofisticati. Trasporti senza conducente e droni diminuiranno i costi marginali di manodopera e accelereranno la produttività riducendo quasi a zero il costo marginale del lavoro per il trasporto di merci nell’Internet della Logistica intelligente e dei Trasporti Automatizzati intelligente e logistica Internet.

L’Internet dei Trasporti Automatizzati e della Logistica trasforma radicalmente anche l’idea stessa che abbiamo della mobilità. I giovani di oggi stanno cominciando a utilizzare la tecnologia di comunicazione mobile e la nascente guida GPS per trasporti automatizzati e l’Internet della logistica per trovare guidatori disponibili a offrire passaggi per qualunque destinazione in servizi di condivisione dei veicoli. I giovani preferiscono l’accesso alla mobilità alla proprietà del veicolo. Le generazioni future probabilmente non avranno mai più la proprietà di un veicolo nell’era della mobilità automatizzata e intelligente. Per ogni veicolo in condivisione, tuttavia, si previene la produzione di ben 15 veicoli. Larry Burns, l’ex vice presidente esecutivo di General Motors, e ora professore presso l’Università del Michigan, ha fatto uno studio dei modelli di mobilità a Ann Harbor, una città americana di medie dimensioni, e ha scoperto che i servizi di car sharing sono in grado di eliminare l’80% dei veicoli attualmente in circolazione, e forniscono la servizi di mobilità uguali o addirittura migliori a un costo inferiore.

Attualmente ci sono un miliardo di automobili, autobus e camion in circolazione nel traffico in dense aree urbane di tutto il mondo. I veicoli con motore a scoppio a benzina sono stati il perno della seconda rivoluzione industriale. La produzione di massa di questi veicoli ha divorato ingenti quantità di risorse naturali della Terra. Automobili, autobus e camion bruciano anche enormi quantità di petrolio e sono il terzo importante contributore alle emissioni di gas a effetto serra, dopo il settore delle costruzioni e quello della produzione di carni bovine con le relative pratiche zootecniche. Lo studio di Burns permette di concludere che l’80% dei veicoli attualmente in circolazione potrebbero essere essere eliminati con l’adozione diffusa di servizi di car sharing nel periodo di vita della prossima generazione. I restanti 200 milioni di veicoli saranno elettrici e a idrogeno da fonti rinnovabili a costo marginale zero. I veicoli condivisi, a loro volta, saranno senza guidatore e percorreranno reti stradali automatizzate e intelligenti.

La transizione a lungo termine dalla proprietà di veicoli all’accesso a servizi di mobilità con veicoli senza guidatore sui sistemi stradali intelligenti trasformerà radicalmente il modello commerciale dell’industria dei trasporti. Le grandi case automobilistiche di tutto il mondo produrranno un minor numero di veicoli nel corso dei prossimi 30 anni, ma riusciranno a compensare le perdite riposizionandosi come aggregatori nell’Internet del Trasporto Automatizzato Globale e della Logistica e nella gestione di servizi avanzati di mobilità e logistica

La convergenza dell’Internet della Comunicazione, quello dell’Energia Rinnovabile, e quello dei Trasporti Automatizzati e della Logistica in un unico sistema operativo diventa il cervello globale per l’ infrastruttura cognitiva dell’Internet delle Cose. Questa nuova piattaforma digitale cambia radicalmente il nostro modo di gestire, dare energia, e provvedere alla mobilità dell’attività economica attraverso le differenti filiere a valore aggiunto e le reti che compongono l’economia globale. La piattaforma digitalizzata dell’Internet delle Cose è il cuore della Terza Rivoluzione Industriale.

La fabbrica diffusa

Praticamente ogni settore sarà rivoluzionato dalla piattaforma dell’Internet delle Cose e dalla transizione verso la Terza Rivoluzione Industriale.

Ad esempio, una nuova generazione di micro produttori sta cominciando a collegarsi alla nascente Internet delle Cose, aumentando notevolmente la produttività, riducendo i costi marginali, e conseguendo la capacità di essere concorrenziali con quelle imprese manifatturiere globali, organizzate intorno a economie di scala integrate verticalmente che un tempo sembravano invincibili. Sto parlando della stampa 3D, il modello di produzione manifatturiera che accompagna l’economia dell’Internet delle Cose.

Nella stampa 3D, un programma informatico istruisce un braccio collegato a materiale da fusione in cartuccia o filamento, a costruire, all’interno di una stampante un prodotto fisico, strato dopo strato, creando un oggetto completo, dotato perfino di parti mobili, che alla fine viene estratto dalla stampante. Come il “replicatore” nella serie televisiva Star Trek, la stampante può essere programmata per produrre una varietà infinita di prodotti. Le stampanti sono già producendo prodotti di gioielleria e aerei di ricambio per protesi umane, e anche parti di auto e gli edifici. E le stampanti economiche vengono acquistati da produttori amatoriali interessati a stampare le proprie componenti e prodotti. Il consumatore comincia a cedere il passo al prosumer mentre un numero crescente di persone cominciano a diventare produttori / consumatori dei propri manufatti.

La stampa tridimensionale differisce dalla produzione centralizzata convenzionale in molti modi rilevanti. Per cominciare, c’è poco coinvolgimento umano a parte la programmazione informatica. Il software fa tutto il lavoro, e dunque è più appropriato definire tutto il processo come “info-fattura” piuttosto che “manifattura”.

I primi praticanti di stampa 3D hanno fatto passi avanti per garantire che il software utilizzato per programmare e stampare prodotti fisici rimanga open source, permettendo ai prosumer di condividere nuove idee tra loro in reti fai-da-te amatoriali. Il concetto di design aperto concepisce la produzione di beni come un processo dinamico in cui migliaia, anche milioni-di attori imparano l’uno dall’altro a fare le cose insieme. L’eliminazione della tutela della proprietà intellettuale riduce significativamente il costo di produzione di oggetti stampati, dando all’impresa che stampa in 3D un notevole vantaggio competitivo rispetto alle imprese manifatturiere tradizionali, che devono tener conto della necessità di pagare una miriade di brevetti. Il modello di produzione open-source ha incoraggiato una crescita esponenziale.

Il processo di produzione di stampa 3D è organizzato in modo completamente diverso rispetto al processo di produzione della prima e della seconda rivoluzione industriale. Il processo di fabbricazione tradizionale è un processo sottrattivo. Le materie prime vengono tagliate molate, e poi assemblate per fabbricare il prodotto finale. In questo processo, una notevole quantità di materiale va sprecato e non entra nel prodotto finale. Il processo di stampa tridimensionale, al contrario, è infofattura additiva. Il software istruisce il braccio della stampante a immettere il materiale fuso per costruire il pezzo aggiungendo strato su strato, e il prodotto viene creato come un tutt’unico. L’infofattura additiva utilizza un decimo della materia prima usata nella fabbricazione sottrattiva, dando alla stampa 3D una supremazia assoluta in termini di efficienza e produttività. La stampa 3D è destinata a crescere ad un tasso annuo vertiginoso del 106% tra il 2012 e il 2018.

Le stampanti 3D possono stampare i propri pezzi di ricambio, senza dover investire in costose riconversione e senza i relativi ritardi. Con le stampanti 3D, i prodotti possono anche essere personalizzati per creare un singolo prodotto o piccoli lotti progettati su ordinazione, a costi minimi. L’attuale industria centralizzata, con le sue economie di scala ad alta intensità di capitali e le sue costose linee di produzione fisse destinate alla produzione di massa, non ha l’agilità necessaria per competere con un processo di produzione in 3D che consente di creare un unico prodotto personalizzato praticamente nello stesso costo unitario per uno come per 100.000 pezzi dello stesso articolo.

Per fare della stampa 3D una attività economica veramente locale e autosufficiente è necessario che la materia prima utilizzata per creare il filamento sia abbondante e localmente disponibili. La società Staples di fornitura per ufficio, ha introdotto una stampante 3D, prodotta da Mcor Technologies nel suo stabilimento ad Almere, nei Paesi Bassi, che utilizza la carta riciclata come materia prima. Il processo, chiamato laminazione a deposizione selettiva (SDL), stampa oggetti duri in 3D colorati con la consistenza del legno. Le stampanti 3D sono utilizzate per l’infofattura di prodotti artigianali, modellini architettonici e perfino protesi chirurgiche per arti e per la ricostruzione facciale. La carica di carta costa un mero 5 per cento delle materie prime precedenti. Altre stampanti 3D utilizzano plastica riciclata, carta e oggetti metallici come materia prima seconda con costo marginale vicino allo zero.

Uno stampatore 3D locale può anche alimentare il suo laboratorio di fabbricazione con energia elettrica verde da fonti rinnovabili, generata in loco da cooperative di produttori locali. Le piccole e medie imprese in Europa e altrove stanno già cominciando a collaborare cooperative elettriche regionali verdi per sfruttare i vantaggi delle economie di scala laterali. Con il costo dei combustibili fossili centralizzati e l’energia nucleare in costante aumento, si avvantaggiano le piccole e medie imprese in grado di alimentare le loro fabbriche con le energie rinnovabili il cui costo marginale è quasi gratuito.

Anche i costi di promozione e marketing crollano in un’economia basata sull’Internet delle Cose. L’elevato costo delle comunicazioni centralizzate sia nella prima che nella seconda Rivoluzione Industriale (rappresentato dalla pubblicità su riviste, giornali, radio e televisione, ha fatto sì che solo le imprese manifatturiere più grandi con attività su scala nazionale, e verticalmente integrate potessero permettersi la pubblicità sui mercati nazionali e globali, limitando notevolmente la portata del mercato delle imprese manifatturiere piccole. Nella Terza Rivoluzione Industriale, una piccola operazione di stampa 3D in qualsiasi parte del mondo può pubblicizzare prodotti infofatti (nel senso di non manufatti), su un numero di siti Internet a livello mondiale con costi di marketing marginali ridotti quasi a zero.

L’integrazione in una infrastruttura dell’Internet delle Cose a livello locale darà ai piccoli infocostruttori un ulteriore definitivo vantaggio nei riguardi delle imprese centralizzate del XIX e XX secolo integrate verticalmente: essi potranno alimentare i loro veicoli con energia rinnovabile il cui costo marginale è quasi zero, riducendo in modo significativo i costi logistici lungo la filiera di approvvigionamento e di consegna dei loro prodotti finiti per gli utenti.

La nuova rivoluzione di stampa 3D è un esempio di “produttività estrema”. La natura distribuita della produzione significa che alla fine tutti possano accedere ai mezzi di produzione, rendendo la questione di chi dovrebbe possederli e controllarli sempre più irrilevante per una quantità sempre maggiore di beni.

Molte delle imprese manifatturiere europee a livello globale continueranno a prosperare, ma ci sarà una radicale trasformazione e democratizzazione della produzione, che favorirà una rinascita ad alta tecnologia delle piccole e medie imprese. I giganti della manifattura europea saranno sempre più in collaborazione con una nuova generazione di stampatori 3D e di piccole e medie imprese in reti collaborative. Mentre gran parte della produzione sarà effettuata da parte delle PMI, che possono sfruttare l’incremento di efficienza energetica e aumenti di produttività delle economie di scala laterali, le grandi imprese si riposizioneranno nel settore dell’aggregazione, integrazione e gestione della commercializzazione e distribuzione dei prodotti.

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La natura paritaria (peer to peer) della piattaforma dell’Internet delle cose permette a milioni di piccoli soggetti diversissimi (piccole imprese, medie imprese, imprese sociali, individui) di collaborare nella produzione e lo scambio di beni e servizi direttamente tra loro, eliminando gli intermediari che hanno determinato l’elevato costo marginale della seconda rivoluzione industriale. Questa fondamentale trasformazione tecnologica nel modo in cui è organizzata l’attività economica e in cui si conseguono le economie di scala, implica necessariamente una inversione nel flusso del potere economico dai pochi alle moltitudini e la conseguente democratizzazione della vita economica.

E ‘importante sottolineare che il passaggio dalla Seconda alla Terza Rivoluzione Industriale non sarà un processo istantaneo, ma richiederà dai trenta ai quaranta anni. Molte delle multinazionali di oggi riusciranno a gestire con successo la transizione con l’adozione del nuovo modello commerciale distribuito e collaborativo della Terza Rivoluzione Industriale, pur continuando le loro tradizionali pratiche commerciali della seconda rivoluzione industriale. Nei prossimi anni, le imprese capitalistiche probabilmente troveranno valore maggiore nell’aggregazione e nella gestione di reti e di economie di scala laterali che nella vendita di prodotti e servizi tradizionali in mercati integrati verticalmente.

Le caratteristiche distribuite del nuovo paradigma economico consentono anche alle regioni meno sviluppate, che sono state in gran parte escluse dalla Prima e dalla Seconda Rivoluzione Industriale di “saltare” direttamente alla Terza Rivoluzione Industriale. La mancanza di infrastrutture è al tempo stesso un vantaggio e uno svantaggio. Spesso erigere una infrastrutture dal nulla è più economico e più rapido che dover riconfigurare l’infrastruttura esistente. Stiamo già assistendo ad un aumento di attività in alcune delle regioni più povere del mondo con l’introduzione di energia solare, eolica, geotermica, biomassa e con l’installazione di micro reti energetiche rinnovabili distribuite. Questo processo subirà probabilmente una accelerazione in futuro, dando luogo a curve esponenziali e un “salto” di qualità nell’era Terza Rivoluzione Industriale in regioni che in precedenza erano sottosviluppate.

Ripensare l’economia nell’era ecologica

La transizione verso l’infrastruttura dell’ Internet delle cose e verso il nuovo paradigma della Terza Rivoluzione Industriale ci obbliga e ripensare completamente le teorie economiche e la loro e pratica. L’affermarsi della produttività estrema causata dalla digitalizzazione della comunicazione, dell’energia, dei trasporti sta portando ad una ridefinizione del concetto stesso di produttività e all’affermarsi di una nuova sensibilità verso la sostenibilità ecologica. Gli economisti tradizionali non sono riusciti a capire che sono le leggi della termodinamica a governare ogni attività economica.

Il primo e secondo principio della termodinamica affermano che “il contenuto totale di energia dell’universo è costante e l’entropia totale è in continuo aumento.” La prima legge, la legge di conservazione, postula che l’energia non può essere né creata né distrutta, che la quantità di energia nell’universo è rimasta la stessa dall’inizio del tempo e tale resterà fino alla fine dei tempi. Ma mentre l’energia rimane invariata come quantità, essa cambia continuamente forma, ma solo in una direzione, da utilizzabile a non utilizzabile. E qui entra in gioco la seconda legge della termodinamica, secondo cui l’energia fluisce sempre dal caldo verso il freddo, dalla concentrazione verso la dispersione, dall’ordine al disordine. Ad esempio, se un pezzo di carbone viene bruciato, la somma totale dell’energia rimane costante, ma viene dispersa in atmosfera sotto forma di biossido di carbonio, biossido di zolfo e altri gas. Mentre nessuna energia viene persa, l’energia dispersa non è più in grado di svolgere un lavoro utile. I fisici definiscono questa situazione di energia non più utilizzabile come entropia.

Tutta l’attività economica è basata sullo sfruttamento dell’energia disponibile in natura in qualunque forma essa sia (solida, liquida o gassosa) convertendola in beni e servizi. Ad ogni fase del processo di produzione, stoccaggio e distribuzione, l’energia viene utilizzata per trasformare le risorse naturali in beni e servizi finiti. L’energia viene incorporata nel prodotto o nel servizio e movimentata lungo la filiera economica del valore, con conseguente dispersione e perdita che rappresentano il conto entropico da pagare. Alla fine, le merci che produciamo sono consumate, scartate, o riciclate in natura, con un aumento dell’entropia. Gli ingegneri e i chimici sottolineano che nell’attività economica non c’è mai un guadagno netto di energia, e che nel processo di conversione delle risorse della natura in valore economico si verifica sempre una perdita di energia disponibile. La vera questione rimane: quando si paga il conto?

Il conto entropico per la Prima e la Seconda Rivoluzione Industriale è ormai arrivato. L’accumulo delle emissioni di anidride carbonica nell’atmosfera dalla combustione di enormi quantità di energia di carbonio e la distruzione sistematica della biosfera terrestre, ha dato luogo ai cambiamenti climatici e mettendo il modello economico attuale in crisi. Nonostante tutto questo, la scienza dell’economia tradizionale non riesce ancora a fare i conti con la semplice verità che che l’attività economica è condizionata dalle leggi della termodinamica.

Fino a poco tempo fa, gli economisti si accontentavano di misurare la produttività sull bse di due soli fattori: capitale necessario all’acquisto delle macchine e le prestazioni del fattore lavoro. Ma quando Robert Solow -che ha vinto il premio Nobel per l’economia nel 1987, per la sua teoria della crescita- esaminò l’età industriale, scoprì che il capitale e il lavoro incidevano sulla crescita economica solo per circa il 14, il chè lasciava irrisolta la questione di cosa influisse sul rimanente 86 per cento. Questo mistero portò l’economista Moses Abramovitz, ex presidente della American Economic Association, ad ammettere ciò che altri economisti avevano paura di riconoscere, e cioè che “l’altro 86 per cento è una misura della nostra ignoranza“.

Nel corso degli ultimi 25 anni, un certo numero di analisti, tra cui il fisico Reiner Kümmel dell’Università di Würzburg, in Germania, e l’economista Robert Ayres presso INSEAD Business School di Fontainebleau, in Francia, sono tornati sulla questione della crescita economica del periodo industriale utilizzando un sistema analitico a tre fattori, anziché due, e cioè, capitale, lavoro, e efficienza termodinamica di consumi energetici. Essi hanno scoperto che è “la crescente efficienza termodinamica con cui l’energia e le materie prime sono convertiti in lavoro utile”, che determina la maggior parte dei rendimenti di produttività e crescita nelle economie industriali. In altre parole, il fattore mancante è “l’energia”.

Uno sguardo più in profondità in effetti, rivela che nella Prima e nella Seconda Rivoluzione Industriale i salti in avanti in termini di produttività e crescita si sono avuti quando si è evoluta la matrice comunicazione / energia / trasporti e infrastrutture con la relativa piattaforma tecnologica generale a cui le imprese sono collegate. Ad esempio, Henry Ford non avrebbe potuto ottenere i progressi fenomenali in termini di efficienza e di produttività generati dagli utensili elettrici utilizzati dai suoi operai se sul pavimento della fabbrica, non fosse stata disponibile una rete elettrica. Né le imprese avrebbero mai potuto trarre i benefici in termini di produttività forniti dalle attività economiche basate su una forte integrazione verticale, senza l’ausilio del telegrafo e, più tardi, del telefono che permettevano una comunicazione immediata, sia a monte del processo produttivo con i fornitori che a valle con tutto il circuito di distribuzione, nonché l’accesso immediato alla catena di comando per le loro operazioni interne ed esterne all’azienda. Né avrebbero esse potuto ridurre in modo significativo i costi della logistica senza un sistema stradale completamente integrato in tutti i mercati nazionali. Lo stesso vale per la rete elettrica, le reti di telecomunicazione, e i veicoli (auto e camion) in transito sulla rete stradale nazionale, tutti alimentati da combustibili fossili, che richiedeva una infrastruttura energetica verticalmente integrata per spostare le risorse energetiche dai pozzi di estrazione alle raffinerie e alle stazioni di rifornimento.

L’infrastruttura tecnologica complessiva della Seconda Rivoluzione Industriale ha fornito il potenziale produttivo per un fenomenale aumento della crescita nel XX secolo. Tra il 1900 e il 1929, gli Stati Uniti hanno costruito la parte iniziale dell’infrastruttura della Seconda Rivoluzione Industriale – reti elettriche, reti per le telecomunicazioni, viabilità, oleodotti e gasdotti, impianti idrici e fognari e sistemi scolastici pubblici. La depressione e la seconda guerra mondiale rallentarono questo sforzo, ma dopo la guerra la realizzazione del sistema autostradale federale, e il completamento delle reti elettriche e di telecomunicazioni fornirono un’infrastruttura matura e completamente integrata a livello nazionale. L’infrastruttura della Seconda Rivoluzione Industriale fece aumentare la produttività in ogni settore, dalla produzione di automobili a quello dell’edilizia residenziale periferica e commerciale, lungo lungo le grandi vie statali di comunicazione.

Nel periodo 1900-1980 negli Stati Uniti, l’efficienza energetica aggregata (ovverosia la quantità di lavoro fisico utile che può essere estratto dalla materia attraverso l’applicazione di energia), è stata in costante aumento grazie allo sviluppo delle infrastrutture della Seconda Rivoluzione Industriale, passando da un misero 2.48 per cento al 12,3 per cento degli anni 90. L’efficienza energetica aggregata si è da allora stabilmente attestata a circa il 13 per cento, mentre l’infrastruttura della Seconda Rivoluzione Industriale arrivava a maturazione. Nonostante questo significativo aumento dell’efficienza, che ha permesso una impetuosa crescita della produttività negli Stati Uniti, quasi l’87 per cento dell’energia che abbiamo usato nella Seconda Rivoluzione Industriale è andato comunque sprecato.

E la situazione non è destinata a cambiare se continuiamo a investire nel potenziamento delle infrastrutture della Seconda Rivoluzione Industriale, anzi è altamente probabile che non vedremo alcun effetto rilevante sulla efficienza, sulla produttività e sulla crescita. Le energie fossili sono ormai mature e il loro sfruttamento commerciale sta diventando sempre più costoso. E le tecnologie progettate e costruite per sfruttare queste energie, (come il motore a scoppio e la rete centralizzata di energia elettrica), hanno ormai quasi completamente esaurito il loro potenziale produttivo.

Attenzione: qui nessuno suggerisce che si possa ottenere un rendimento termodinamico del 100% perché la fisica ci dice che questo è impossibile. Tuttavia nuovi studi, tra cui uno condotto dal mio gruppo di consulenza globale, dimostrano che con il passaggio ad una infrastruttura di Terza Rivoluzione Industriale, è ipotizzabile aumentare l’efficienza energetica aggregata di almeno il 40 per cento nei prossimi 40 anni, con conseguente aumento esponenziale della produttività al di là di ciò qualunque livello finora conosciuto nell’economia del XX secolo.

Cisco Systems prevede che entro il 2022, l’Internet delle Cose produrrà reddito per 14.400 miliardi dollari sia sotto forma di minori costi che di effettivi guadagni supplementari. Uno studio General Electric pubblicato a novembre 2012 conclude che gli incrementi di efficienza e gli aumenti di produttività indotti da un Internet industriale intelligente potrebbero avere effetti su quasi tutti i settori economici entro il 2025, con un impatto su “la metà circa dell’economia globale.”

L’ascesa dell’Economia della Condivisione

Mentre la nascente infrastruttura digitale sta rendendo il mercato capitalistico tradizionale più produttivo e competitivo, sta anche stimolando la crescita fulminea dell’Economia della condivisione. Nella Economia della condivisione, il capitale sociale ha lo stesso peso del capitale finanziario, l’accesso è importante quanto la proprietà, la sostenibilità sostituisce il consumismo, cooperazione e concorrenza sono pari, e “valore di scambio” tipico del mercato capitalistico viene progressivamente sostituito dal “valore della condivisione” nei Commons collaborativi. Milioni di persone stanno già trasferendo interi pezzi della loro vita economica verso l’ Economia della condivisione.

Non solo vediamo Prosumer produrre e condividere informazioni, notizie, conoscenza, divertimento, energia verde, trasporti e prodotti stampati in 3D nell’ Economia della condivisione a costo marginale quasi zero, a ma il quaranta per cento della popolazione degli Stati Uniti è attivamente impegnato nella condivisione di abitazioni, veicoli, giocattoli, utensili e innumerevoli altri oggetti.

Ad esempio, milioni di cittadini e proprietari di case stanno già ora condividendo la loro abitazione con milioni di viaggiatori, a costo marginale vicino allo zero, utilizzando servizi online come Airbnb e Couchsurfing. Nella sola New York City, servizi come Airbnb hanno fornito ospitalità 416.000 persone che hanno soggiornato in case e appartamenti tra il 2012 e il 2013 portando via un milione di pernottamenti al settore alberghiero di New York.

Recenti ricerche sottolineano l’ampio potenziale economico dell’Economia della Condivisione. Uno studio molto articolato ha messo in luce come il 62 per cento della generazione X e di quella del Millennio sia attratto più dalla idea di condividere servizi ed esperienze in Commons Collaborativi che da quella di possederli. Queste due generazioni differiscono significativamente dalla generazione del boom economico e da quella della seconda guerra mondiale nel fatto di preferire l’accesso alla proprietà. Alla domanda di classificare i vantaggi dell’Economia della condivisione, il risparmio economico è stato messo in cima alla lista, seguito dal minore impatto ambientale, la flessibilità dello stile di vita, la maggiore praticità, e un più facile accesso a beni e servizi. Per quanto riguarda i benefici immateriali, gli intervistati hanno classificato la generosità come prima, seguita dall’appartenenza a una comunità, l’intelligenza, la maggiore responsabilità, e infine, la partecipazione a un movimento.

Quante probabilità ci sono che l’Economia della Condivisione giocherà un ruolo sempre maggiore nella vita economica della società nei prossimi decenni? Secondo un sondaggio condotto da Latitude Research, “il 75% degli intervistati prevede che la condivisione di oggetti fisici e spazi aumenterà nei prossimi cinque anni.” Molti analisti del settore sono d’accordo con queste previsioni ottimistiche. La rivista Time ha dichiarato il consumo collaborativo una delle “10 idee che cambieranno il mondo.”

Affrontare il cambiamento climatico

La Conferenza dei Presidenti dei parlamenti dell’Unione Europea arriva solo sette mesi prima della Conferenza sul cambiamento climatico delle Nazioni Unite prevista per dicembre a Parigi. Tale Conferenza ruota attorno a una serie di parametri di riferimento, come l’aumento dell’efficienza energetica, la riduzione di emissioni di CO2 e di altri gas responsabili del riscaldamento globale, e un aumento delle energie rinnovabili. Tuttavia, senza una visione economica e un piano di sviluppo per la transizione delle nazioni partecipanti in un’era post-carbonio, i governi sono riluttanti a impegnare i propri paesi per questi parametri di riferimento in un periodo in cui il PIL sta rallentando, la produttività è in calo, e la disoccupazione resta alta. In queste condizioni è molto probabile che tali parametri di riferimento vengano percepiti come punizioni che serviranno solo a restringere ulteriormente le loro economie. Le nazioni del mondo sarebbero molto più propense a prendere impegni in funzione degli obiettivi proposti dalla Conferenza dell’ONU sul clima se tali impegni fossero correlati ad un nuovo paradigma economico che può aumentare la produttività, creare nuove opportunità economiche e occupazione, e garantire una società più vivace e sostenibile, permettendo la transizione delle loro economie dall’energia fossile a base di carbonio verso le energie rinnovabili. Questa visione ora sta prendendo piede in Germania e in altri paesi.

In un’economia completamente digitalizzata, la produttività estrema, innescata dalla ottimizzazione dell’efficienza energetica aggregata nella gestione delle attività economiche, nel loro approvvigionamento energetico e nella loro movimentazione rende necessarie quantità inferiori di informazioni, energia, risorse materiali, manodopera e sforzi logistici necessari per produrre, immagazzinare, distribuire, consumare e riciclare beni e servizi economici a costo marginale quasi zero. Il progressivo spostamento dalla proprietà all’accesso in una crescente Economia della Condivisione significa anche che più persone condividono meno prodotti -la base della economia circolare – e significativamente questo contribuirà a ridurre il numero di nuovi prodotti venduti, con conseguente riduzione delle risorse utilizzate e della immissione in atmosfera terrestre di gas responsabili del riscaldamento globale. In altre parole, la spinta propulsiva verso una società costo marginale quasi zero e la condivisione di energia verde quasi gratuita e di prodotti riciclati e servizi ridistribuiti nell’Economia della Condivisione permette di conseguire l’economia più ecologicamente efficiente possibile.

La spinta a verso il costo marginale zero è il punto di riferimento fondamentale per la creazione di un futuro sostenibile per la razza umana sulla terra.

Il paradigma della Terza Rivoluzione Industriale trasforma gli obiettivi della conferenza ONU sul clima di Parigi (la COP 21) da misure percepite come punitive a un percorso virtuoso verso un’era economica post-carbon più prospera e più sostenibile.

Stimolare nuove opportunità economiche e occupazione di massa nell’emergente economia digitale

L’Unione Europea è potenzialmente il più grande mercato unico del mondo, con 500 milioni di consumatori dei propri Stati Membri, e altri 500 milioni di consumatori nei Paesi associati nelle regioni del partenariato del Mediterraneo e del Nord Africa. La realizzazione di una piattaforma dell’Internet delle Cose per una Terza Rivoluzione Industriale, che colleghi l’Europa e le sue regioni di partenariato in un unico spazio economico integrato, consentirà a imprese tradizionali così come a prosumer di produrre e distribuire informazioni, energie rinnovabili, prodotti stampati in 3D, e un vasta gamma di altri prodotti e servizi a basso costo marginale nel mercato tradizionale, e a costo marginale quasi zero nell’Economia della Condivisione, con enormi benefici economici per la società.

La realizzazione dell’infrastruttura per l’Internet delle Cose per una economia digitale di Terza Rivoluzione Industriale richiederà un significativo investimento di fondi pubblici e privati, così come è avvenuto nella Prima e nella Seconda Rivoluzione Industriale. Gli investimenti europei su progetti infrastrutturali nel 2012 hanno superato i 650 miliardi Euro, e in gran parte sono stati utilizzato per la manutenzione dell’obsoleta piattaforma tecnologica della seconda rivoluzione industriale, e che ha già raggiunto da tempo i limiti del suo potenziale produttivo. Se solo venticinque per cento di questi fondi fossero reindirizzati destinandoli alla creazione dell’infrastruttura dell’Internet delle Cose In ogno singola regione dell’Unione Europea, l’Unione Digitale diventerebbe realtà entro il 2040.

La rete di comunicazione UE dovrà essere aggiornata con l’inserimento della banda larga universale e la connessione Wi-Fi gratuita. L’infrastruttura energetica dovrà essere trasformata da quella predisposta per idrocarburi e energia nucleare a quella per le energie rinnovabili. Milioni di edifici dovranno essere resi energeticamente efficienti e convertiti in mini centrali di energia rinnovabile dotate di appositi impianti. L’idrogeno e le altre tecnologie di accumulo energetico dovranno essere costruiti in ogni livello dell’infrastruttura per garantire continuità al flusso di energia rinnovabile per sua natura discontinua. La rete elettrica dell’Unione Europea dovrà essere trasformata in Internet dell’energia digitale intelligente in grado di gestire il flusso di energia prodotta da milioni di micro impianti energetici “green”. Il settore dei trasporti e logistica dovrà essere digitalizzato e trasformato in una rete a guida GPS automatizzata senza conducenti su strade sistemi ferroviari “smart”. L’introduzione del trasporto a idrogeno e elettrico richiederà l’installazione di milioni di stazioni di ricarica. E dovranno anche essere costruite strade intelligenti, dotati di milioni di sensori, per la fornitura in tempo reale di informazioni sui flussi di traffico e sul trasporto merci.

La creazione della infrastruttura dell’ Internet delle Cose per la Terza Rivoluzione Industriale richiederà l’impegno attivo di quasi tutti i settori commerciali, stimolerà l’innovazione commerciale, promuoverà le piccole e medie imprese (PMI), e darà lavoro a milioni di persone per i prossimi 40 anni. Le società di produzione e distribuzione dell’energia elettrica, l’industria delle telecomunicazioni, l’edilizia, il settore dell’informatica, l’industria elettronica, quella dei trasporti e della logistica, il settore manifatturiero, l’industria medica e biologica, la grande distribuzione all’ingrosso come al dettaglio, tutti dovranno essere coinvolti. Molte delle aziende leader di oggi, così come nuovi soggetti commerciali, contribuiranno a creare e gestire la piattaforma dell’Internet delle cose, consentendo a milioni di altre imprese di dimensioni piccole, medie e grandi, imprese senza scopo di lucro, e prosumer, di produrre e utilizzare energia rinnovabile, trasporti e logistica, e un numero incalcolabile di altri beni e servizi a basso costo marginale nell’economia tradizionale come nell’Economia della Condivisione a basso o nullo costo marginale.

Operai semi-qualificati e qualificati, professionisti e lavoratori della conoscenza dovranno essere impiegati in ogni regione d’Europa per la costruzione e la gestione delle tre Internet che compongono la piattaforma digitale di un’economia Terza Rivoluzione Industriale. Trasformare il regime energetico europeo da combustibili fossili e nucleare alle energie rinnovabili è operazione ad altissima intensità di lavoro e richiede dunque milioni di lavoratori i cui profili professionali sono ancora tutti da formare, e genererà migliaia di nuove imprese. La riconversione energetica di centinaia di milioni di edifici esistenti in micro impianti energetici verdi e la costruzione di milioni di nuovi edifici a energia positiva sarà impresa che richiederà anch’essa decine di milioni di lavoratori e aprirà nuove opportunità imprenditoriali per le imprese del risparmio energetico (come ad esempio le ESCO), imprese dell’edilizia “smart”e produttori di elettrodomestici verdi a basso consumo. Altrettanto numerosi posti di lavoro e nuove imprese saranno necessarie per l’installazione di tecnologie per l’idrogeno e altre tecnologie di accumulo nell’intera infrastruttura economica per gestire il flusso discontinuo di elettricità verde. La riconfigurazione della rete elettrica europea in un Internet dell’Energia genererà milioni di posti di lavoro di installatori e darà vita a migliaia di start-up dell’energia e produzione pulite. E, infine, ri-orientare il settore dei trasporti dal motore a a scoppio verso la mobilità elettrica e a idrogeno richiederà il rifacimento della rete stradale continentale paese per paese, e relativa infrastruttura di rifornimento. L’installazione di milioni di stazioni di ricarica lungo le strade e in ogni parcheggio è una attività ad alta intensità di manodopera che richiede una forza lavoro considerevole e qualificata.

La massiccia costruzione dell’infrastruttura dell’Internet delle Cose per una Terza Rivoluzione Industriale in tutte le località e le regioni d’Europa stimolerà un aumento di lavoro salariato di massa che avrà una durata di almeno 40 anni e attraverserà due generazioni. Tuttavia, nel lungo periodo, la costruzione di una economia europea digitale e intelligente porterà entro la metà del secolo a un’economia di mercato altamente automatizzata, gestita da una forza lavoro altamente specializzata che controllerà l’infrastruttura utilizzando sistemi analitici avanzati, algoritmi e intelligenza artificiale. La maturazione di questa infrastruttura intelligente porterà ad una migrazione del lavoro da un mercato capitalista sempre più automatizzato a una economia sociale in sempre maggiore espansione.

In tal modo il lavoro degli esseri umani verrà gradualmente sostituito dalle macchine per la produzione di beni e servizi nell’economia di mercato. Ma è chiaro che così non sarà invece nell’emergente nell’economia sociale senza scopo di lucro per la ragione del tutto evidente che l’impegno sociale profondo e la creazione di capitale sociale sono impresa intrinsecamente umane che non possono essere portate a compimento dalle macchine.

L’economia sociale è un campo molto vasto che si estende dall’istruzione, alla beneficenza, all’assistenza sanitaria, alla cura di bambini e anziani, alla tutela dell’ambiente, alle attività culturali ed artistiche, allo sport e al divertimento, tutte attività che richiedono l’impegno e il contatto umano.

In termini economici, il mondo del no profit è una forza potente. I ricavi del settore senza scopo di lucro sono cresciuti al ritmo vertiginoso del 41 per cento (al netto dell’inflazione ) per il periodo 2000-2010, il che è piè del doppo del tasso di crescita del prodotto interno lordo, che nello stesso periodo è aumentato del 16,4. Nel 2012, il settore no profit negli Stati Uniti rappresentava il 5,5 per cento del PIL

Il mondo delle attività senza scopo di lucro è già il settore a più rapida crescita occupazionale in molte delle economie industriali più avanzate del mondo. A parte i milioni di volontari che liberamente offrono il loro tempo, milioni di altri sono attivamente impiegati. Nei 42 paesi esaminati dal Centro per gli Studi Civili e Sociali dalla Johns Hopkins University, 56 milioni di lavoratori a tempo pieno sono attualmente impiegati nel settore no profit. In alcuni paesi, l’occupazione nel campo senza scopo di lucro costituisce oltre il 10 per cento della forza lavoro. Nei Paesi Bassi, il no profit rappresenta il 15,9 per cento del lavoro subordinato. In Belgio, 13,1 per cento della forza lavoro è nel settore no profit. Nel Regno Unito, l’occupazione no profit rappresenta l’11 per cento della forza lavoro, mentre in Irlanda rappresenta il 10,9 per cento. Negli Stati Uniti, l’occupazione senza scopo di lucro raggiunge il 9,2 per cento della forza lavoro, e in Canada il 12,3 per cento. Queste percentuali probabilmente aumenteranno costantemente nei prossimi decenni come conseguenza del trasferimento dell’occupazione da un’economia di mercato altamente automatizzata a un’economia sociale ad alta intensità di lavoro.

Nonostante la crescita impetuosa dell’occupazione nell’economia sociale, molti economisti guardano ad essa con sospetto, nella convinzione che il settore no profit non è una forza economica indipendente, ma dipende in gran parte contratti e appalti governativi o da filantropia privata. Adesso, innanzitutto si potrebbe dire esattamente lo stesso per i sussidi, gli incentivi e gli enormi appalti che il governo, elargisce al settore privato. Inoltre, lo studio della Johns Hopkins University rivela che nei 42 paesi esaminati, contrariamente al parere di molti economisti, circa il 50 per cento del reddito complessivo del settore no profit già proviene dalle compensi per i servizi erogati, mentre il sostegno del governo incide solo per il 36 per cento delle entrate, e la filantropia privata per solo il 14 per cento. Mi aspetto che entro la metà del secolo, se non prima, la maggior parte degli occupati in tutto il mondo sarà nel settore no-profit, attivamente impegnata nel promuovere l’economia sociale, e solo marginalmente con un accesso marginale a beni e servizi di un mercato capitalistico altamente automatizzato.

In un saggio futurista scritto più di 80 anni fa per i suoi nipoti, John Maynard Keynes, immaginava un mondo in cui le macchine avrebbero liberato l’uomo dalla fatica di produrre beni e servizi per il mercato capitalistico e gli avrebbero permesso di dedicarsi in profondità alle cose veramente importanti nella vita, gli affetti, alle attività culturali nell’economia sociale e al perseguimento di obiettivi più alti e trascendenti.

Questa potrebbe rivelarsi la sua previsione economica più azzeccata.

A questo punto sarà necessario impegnare l’umanità in un colossale sforzo di riqualificazione della forza lavoro esistente e di sviluppo dei profili professionali e delle le nuove categorie produttive e opportunità commerciali necessari a facilitare la costruzione della piattaforma mondiale dell’Internet delle Cose. Contemporaneamente, gli studenti dovranno essere formati per le nuove competenze professionali necessarie a coprire le opportunità di lavoro che si apriranno nell’economia sociale. Si tratta di uno sforzo erculeo, ma la razza umana si è già mostrata capace di sforzi simili in passato, in particolare nel rapido passaggio da un’economia agricola a un modo di vita industriale tra il 1890 e il 1940.

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In sintesi, la costruzione di una infrastruttura dell’Internet delle cose intelligente e digitalizzat in tutta l’Unione europea, e nelle regioni di partenariato mediterraneo, genererà nuove opportunità di commerciali sia per l’economia di mercato tradizionale che per l’Economia della Condivisione la condivisione economia, aumenterà vertiginosamente la produttività, darà lavoro a milioni di persone, e creerà una società post-carbon ecologicamente orientata. L’impiego di milioni di lavoratori stimolerà anche il potere d’acquisto e generare nuove opportunità di economiche e nuovi posti di lavoro supplementari per rispondere all’aumento della domanda dei consumatori. Gli investimenti in infrastrutture creano sempre un effetto moltiplicatore che si riverbera in tutta l’economia nel suo complesso.

L’alternativa di rimanere intrappolati nel tramonto della seconda rivoluzione industriale, con minori opportunità economiche, un rallentamento del PIL, diminuzione della produttività, l’aumento della disoccupazione, e un ambiente sempre più inquinato è totalmente improponibile, e metterebbe l’Europa su un percorso di stagnazione economica e di declino della qualità della vita dei suoi cittadini.

La nuova Via della Seta: una fascia economica euro asiatica Green e Smart

In barba agli scettici che pensano che la transizione verso una Terza Rivoluzione Industriale smart, verde e digitale in tutta l’Unione Europea sia una prospettiva problematica e irrealizzabile, la Cina sta già realizzando un simile cambiamento di paradigma economico in Asia. Il premier Li Keqiang e la nuova leadership cinese hanno abbracciato la piattaforma dell’Internet delle Cose (che molti cinesi chiamano “Internet Plus”) e la visione economica Terza Rivoluzione Industriale. Aziende cinesi di Internet ora sono tra i leader di mercato a livello mondiale nell’era digitale emergente intelligente. Il colosso cinese dei social media, Tencent tiene testa a Facebook mentre Alibaba, la grande società di e-commerce cinese, se la gioca con Amazon, rivelando l’inequivocabile presenza dominante della Cina nella Terza Rivoluzione Industriale.

Nel mese di settembre del 2013, la Xinhua News Agency ha riferito che il premier Li Keqiang aveva letto con grande interesse il mio libro Terza Rivoluzione Industriale e aveva incaricato la Commissione nazionale per Sviluppo e Riforme della e il Centro per la Ricerca e Sviluppo del Consiglio di Stato di leggere il libro e elaborare uno studio approfondito delle idee e dei temi che propone. In seguito sono stato in Cina per una visita ufficiale di due settimane nel mese di settembre del 2013, dove ho incontrato il vice premier Wang Yang e altri funzionari governativi per discutere la transizione cinese verso un’economia Terza Rivoluzione Industriale. A seguito della mia visita nel mese di settembre del 2013, il governo cinese ha annunciato un piano iniziale di 82 miliardi dollari in quattro anni per la progettazione di un Internet dell’Energia digitale in tutta la Cina, in modo che milioni di cittadini e migliaia di aziende cinesi siano messi in grado di produrre la propria elettricità verde a partire da energia solare ed eolica e condividere le eccedenze. Sono anche previsti piani per stabilire una piattaforma pan-asiatica dell’Internet delle Cose che si estenderà in tutto il continente, permettendo a 2,7 miliardi di persone, ovvero quasi il quaranta per cento della razza umana, di produrre e condividere informazione, prodotti, energie rinnovabili, e trasporti e logistica in un mercato unico digitalizzato.

Il piano dell’Unione europea di istituire una piattaforma per l’Internet delle Cose per un’economia digitale apre la prospettiva di una collaborazione con la Cina per la creazione di uno spazio economico integrato digitalizzato per tutto il continente eurasiatico per favorire la transizione verso una Terza Rivoluzione Industriale e una civiltà verde post-carbon.

Negli ultimi mesi, il presidente Xi e il premier Li della Cina hanno proposto la creazione di una nuova via della Seta eurasiatica comeuna sorta di nuova cintura economica high-tech per collegare il territorio euroasiatico in un mercato integrato senza soluzione di continuità da Shanghai al Mare d’Irlanda. La costruzione di una infrastruttura digitalizzata per l’Internet delle Cose in tutta l’Eurasia potrebbe portare a una nuova era di profonda collaborazione, mettendo insieme gran parte della famiglia umana per la prima volta nella storia.

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Siamo all’alba di una nuova promettente era economica, con benefici di vasta portata per l’umanità. Ora è necessario un impegno globale per l’introduzione graduale della piattaforma dell’Internet delle cose e per facilitare la transizione verso una società digitalizzata a costo marginale zero, se vogliamo scongiurare il catastrofico cambiamento climatico e creare una società più prospera, più umana, ed ecologicamente sostenibile.

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Jeremy Rifkin è l’autore de “La Società a Costo Marginale Zero: L’Internet delle cose, L’ascesa del Commons Collabortivo e l’eclissi del capitalismo” e de “La Terza Rivoluzione Industriale: come Il potere laterale sta trasformando l’energia, l’economia e il mondo”.
Jeremy Rifkin è anche consigliere dell’Unione Europea e di singoli capi di Stato di tutto il mondo, e Presidente della Foundation on Economic Trends di Washington, DC.