La guerra dei (due) Mondi – di Angelo Parisi

 
Il 1° marzo scorso la Commissione Europea ha emanato il Regolamento n. 182/2013 con il quale viene imposta la registrazione di tutti i moduli fotovoltaici in silicio cristallino e di componenti chiave (wafer e celle) provenienti dalla Repubblica Popolare Cinese.
 
Tale atto è stato fortemente voluto e, quindi, accolto con soddisfazione dai produttori di moduli fotovoltaici europei e sarebbe propedeutico all'applicazione di dazi doganali alle importazioni dalla Cina di tali prodotti.
 
Io non condivido questa soddisfazione, perché lo ritengo la concessione di qualche altro giorno di ossigeno prima della morte.
 
Questo atto, infatti, dimostra il fallimento di tutte le politiche economiche europee fondate sulla difesa della moneta a discapito dell'economia reale.
 
Per comprendere meglio il motivo per cui parlo di fallimento, bisogna ripassare un po' di storia e di economia: in economia troviamo due regimi di mercato ideali: il monopolio e la concorrenza perfetta.
 
Il monopolio è un regime in cui i beni e/o i servizi sono prodotti da un unico soggetto che sceglie quantità, condizioni e prezzo.
La concorrenza perfetta, al contrario, è un regime in cui una moltitudine di soggetti, liberi di entrare ed uscire dal mercato, produce beni e/o servizi il cui prezzo, e quindi la quantità scambiata, è determinato dall'incontro della domanda con l'offerta.
 
Nella realtà si trovano un mix di regimi di mercato e gli Stati hanno il compito di vigilare e regolamentare il mercato mettendo in atto delle politiche che permettono di ottenere il benessere generale. Nei Paesi occidentali, ad esempio, queste politiche cercano di favorire il più possibile la concorrenza perfetta limitando o contrastando al massimo gli altri regimi.
 
In Europa questo si è tradotto con la creazione di un mercato comune in cui, ad esempio, è fatto divieto ad un Paese membro di concedere aiuti economici alle proprie aziende, se non in casi particolari e decisi di comune accordo, per non avvantaggiare queste nei confronti delle omologhe degli altri Paesi; analogamente sono state uniformate le politiche doganali facilitando la libera circolazione delle merci tra i Paesi. Anche la politica monetaria è stata sottratta alla sovranità dei singoli Stati con la creazione di una moneta unica, l'Euro appunto, o con l'imposizione, ai Paesi che non hanno aderito all'Euro, di limiti e vincoli alle loro politiche monetarie. 
 
L'insieme di queste norme ha fatto sì che uno dei pochi modi permessi per aiutare l'economia nei momenti di crisi o quando si vuole la crescita di un settore è quello di cercare di sostenere la domanda di beni e servizi attraverso la concessione di incentivi o agevolazioni fiscali ai consumatori finali che andranno a tradursi in benefici concessi a tutti i produttori di quel bene, compresi quelli esteri. Degli esempi sono gli incentivi alle energie rinnovabili, gli incentivi per la rottamazione delle auto, le detrazioni fiscali per le ristrutturazioni, ecc. 
 
 
I singoli Stati della UE sono anche membri della World Trade Organization (WTO), un organismo internazionale formato da 157 Paesi membri e 30 Paesi osservatori che rappresentano circa il 97% del commercio mondiale di beni e servizi, che ha il compito di regolare la circolazione di prodotti e servizi tra gli Stati aderenti.
 
Nel 2001, dopo più di 15 anni di trattative, anche la Cina diventa membro della WTO con il plauso dei Paesi occidentali. Il motivo – non tanto mascherato – per cui l'Occidente ha fortemente voluto questa adesione era quello di conquistare un mercato costituito da 1,3 miliardi di potenziali consumatori.
 
Purtroppo proprio quella è la data di inizio del declino dell'economia occidentale. Da quel momento, infatti, i prodotti occidentali hanno potuto “invadere” i mercati cinesi senza ostacoli, ma questo ha avuto un prezzo: l'aver permesso ai prodotti cinesi l'invasione dei nostri mercati.
 
Grazie alle politiche del Governo Cinese, tendenti, a differenza di quelli europei, a mantenere basso il valore dello Yuan per favorire l'esportazione delle merci e, quindi, l'economia reale piuttosto che la finanza, la produzione di beni in Cina risulta più conveniente che in Occidente. Per questo motivo diversi produttori hanno delocalizzato, parzialmente o totalmente, la produzione in Cina o nei mercati emergenti, chiudendo gli stabilimenti europei.
 
A chi osava dire che forse bisognava sostenere l'economia svalutando l'Euro i nostri politici ed economisti rispondevano che era la conseguenza del progresso e della globalizzazione, che la svalutazione avrebbe creato problemi ben maggiori e che l'unica cosa da fare era abbassare il costo produttivo, soprattutto quello della manodopera. Naturalmente, insieme alla produzione, abbiamo anche fornito alle aziende cinesi il nostro know-how, che è stato sfruttato per produrre merci con standard qualitativi simili alle nostre e offerte a prezzi inferiori.
 
Come tutti gli altri, anche il settore delle energie rinnovabili è stato interessato da questo fenomeno, con il fotovoltaico a fare la parte del leone soprattutto nella produzione di moduli, celle e wafer di silicio cristallino.
 
In Europa lo sviluppo di questo settore, favorito dai meccanismi incentivanti, ha permesso da una parte la nascita di una industria locale specializzata nella produzione di componenti – moduli fotovoltaici e inverter in primis – e dall'altra ha incrementato le importazioni dall'estero e dalla Cina in particolare.
 
Durante la fase espansiva del mercato c'è stato spazio per tutti. Ma il terremoto provocato dall'approvazione del IV Conto Energia in quello che nel 2011 era il primo mercato mondiale del fotovoltaico, creò le basi per lo scoppio di una guerra commerciale tra Europa e Cina. I produttori cinesi non accolsero di buon grado il premio concesso per l'utilizzo di componenti europei perché lo considerarono, non a torto, una violazione della principale regola del WTO, quella della “Nazione più favorita”; infatti ogni Nazione che aderisce al WTO deve attuare nei confronti delle altre le stesse regole previste per la Nazione con cui ha i rapporti commerciali migliori.
 
 
Proprio questa regola danneggia l'Unione Europea, che non essendo uno Stato ma una comunità di Stati che prevede la libera circolazione delle merci al suo interno, non può imporre a chi non vi fa parte, ad esempio alla Cina, delle regole commerciali discriminanti. Il premio per l'utilizzo di componenti europei favorisce questi ultimi e discrimina quelli extraeuropei. Questo discorso, naturalmente, vale per tutte le merci.
 
Per questo motivo il Governo cinese il 7 novembre 2012 ha avviato una azione presso il WTO contro l'Unione Europea, l'Italia e la Grecia, rei di aver permesso (la prima) e di avere messo in atto (le altre due) delle iniziative che violano le regole del WTO. I produttori europei, dal canto loro, hanno denunciato quelli cinesi per dumping, ovvero li hanno accusati di aver praticato un prezzo inferiore rispetto a quello praticato in Cina. Il dumping è una pratica vietata dagli accordi della WTO, in quanto distorsiva del mercato, e prevede, nel caso in cui venga dimostrata, l'applicazione di dazi.
 
Ed eccoci così arrivati ai giorni nostri. Come si vede, i problemi vissuti dalla nostra economia sono figli di tutte le scelte operate in questi anni da politici che non sempre hanno dimostrato di avere grandi doti di lungimiranza. 
 
L'aver voluto la Cina nel WTO, la politica monetaria di un Euro forte, l'aver creato un mercato comune privo di uno Stato comune che potesse difenderlo, l'aver ceduto la sovranità monetaria ad un organismo totalmente indipendente dagli Stati senza aver imposto tra i suoi interessi la crescita economica, sono a mio avviso solo alcuni dei macroscopici errori commessi in questi anni.
 
Non è forse arrivato il momento di cominciare a rivedere questi accordi che, così come sono, non ci aiutano?
 
 
E perchè non cominciare proprio da quegli Stati che si trovano in difficoltà, i famosi PIIGS, creando, come sostenuto da alcuni, un'Europa a 2 velocità?
 
Infatti non si può pensare di difendere l'economia europea con politiche protezionistiche, sia perché ci esporrebbero a probabili condanne da parte della WTO, sia perché gli altri Stati risponderebbero con il loro protezionismo, e saremmo al punto di partenza.
 
Secondo me, invece, bisogna imparare dal modello cinese, quanto meno dalla sua politica monetaria.
 
Da quando non vige più il sistema aureo, infatti, il valore della moneta è legato all'economia dello Stato che la emette. Più questa va bene, più gli investitori acquistano titoli di stato facendo crescere il valore della moneta rispetto alle altre. È sempre il solito concetto di domanda-offerta.
 
Se oggi non esistesse l'Euro, la moneta di ogni PIIGS avrebbe un valore inferiore a quello dell'Euro; purtroppo sono costretti ad usare una moneta che non rispecchia il loro livello economico. Il differenziale monetario tra l'Euro e il valore dell'eventuale moneta nazionale concorre alla formazione di quello spread di cui in molti parlano a sproposito e determina dei maggiori costi per questi Stati, che vanno a deprimere le loro economie.
 
Se non si inverte la tendenza, questo processo continuerà all'infinito secondo una spirale recessiva che porterà alla completa morte economica: più l'economia decresce, più crescono lo spread e il costo degli interessi sul debito e più si deprime l'economia.
 
Le politiche rigoriste non possono aiutare ad invertire la tendenza perché il problema non sta solo dentro ai bilanci, quindi c'è bisogno di una scelta forte quale quella di dotare i PIIGS di una moneta più debole dell'Euro, lasciando perdere per qualche tempo il rigore dei conti, in modo che si rimetta in moto il loro sistema produttivo guidato dall'incremento della domanda interna e dalle esportazioni e che si creino le condizioni che permettano di investire in questi Paesi piuttosto che in Cina.
 
Tutto si può fare, basta volerlo.