La Via Maestra: puntare sulle Rinnovabili per ridurre i costi e guadagnare indipendenza.

Il 18 giugno 2014 il Ministero dello Sviluppo Economico ha reso noti gli interventi per la riduzione dei costi dell’energia elettrica.
Come temuto fin dal mese di marzo, quando Renzi annunciò il calo del costo dell’energia elettrica con una slide, si è materializzato l’ennesimo attacco alle rinnovabili. Con il meritorio intento di ridurre il prezzo delle bollette a 110mila utenti in Media tensione e a 600 mila utenti in Bassa tensione con potenza impegnata superiore a 16,5 kW, si mettono in atto una serie di interventi che andranno a colpire gli impianti rinnovabili passati e futuri.
Ancora una volta si tende a colpire quel settore che potrebbe incrementare la nostra indipendenza dall’estero, soprattutto in un momento in cui si stanno aprendo diverse scenari di guerra, vedi Ucraina e Iraq, che faranno innalzare il prezzo del petrolio e del gas; un settore che è anche l’unico che in questo momento di crisi potrebbe rilanciare l’economia del nostro Paese attraverso tanti interventi diffusi sul territorio che darebbero lavoro a tante piccole imprese artigiane.
6,7 Miliardi di Euro l’anno per il fotovoltaico sono troppi, si dice, anche se fino ad un paio di anni fa il Ministero dello Sviluppo Economico diceva che 7 Miliardi era il limite oltre il quale non si poteva andare, per cui bisogna intervenire per ridurre questo costo. Ma come si interviene? 
Il primo intervento è il cosiddetto “Spalmaincentivi” che dai documenti del Ministero viene così descritto: “I titolari di impianti > 200 kW – circa 8.600 soggetti su un totale di circa 200.000 degli operatori che percepisce però il 60% degli incentivi – saranno chiamati a optare per un’erogazione dell’incentivo su 24 anni (piuttosto che su 20 anni), ovvero per una riduzione di ammontare equivalente all’incentivo, erogato su 20 anni”.
Fortunatamente si lascia la scelta al produttore, un po’ come ai condannati alla pena di morte si lascia scegliere il modo in cui vogliono morire: e poi non si dica che non sono magnanimi!
Premesso che il fatto che questo intervento interesserà “solo” 8.600 soggetti su 200.000 non lo rende più giusto o equo, vediamo cosa comporterà: il GSE, applicando una norma di legge, dovrà rinegoziare unilateralmente i contratti in essere con i produttori, e questa non è una cosa bella.
È come se noi avessimo un contratto con qualcuno che ci garantisce una certa tariffa per un periodo di tempo e ad un certo punto questo tizio, unilateralmente, decide di rivedere il contratto e stabilire delle condizioni sfavorevoli a noi. Questa iniziativa, come ha spiegato il Presidente emerito della Corte Costituzionale Prof. Valerio Onida, è incostituzionale perché interviene retroattivamente su contratti in essere, lede il principio di tutela dell’affidamento e viola gli obblighi internazionali derivanti dal Trattato sulla Carta Europea dell’Energia con il quale gli stati firmatari, tra cui l’Italia, si sono impegnati ad assicurare “condizioni stabili” oltre che “eque, favorevoli e trasparenti”. Oltre a questo è una ulteriore macchia che fa venir meno quel poco di credibilità che è rimasta all’Italia.
Chi investirebbe in un Paese dove i governi sottoscrivono dei contratti che poi si rimangiano dopo pochi anni?
Un’altra iniziativa discutibile contenuta nel pacchetto è quella che riguarda la compartecipazione agli oneri per le reti private. Raccontandola così a una persona ignara dei fatti, non si riuscirebbe a farle capire molto. Ma ancora una volta si tratta di una lesione di un principio fondamentale: il principio “chi inquina paga”.
Gli oneri di cui si parla sono una serie di costi, tra cui quelli per gli incentivi alle rinnovabili, che suddivisi sull’energia elettrica consumata vengono pagati da tutti noi con la bolletta elettrica in base all’energia consumata. Naturalmente chi consuma di più pagherà di più, è logico, o dovrebbe esserlo. Infatti lo sviluppo delle energie rinnovabili da un lato e la conseguente riduzione dei consumi di energia elettrica, grazie a quella parte di energia che viene autoconsumata dai produttori, ha prodotto un incremento di questi oneri e il governo, per poter garantire ad alcune società energivore uno sconto sul prezzo dell’energia elettrica, ha deciso di non spalmarli a tutti, scontandoli del tutto a chi consuma molta energia elettrica. Questa ripartizione non equa ha comportato che le PMI si ritrovano a pagare una bolletta elettrica più alta rispetto ai loro concorrenti europei.
Allora cosa ha pensato bene il Ministero? Invece di smetterla con i trattamenti di favore per le grosse industrie, ha scelto di far pagare una quota di questi oneri a chi autoconsuma l’energia elettrica che produce. Così si colpiscono quei soggetti virtuosi che hanno investito o che vogliono investire per cercare di bloccare il prezzo dell’energia elettrica e ridurre i propri consumi. In pratica è come se ognuno di noi di fronte al caro carburanti decidesse di andare in bici, comportamento virtuoso per molti ma non per il nostro governo perché se si va in bici non si consuma carburante e meno carburante si consuma meno accise si incassano, per cui si inventano di far pagare le accise dei carburanti a chi usa la bici in base ai chilometri percorsi.
Il problema del provvedimento sugli oneri è che è iniquo, oltre che ingiusto. Infatti dalle bozze del decreto che stanno circolando sembra che si applicherà in misura maggiore per i nuovi impianti di autoproduzione che, per la maggior parte, saranno impianti a fonte rinnovabile non incentivati e in misura minore a quegli impianti già in esercizio e incentivati. Insomma un altro intervento che tende a scoraggiare la diffusione delle rinnovabili.
In realtà il costo dell’energia elettrica poteva essere ridotto in altro modo e il CETRI aveva indicato l’alternativa in un recente articolo. Infatti il problema del costo elevato dell’energia elettrica, soprattutto per alcune categorie di utenti, è causato dalla distribuzione non uniforme degli oneri e dal fatto che il calo del prezzo dell’energia elettrica registrato in borsa elettrica in questi anni non si è trasferito agli utenti finali, ma ha solo incrementato i profitti delle società di vendita. E gran parte della responsabilità di questo è da attribuire all’Autorità per l’Energia Elettrica ed il Gas.
Ma allora quale è la Via Maestra che dovrebbe percorrere il governo per rendere il nostro Paese più indipendente dall’estero e per abbassare il prezzo dell’energia?
La risposta è una sola: investire sulle rinnovabili!
E con la parola investire non si chiede di dare soldi a chi installa un impianto.
Investire significa dare fiducia e credito a queste fonti, significa non cambiare le regole in modo schizofrenico ogni mese, significa sfruttare meglio le risorse comunitarie invece che restituirle in gran parte indietro.
Ecco quindi un decalogo delle cose che bisognerebbe fare per perseguire tale scopo:
1) Stabilità normativa: smetterla di inventare norme, codicilli, circolari che direttamente o indirettamente scoraggiano la diffusione delle fonti rinnovabili
2) Revisione normativa e “culturale”: abolizione di tutta una serie di norme che permettono di considerare l’installazione di un piccolo impianto domestico sul tetto di casa alla stregua della costruzione di un edificio, magari chiarendo che tali interventi non impattano paesaggisticamente
3) Accesso al credito: fare in modo che le famiglie e le imprese possano facilmente accedere al credito per l’installazione di impianti a fonti rinnovabili o per interventi di risparmio energetico attraverso l’utilizzo di uno o fondi di garanzia a ciò dedicati
4) Liberalizzazione della vendita dell’energia prodotta: consentire ai produttori di energia da fonti rinnovabili di poter vendere direttamente l’energia prodotta e non consumata anche ai consumatori finali per tramite del venditore o del distributore
5) Scambio sul Posto: incrementare la potenza per l’accesso allo scambio sul posto da 200 kW a 1000 kW e ritorno al saldo in termini di energia
6) Scambio a distanza: rendere possibile a chi non ha la possibilità di installare un impianto fotovoltaico sulla copertura della propria abitazione o azienda di poterlo installare in un altro sito usufruendo dello scambio dell’energia a distanza
7) Decarbonizzazione dell’agricoltura: utilizzare i fondi comunitari destinati all’agricoltura per il finanziamento di impianti fotovoltaici per l’irrigazione
8) Trasporto sostenibile: incentivare il car sharing con mezzi a trazione elettrica o ad idrogeno
9) Sistemi di accumulo: investimenti nei sistemi di accumulo per superare l’intermittenza delle fonti non programmabili e trasferimento a Terna della gestione dei bacini di pompaggio
10) Carbon tax: tassare l’uso finale delle fonti fossili per reperire i fondi da destinare agli investimenti nelle smart grid, nei sistemi di accumulo e nella filiera dell’idrogeno
Non sono molte cose da fare, non sono complicate e, soprattutto, non richiedono costi o investimenti elevati. Di contro incrementeremmo la nostra indipendenza energetica dall’estero, ridurremmo gli impatti ambientali e rilanceremmo l’economia in un momento di crisi persistente.