La tragedia di Bhopal: dopo quasi 30 anni ancora nessuna giustizia – di Alessandro Pompei


 bhopal gas 1La notte tra sabato 2 e domenica 3 dicembre 1984, nello stabilimento della Union Carbide India Limited (UCIL, consociata dell’americana Union Carbide) della città di Bhopal, nello stato indiano del Madhya Pradesh, avvenne la più grande tragedia industriale dell’era modernaquella che ha fatto registrare il più alto numero di vittime: Amnesty International stima 25.000 vittime solamente nei primi 2 giorni.

Nello stabilimento, costruito nel 1980 sull’onda della “rivoluzione verde” che avrebbe dovuto portare il benessere nei paesi in via di sviluppo, si produceva per il mercato Indiano l’insetticida Carbaryl (1-naphthyl N-methylcarbamate) il cui nome commerciale è Sevin; è un pesticida che viene prodotto ancora oggi, del gruppo dei carbammati che agiscono per inibizione della colinesterasi. Il Sevin non è particolarmente tossico per l’uomo e all’epoca era molto efficace come prodotto fitosanitario, di certo preferibile al DDT, in quegli anni ancora molto usato in Asia.

Per giustificare economicamente la realizzazione dell’impianto, sarebbero dovute esser prodotte 5000 tonnellate all’anno di pesticida. All’avvio della produzione trovarono impiego circa 1000 operai, ma se nel primo anno le cose non andarono male, con 2700 tonnellate prodotte, la siccità dell’anno successivo chiuse i registri di produzione con 2300 tonnellate (-15%circa); questa situazione portò alla decisione della Union Carbide dapprima di chiudere il centro di formazione e ridurre il numero degli effettivi di 200 unità, e poi nell’estate dell’83 di chiudere la produzione.

Con la chiusura dell’impianto iniziano le colpe della multinazionale americana, rea di non aver costruito l’impianto con gli stessi costosi standard di sicurezza dell’omologo negli Stati Uniti.

La produzione del Sevin richiede l’utilizzo di pericolosissimi composti intermedi come l’Isocianato di Metile ed il fosgene; chiuso l’impianto e presa la decisione di “cannibalizzarne” delle parti a vantaggio di altre industrie del gruppo sparse per il mondo, nell’autunno dell’83 viene deciso, per risparmiare sui costi relativi all’energia elettrica, di spegnere gli impianti di raffreddamento delle cisterne, tre delle quali contenevano ancora complessivamente 63 tonnellate del pericolosissimo Isocianato di Metile, il quale avrebbe dovuto esser conservato a zero gradi centigradi.

Passato qualche giorno viene spenta anche la fiamma pilota del bruciatore della torre di emissione, il quale, in caso di emergenza, aveva proprio il compito di distruggere il gas in fuga.

Il 26 ottobre del 1984 la fabbrica chiude definitivamente, lasciando in tre cisterne – la 611, la 612 e la 619 – rispettivamente 42, 20 e una tonnellata di Isocianato di Metile.

Alla mezzanotte di Sabato 2 dicembre del 1984, a distanza di sei mesi dall’ultima manutenzione, tre operai provenienti da un’altra fabbrica Indiana sempre del gruppo della Union Carbide, ignari del contenuto delle 3 cisterne e delle attività originariamente svolte dall’impianto di Bhopal, iniziano il loro compito, che consiste nel pulire le condotte immettendovi acqua; a seguito delle incrostazioni accumulatesi, però, il flusso d’acqua viene deviato proprio nella cisterna 611, quella con 42 tonnellate di Isocianato di Metile.

L’Isocianato di Metile diventa molto reattivo in presenza d’acqua, dando luogo aduna reazione fortemente esotermica. La pressione nella cisterna aumentò finché le valvole di contenimento non saltarono ed il gas in fuoriuscita attraverso le condutture raggiunse la torre d’emissione, da dove fuoriuscì formando una nuvola mortale, pesante due volte l’aria e contenente una miscela tossica di cianuro, isocianato di metile, fosgene e monometilammina. La nuvola, complice una leggera brezza, ricadde proprio sulla zona popolare della città, uccidendo solo quella notte ottomila persone.

In virtù dell’eterogeneità composizionale della nuvola gli effetti sulle vittime furono molto diversi per via della differenza in peso dei gas tossici che componevano la nuvola e che arrestarono la loro corsa più o meno lontano dall’impianto a seconda della loro densità; ciò non fu d’aiuto ai medici delle strutture sanitarie della città nell’individuare ed elaborare una procedura clinica.

Ma un aiuto non arrivò nemmeno dai tecnici della Union Carbide che, contattati dai responsabili medici di Bombay (oggi Mumbai), si rifiutarono di offrire informazioni sulla natura dei composti stoccati nell’impianto poiché non in possesso dell’autorizzazione a divulgare informazioni sulla composizione d’un prodotto protetto da brevetto!

A seguito dell’incidente, negli Stati Uniti furono intraprese 145 azioni giudiziarie contro la Union Carbide. Ma il governo Indiano, con la legge Bhopal gas leak Act emanata il 25 Marzo 1985 si assunse l’onere “esclusivo” di rappresentare le vittime del disastro, impedendo ai cittadini d’intraprendere iniziative legali indipendenti. La causa contro la Union Carbide iniziò nel Settembre del 1986 nel foro di Bhopal, di conseguenza le corti americane non ammisero nessuna delle cause anteriormente promosse, in base al principio del “forum non conveniens”, cioè della loro incompetenza di giurisdizione, dichiarando che la Union Carbide doveva sottostare alla giurisdizione della corte Indiana.

A Novembre del 1987 furono rinviati a giudizio la Union Carbide, la Union Carbide Eastern Inc., la Union Carbide India Limited, e l’ex amministratore delegato della Union Carbide Warren Anderson (andato in pensione l’anno prima) assieme ad otto dirigenti indiani della Union Carbide India Limited. Le accuse: “omicidio colposo e lesioni gravi e aver causato danni permanenti attraverso l’esercizio irresponsabile di attività e di tecnologie altamente pericolose”.

Due anni e mezzo dopo il processo passò alla corte suprema indiana che raggiunse un accordo extragiudiziale tra il governo indiano e la Union Carbide, la quale s’impegnava a pagare un risarcimento definitivo di tutte le pretese, diritti e responsabilità nascenti del disastro di Bhopal.
Nel 1991 venne riesaminato l’accordo di risarcimenti da un tribunale indiano che decise d’imputare la Union Carbide ed il suo ex amministratore delegato Warren Anderson, ma nessuno, né in rappresentanza della multinazionale né del suo AD si presentarono al processo; vennero quindi dichiarati latitanti.

Le vittime sollevarono la questione della costituzionalità del Bhopal Act, con riferimento all’attribuzione esclusiva al Governo indiano della legittimazione ad agire per il risarcimento dei danni, ma la Corte suprema respinse l’istanza con la motivazione che permettere ai singoli danneggiati di agire parallelamente al Governo avrebbe creato una situazione non facile da gestire, quindi la loro obiezione non fu accettata.

Alcuni cittadini Indiani intrapresero comunque una causa negli Stati Uniti, ma i giudici Newyorkesi hanno rigettato l’azione delle vittime di Bhopal, in quanto non legittimate ad agire.

A New York i giudici riggettarono l’azione delle vittime di Bhopal, per non incorrere nel rischio di entrare in conflitto con la sovranità di un altro Stato; oltre a ciò nessuna pretesa avrebbe potuto essere avanzata dopo che è stato sottoscritto un componimento amichevole con la Union Carbide unitamente al fatto che il gruppo dei cittadini Indiani non era omogeneo, e quindi non avrebbe potuto essere avallata una causa collettiva.

Si arrivò ad un’intesa ed i capi d’accusa cambiarono da omicidio a negligenza, con conseguente riduzione della pena, che passò da 10 anni di reclusione a 2, ma con l’obbligo di ripristinare e bonificare l’area.

Così il governo Indiano il primo luglio del 2003 trasmise i dati al governo americano per l’estradizione di Warren Anderson, che da quella data divenne latitante. La richiesta venne respinta il 13 luglio del 2003 dal governo statunitense.

Si dovette attendere il giugno del 2010 perché un tribunale indiano giungesse a una condanna di colpevolezza nei confronti di 8 persone, tra cui 7 dipendenti indiani della fabbrica e il presidente americano della Union Carbide Corporation ai tempi dell’incidente di Bhopal, Warren Anderson, che si accingeva a spegnere le candeline del suo 90° compleanno; Anderson è tuttora latitante a Manhattan, come dimostrano dalle foto di un’attivista di Green Peace. Tutto questo mentre l’area dell’impianto ancora aspetta d’esser bonificata.

Dei 470 milioni di dollari che furono pagati dalla Union Carbide nell’89 al governo indiano, che per risarcimenti aveva chiesto in origine 3,3 miliardi di dollari, 400 milioni venivano da un’assicurazione; non appena la notizia venne divulgata, le azioni della Union Carbide aumentarono il loro valore di 2 dollari nel giro di qualche ora. Secondo alcuni da questa storia la Union Carbide ci ha persino guadagnato.

Un aneddoto che sottolinea l’etica del mondo moderno, e di certi pensieri ideologici Neo-moderni ma di natali “settecenteschi”, ci viene da un fatto occorso il 3 dicembre del 2004 proprio in occasione del ventennale dell’incidente, quando un sedicente portavoce della DOW (in realtà un membro del gruppo britannico The Yes Men) dichiarò l’intenzione dell’azienda d’impegnarsi nella decontaminazione del sito della fabbrica e di risarcire tutte le persone coinvolte. Nel giro di pochi istanti migliaia di brokers spaventati dalla eventuale perdita di profitto iniziarono a rivendere a prezzo sempre più basso le azioni della Dow, creando un effetto domino che portò, 23 minuti dopo, ad una svalutazione delle azioni del 4,2%, quantificabili in due miliardi di dollari di perdite per la compagnia. Qui il video dell’intervento alla BBC dello Yes Man: http://www.youtube.com/watch?v=LiWlvBro9eI

Nel denaro che venne destinato dal governo alle vittime del disastro, non vennero considerati coloro che presentarono sintomi dopo qualche mese dall’incidente, nonché coloro che sono nati, dopo la catastrofe, da genitori “contaminati” e che presentano ad oggi malformazioni genetiche e malattie.

Gli abitanti di Bhopal, il governo del Madya Pradesh, le associazioni non governative che si occupano degli aiuti alla popolazione – e non solo loro – esigono che la Union Carbide/Dow Chemical compaia, al più presto, di fronte a un tribunale indiano, provveda alle cure mediche e al riscatto economico dei sopravvissuti, contribuisca al risanamento ambientale di Bhopal. Rifiutano l’ipotesi che con il risarcimento di 470 milioni di dollari la società abbia definitivamente assolto i propri obblighi. Quell’accordo fu stipulato tra la società e il governo indiano, non con le persone colpite dalla strage. Nessuna vittima fu interpellata, e soprattutto non si tenne conto delle generazioni future. Inoltre, dovranno essere velocizzate le procedure per l’estradizione di Anderson, senza alleggerire i capi d’accusa. Un secondo insieme di richieste riguarda il comportamento tenuto dalla Dow Chemical, che ha più volte dichiarato che i risarcimenti erano pienamente sufficienti a compensare le responsabilità del disastro ambientale.

Trent’anni dopo la tragedia, Bhopal e il mondo intero aspettano che giustizia venga fatta.

Sitografia:
http://www.bayercropscience.ca/English/LabelMSDS/221/File.ashx
http://www.dow.com/sustainability/debates/pdfs/771-00007.pdf
http://www.entomology.umn.edu/cues/cwlb/labels/SevinSL.pdf
http://www.greenpeace.org/international/en/campaigns/toxics/toxic-hotspots/
http://www.greenpeace.org/usa/en/campaigns/toxics/justice-for-bhopal/
http://news.bbc.co.uk/2/hi/south_asia/7569891.stm
http://theyesmen.org/hijinks/dow

Giornali:
Corriere della sera,
7 giugno 2010.
Repubblica,
8 giugno 2010.

Opere Teatrali:
Marco Paolini ~ Bophal 2 Dicembre 1984 Una Tragedia Indiana – http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-29f5dd9a-a256-4419-978a-7f87baa9b566.html

1 commento

  1. Ma la vasca contenente 42 tonnellate di isocianato di metile non era la 610?