Renzi e Guidi, vi diciamo noi come abbassare il prezzo dell’energia elettrica – di Angelo Parisi

Nella famosa conferenza stampa di Matteo Renzi del 12 marzo 2014, quella passata alla storia per l’uso delle slide, veniva annunciato il taglio del 10% del “costo dell’energia per le imprese” a partire dal 1 maggio.


Certo, abbiamo imparato che le slide di Renzi sono soggette ad una certa interpretazione, per cui quel taglio del 10% può essere inteso in molti modi.
Prima di tutto, di quale energia si sta parlando? Elettricità, gas, carburanti?
E poi, quale costo si vuole tagliare? Quello complessivo, comprese le accise e le tasse, o solo quello dell’energia?
La slide dice “taglio del costo dell’energia per le imprese”. Quindi l’IVA, che non costituisce un costo per le imprese, non dovrebbe essere interessata da questo taglio. La slide ha inoltre una lampadina accesa, quindi si presume che si parli dell’energia elettrica.
Da quel che raccontano i ben informati, quella slide scatenò il panico tra i funzionari del Ministero dello Sviluppo Economico (MISE) perché, a quanto pare, nessuno li aveva avvisati.
Ma la promessa era stata fatta e Renzi ci aveva messo la faccia, quindi bisognava trovare una soluzione andando a ripescare tutte le proposte che in questi anni erano state elaborate per tagliare il prezzo dell’energia elettrica. Per questo non ci possiamo meravigliare se il taglio del costo sarà ottenuto da una revisione degli oneri di sistema, che è l’unica cosa a cui il MISE ha lavorato da 3 anni a questa parte.
Intervenire sugli oneri di sistema, tradotto per i profani, significa tagliare in qualche modo il costo delle rinnovabili. Qualcuno si illudeva che, con la fine del Conto Energia per il fotovoltaico, accusato di essere la causa dell’eccessivo costo delle nostre bollette elettriche, gli attacchi al settore sarebbero finiti.
Fino al luglio 2013, quando è stato raggiunto il tetto di costo annuo fissato per gli incentivi, tutti gli interventi hanno riguardato la rimodulazione degli incentivi attraverso l’emanazione a rotazione continua di ben 4 decreti diversi in meno di 2 anni, che da un giorno all’altro hanno cambiato le regole per l’ottenimento degli incentivi.
Si è passati da un sistema che differenziava gli incentivi in funzione della potenza e del livello di integrazione architettonico, riconoscendoli su tutta l’energia prodotta, ad uno che prevedeva delle soglie oltre le quali scattava un registro e che agiva con una tariffa onnicomprensiva senza la possibilità di usufruire dello scambio sul posto o della tariffa di vendita per l’energia ceduta.
Nello stesso periodo sono da segnalare:
le modifiche delle norme tecniche che hanno reso non utilizzabili i vecchi inverter, con delle ingenti perdite per chi aveva delle scorte in magazzino;
le modifiche al ribasso delle tariffe minime garantite per gli impianti aventi una potenza fino a 1 MW che cedevano l’energia al GSE;
la revisione del modo in cui viene remunerato lo Scambio sul Posto con l’abbassamento, anche in questo caso, delle tariffe;
la diatriba tra Agenzia delle Entrate e quella del Territorio riguardo la natura mobiliare o immobiliare degli impianti fotovoltaici che è stata risolta, in modo sfavorevole per i proprietari, dalla recente circolare 36/E.
Poi non bisogna dimenticare i problemi con gli enti locali o con le soprintendenze con le loro richieste assurde, o il difficile rapporto con l’Agenzia delle Dogane che sembra avere delle regole diverse da provincia a provincia.
Per ultimo, ma non per importanza, si segnalano le società di distribuzione, che hanno avuto un ruolo significativo nel complicare la vita ai tecnici che gestivano le pratiche e che si vedevano rifiutare una richiesta per la mancanza di un documento che si era perso per strada o perché nel portale non si era caricata l’ultima versione della richiesta salvata in quanto per errore si era fatto un click senza aver modificato alcun dato, o perché dicevano di non riuscire ad interfacciarsi con il sistema di anagrafica degli impianti gestita da Terna o perché non piaceva una delle 27 foto dei test effettuati sugli inverter o perché mancava un documento che non era più previsto.
Insomma, le rinnovabili in Italia ed il fotovoltaico soprattutto sono stati sempre una corsa ad ostacoli. Con la fine del Conto Energia, purtroppo, la filosofia non è cambiata.
Prima si introduce la Robin Hood tax, che originariamente era nata per colpire le speculazioni effettuate sul prezzo dei prodotti petroliferi e, quindi, per cercare di contenere il prezzo dei carburanti; poi c’è stato un secondo intervento al ribasso dei prezzi minimi garantiti che, dopo la cessazione degli incentivi, costituiscono l’unico ricavo per i produttori che non possono accedere allo scambio sul posto; poi un altro intervento sulla tassazione dei redditi per gli impianti realizzati dagli imprenditori agricoli che erano considerati come reddito agrario.
Comunque, in barba a tutto e tutti, nel mese di marzo le fonti rinnovabili hanno coperto il 43,6% della produzione elettrica complessiva, con un aumento dell’8,1% rispetto all’anno scorso.
All’orizzonte, però, si vedono nubi tempestose avvicinarsi verso di noi. Due forti perturbazioni, infatti sembra che stiano per colpirci: la prima proviene da Bruxelles, dove, come ha recentemente denunciato Angelo Consoli, presidente del CETRI, si sta intervenendo per ufficializzare e sanare retroattivamente gli aiuti di stato che la Germania ha concesso alle aziende alle quali ha scontato gli oneri delle rinnovabili che ha caricato nelle bollette delle famiglie, stravolgendo il principio del “chi inquina paga” che è alla base della promozione delle rinnovabili.
L’altra proviene da Roma dove, come ha svelato Massimo Sapienza, è stata mostrata ad un gruppo di rappresentanti delle banche la bozza di un provvedimento che dovrebbe intervenire retroattivamente e unilateralmente sui contratti già stipulati per abbassare l’ammontare annuo degli incentivi allungandone la durata da 20 a 25-27 anni, con lo scopo di reperire quelle coperture necessarie a tagliare del 10% il costo dell’energia alle imprese come promesso da Renzi.
A questo punto bisogna porsi quindi una domanda: per abbassare il prezzo dell’energia elettrica in Italia si deve per forza intervenire sugli oneri, ovvero sui costi che resteranno fissi per 20 anni, o piuttosto non è più utile intervenire da un’altra parte, ovvero su quei costi variabili dipendenti in principal modo dal costo delle fonti fossili?
Il prezzo in bolletta dell’energia elettrica, infatti, è composto da tante componenti. Quelle principali sono tre: il costo dell’energia, gli oneri e le tasse.
Il costo dell’energia è quello che giornalmente viene fissato alla borsa elettrica con il criterio del costo marginale e dipende principalmente dal prezzo con cui i produttori di fonti fossili offrono il loro “prodotto”. Infatti l’energia prodotta da fonti rinnovabili ha un costo marginale nullo, per cui viene offerta a prezzo nullo. Ne deriva che maggiore è la percentuale di copertura di energia elettrica prodotta con fonti rinnovabili, minore sarà quello che viene chiamato prezzo di equilibrio. Addirittura in certe giornate il prezzo di equilibrio arriva ad azzerarsi, come successo, per la prima volta in Italia, il 16 giugno del 2013.
La seconda componente è quella degli oneri, tutta una serie di voci che vanno dalla dismissione delle centrali nucleari mai avviate alla tanto contestata componente A3 con la quale si incentiva la produzione da fonti rinnovabili e “assimilate”.
Infine ci sono le accise e le imposte.
In questo momento stiamo vivendo un periodo di transizione che sta sconvolgendo significativamente il vecchio modello di produzione elettrica a cui siamo abituati in cui si hanno poche grandi centrali elettriche alimentate da fonti fossili. Il modello verso cui si sta andando, invece, è quello della Terza Rivoluzione Industriale in cui si hanno tante piccole centrali elettriche distribuite sul territorio e alimentate da fonti rinnovabili.
Nel vecchio modello di produzione elettrica centralizzata e fossile i cosiddetti incentivi alle rinnovabili fanno parte della voce “oneri generali”, da sommare alla voce “servizi di vendita” che comprende il prezzo dell’energia elettrica stabilito giornalmente nella borsa elettrica dai produttori fossili.
Nel nuovo modello di produzione distribuito e rinnovabile di Terza Rivoluzione Industriale, invece, gli attuali incentivi fanno parte della voce “servizi di vendita” mentre il prezzo fissato giornalmente in borsa elettrica, costituito dal prezzo di vendita dell’energia prodotta dalle centrali termoelettriche, fa parte della voce “oneri generali” che avrà motivo di esistere fin quanto avremo bisogno di produrre parte dell’energia elettrica che consumiamo con centrali termoelettriche alimentate da fonti fossili.
Come si vede, in un modello produttivo di Terza Rivoluzione Industriale il peso in bolletta non è dato dalle fonti rinnovabili ma dalle fonti fossili, per cui quelli che oggi sono chiamati “oneri” non possono essere più distribuiti in modo non uniforme, grazie agli sconti agli energivori, ma devono essere distribuiti in modo uniforme su tutti gli utenti in quanto, come detto, costituiscono il prezzo dell’energia elettrica.
Così facendo, le PMI vedrebbero ridotta la componente A3 da 59 Euro per MWh a circa 40 Euro per MWh, con un calo del costo dell’energia elettrica di circa 19 € per MWh, pari all’11%.
Ma c’è ancora altro su cui intervenire.
In Italia siamo convinti che il mercato dell’energia elettrica sia libero. Purtroppo non è così. Infatti, accanto alle varie società che ogni giorno ci tempestano di telefonate e pubblicità con cui ci chiedono di passare al mercato libero, c’è ancora una fetta di utenti che è rimasta nel cosiddetto sistema di maggior tutela regolamentato dall’Autorità per l’Energia Elettrica ed il Gas, che trimestralmente fissa il prezzo di riferimento.
Questo, purtroppo, comporta il fatto che tutte le società del libero mercato si riferiscano a questo prezzo quando formulano le loro offerte. Ma come viene determinato questo prezzo?
Anche in questo caso, l’Autorità fissa un prezzo per i “servizi di vendita”, un prezzo per gli “oneri generali” ai quali aggiunge i costi dei “servizi di rete” e il ricavo delle società di vendita posto come quota fissa annua per ogni utente: 30 € per i clienti domestici e 73,7867 € per gli altri utenti in bassa tensione.
I “servizi di vendita” sono dati dalla somma del prezzo della componente energia, la componente PE, a cui si sommano il prezzo del dispacciamento e quello della componente di perequazione. Osservando l’andamento della componente PE fissato dall’Autorità e quello del PUN determinato in borsa elettrica a partire da ottobre 2013, mese dal quale l’Autorità fornisce le varie voci scorporate, si nota una differenza che va dai 10 ai 32 Euro per ogni MWh.
Il fatto che l’Autorità fissi un prezzo maggiorato rispetto a quello fissato alla borsa elettrica fa sì che ogni offerta delle varie società, comprese quelle che offrono uno sconto fisso sulla componente PE, è viziata da un iniziale sovrapprezzo non dovuto.
Nel mese di aprile 2014, ad esempio, l’Autorità ha fissato il prezzo medio per la componente PE a 70,97 Euro per MWh mentre in borsa elettrica si è avuto un prezzo medio di 45,76 Euro per MWh con un sovrapprezzo di 25,21 Euro a MWh, il 55% in più del prezzo reale.
In questo modo anche quelle società del libero mercato che offrono uno sconto sulla componente PE, sconto che in genere è del 10% pari a circa 7 Euro a MWh, riescono ad avere un sovrapprezzo di non meno di 18 Euro per ogni MWh rispetto al prezzo di acquisto dell’energia elettrica.
Per avere un’idea di cosa si tratta, basta sapere che 18 Euro a MWh di sovrapprezzo in un anno costituirebbero una torta di circa 5,4 miliardi di Euro: torta che si spartiscono le società di vendita.
Per cui le domande che ognuno di noi si pone sono:
Perché l’Autorità per l’Energia Elettrica ed il Gas non prende come riferimento il PUN permettendo alle società di vendita di fare questi extraprofitti?
Perché il governo non interviene su questo fronte per abbassare i costi dell’energia alle PMI, invece di andare a cercare soluzioni retroattive che metterebbero sul lastrico diversi produttori rinnovabili e porterebbero ad un ulteriore discredito verso il sistema Italia oltre a permettere la nascita di tutta una serie di contenziosi che lo vedrebbero sconfitto?
La rimodulazione della componente A3 e il calo della componente PE, ad esempio, avrebbero permesso di avere nel mese di aprile 2014 un prezzo medio di riferimento dell’energia elettrica per le PMI di 0,121 €/kWh, invece dei 0,165 €/kWh fissati dall’Autorità, con un calo di circa 0,04 Euro per kWh, pari al 25%, più del doppio di quanto promesso da Renzi nella sua slide.
Ma una scelta del genere farebbe sgonfiare quella torta causando minori utili alle società elettriche. Pensa male chi sospetta che è questo il motivo per cui non si interviene su questo fronte?